Scontrini, flussi, rigore. I risultati che Meloni non può raccontare

Il gran paradosso di una destra che potrebbe rivendicare diversi traguardi ma non può spenderli in campagna elettorale. Chissà se prima o poi imparerà a non vergognarsi

29 SET 26
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Foto ANSA

Provare a raccogliere voti nascondendo quello che si è diventati o provando a rivendicarlo? La caratteristica forse più interessante della campagna elettorale di Giorgia Meloni non riguarda tanto il desiderio da parte della premier di trovare strategie utili per provare a svuotare l’agenda Vannacci (si può vincere anche senza generale: vedi le suppletive di ieri a Reggio Calabria). Ma riguarda un problema non da poco che ha a che fare con la storia dei suoi quattro anni passati al governo: l’impossibilità di incassare i dividendi generati dai risultati più importanti raccolti dal proprio governo. Meloni ha un disperato bisogno di misure e promesse demagogiche non solo perché c’è Vannacci che morde le caviglie ma anche perché buona parte delle politiche che hanno permesso all’esecutivo di durare così a lungo difficilmente può essere presentata agli elettori come un successo da rivendicare.
Sabato scorso, il Sole 24 Ore ha ricordato che grazie all’obbligo di collegamento tra registratori di cassa e Pos, entrato in vigore quest’anno, è emerso un imponibile da record che ha sfiorato i 12 miliardi in più rispetto all’anno precedente solo nei primi otto mesi dell’anno. Si potrebbe dire agli elettori: guardate, risultato pazzesco, ma per farlo bisognerebbe dire che le politiche anti Pos, a lungo sbandierate dalla destra, non erano granché. Stessa storia su altri casi. Si può esultare al governo per l’incredibile riduzione ottenuta nel rapporto deficit/pil, al netto di uno zero virgola di troppo del 2025, ma si possono conquistare gli elettori rivendicando il proprio rigorismo, dopo aver passato anni a denunciare gli effetti nocivi prodotti dal rigorismo del governo dei tecnici? Si può esultare al governo per la capacità notevole di aver tenuto a bada gli istinti più bellicosi della maggioranza sulle pensioni, ma si possono davvero conquistare gli elettori rivendicando un approccio sulle pensioni elogiato in questi anni anche da Elsa Fornero? Si può esultare al governo per la capacità incredibile con cui l’esecutivo in questi anni ha allargato le maglie del decreto Flussi, aprendo le porte in Italia a 497.550 lavoratori stranieri tra il 2026 e il 2028, ma una maggioranza che ha educato gli elettori a diffidare dello straniero può permettersi di portare il decreto Flussi in campagna elettorale? Si può esultare al governo per la capacità con cui il governo ha contribuito a far raggiungere all’Italia una produzione solare record, 44,3 terawattora, il 25 per cento in più rispetto al 2024, ma una destra che ha sempre osservato le rinnovabili con diffidenza può presentarsi agli elettori spiegando che avere più rinnovabili significa avere più indipendenza e dunque più sovranità? Si può esultare al governo per i risultati tutto sommato buoni ottenuti dall’esecutivo sul fronte del Pnrr – il 23 settembre il ministro Foti ha annunciato il conseguimento e la rendicontazione dei 156 obiettivi dell’ultima rata e senza i miliardi europei chissà il pil dove sarebbe arrivato in questi anni – ma in campagna elettorale la destra può permettersi di esaltare le virtù del vincolo esterno, quando per una vita lo ha demonizzato? Si può essere orgogliosi, infine, per ciò che il governo ha fatto in questi anni nella difesa dell’Ucraina, e per la credibilità conquistata da Meloni nel suo essere fieramente anti Putin, ma la destra ha la forza di fare campagna elettorale puntando sull’Ucraina? Il punto è evidente. Ciò che ha fatto in questi anni Meloni, per arrivare dove è arrivata, non può essere rivendicato da Meloni, per paura di non andare lontano. Ma se i successi del governo sono stati ottenuti seguendo un’agenda che ha costretto la destra a cambiare pelle, fingere di non aver cambiato pelle può essere davvero un modo per provare ad andare avanti? La partita della destra nei prossimi mesi, prima ancora che sull’equivoco Vannacci, si giocherà sull’altro equivoco: provare a fare campagna elettorale senza vergognarsi di ricordare quello che un pezzo di destra è diventata in questi anni di governo. Possibile? Chissà.