Politica
la stagione del cavaliere •
I novant'anni del Cav. Il Grande Precursore dell'intrattenimento
La rivoluzione di Berlusconi, che con il telecomando ha dato la libertà ai telespettatori-elettori. Dare alla gente ciò che vuole, ma anche proporre lo stato estetico contro l'estetica di stato
29 SET 26

Foto ANSA
In molti sono tuttora convinti che il 27 marzo 1994 milioni di italiani lo abbiano votato perché “zombificati” dalla televisione. L’appuntamento con la storia, cioè con il governo, dell’ex Pci era solo rimandato di un paio d’anni. Ma l’essersi affidati a un dilettante che uscì da Palazzo Chigi in pochi mesi, per giunta sodale del capro espiatorio dell’epoca passata, è perdonabile solo a un popolo d’ipnotizzati. Ecco perché sono soprattutto i suoi critici a vedere in Silvio Berlusconi il Grande Precursore. Di tutto quel che a loro proprio non piace: da Donald Trump ai balletti di TikTok (Tak). L’idea è sempre la stessa: l’ultimo arrivato sul mercato dei media, ieri la televisione, oggi i social e l’intelligenza artificiale, plasma a sua immagine l’elettore. Negli anni Trenta si accusava la radio di incoraggiare un atteggiamento passivo e di smorzare lo spirito critico. “L’Italia televisiva è una sotto-Italia, un’Italia di serie B”, sentenzia Alberto Moravia nel 1959, quando di canali tv ce n’è ancora uno soltanto. Quando il Cavaliere s’inventa Canale 5, il ceto intellettuale non ha bisogno di accendere il televisore per sapere che cosa guarderebbe. La tesi è già pronta, prima ancora di calarla addosso alla televisione commerciale. Il peccato originale sta nell’aggettivo: commerciale. L’ostilità per gli operatori privati si spiega sempre così: si finanziano con la pubblicità, la pubblicità segue la popolarità dei programmi, ergo avranno tutto l’incentivo a dare alle persone ciò che desiderano, anziché ciò che è “giusto” che guardino. Giovanni Sartori voleva sottrarre le emittenti “alla tirannide dell’Auditel”. Karl Popper, in Cattiva maestra televisione, citava: “Dobbiamo offrire alla gente quello che la gente vuole”. E’ lo stesso rimprovero che oggi si muove agli algoritmi che premiano ciò che trattiene l’utente.
Allora, come oggi, con l’obiettivo di regolare l’offerta, si usava l’infanzia come scudo umano. Popper era preoccupato dagli effetti della violenza sui più piccoli e convinto che la tv contasse più della famiglia e della scuola. Negli anni Ottanta ci fu una campagna contro Goldrake e Capitan Harlock, esempi preclari di televiolenza. Per Sartori, il bambino formato dal solo vedere “si restringe a essere un uomo che non legge”, un rammollito condannato a una vita di videogame (la cui complessità tecnica e narrativa meriterebbe ben altro discorso). Sono gli stessi argomenti che sentiamo da chi vorrebbe vietare i social ai minori. Argomenti comodi per le famiglie: escluse, come per magia, da qualsiasi discorso sull’educazione dei giovani.
Le reti Fininvest, oggi Mediaset, sono in larga misura l’esito delle intuizioni del Cavaliere, e anche del suo geniale bricolage di relazioni. Per questo, con la discesa in campo, pare naturale a Raimondo Vianello, nemmeno sollecitato dal padrone, uscirsene a Pressing con un endorsement. Apriti cielo. Se si comporta così “uno elegante”, figurarsi gli altri. Nella successiva campagna referendaria del 1995, per gli avversari della tv privata lo schierarsi di Vianello, di Mike Bongiorno, di Iva Zanicchi, di Rita Dalla Chiesa, di Ambra (ma anche dell’uomo-Rai Pippo Baudo) dimostra che il pubblico televisivo è un gregge che segue i suoi beniamini. Non si chiamano ancora influencer, ma quello sono, e gli attacchi ai loro danni somigliano a quelli di oggi.
Per Norberto Bobbio, “la società creata dalla televisione è una società naturaliter di destra”. Qualcosa di simile si dice oggi dei social, guardando all’America di Trump e all’X di Elon Musk. La televisione commerciale ieri e i social oggi fanno la stessa cosa: intercettano un bisogno di intrattenimento. Cambiano le possibilità tecnologiche. Da principio, per vendere pubblicità a imprese che non l’avevano mai comprata, il Cavaliere e i suoi accettavano persino di essere pagati una volta che gli effetti si fossero visti sul fatturato delle aziende; oggi sappiamo quanti clic si è guadagnato un annuncio.
Mosso dal proprio interesse, Berlusconi ha reso un po’ meno passiva la fruizione del mezzo televisivo: col telecomando, il telespettatore amministra la propria attenzione. Le possibilità non erano ancora i milioni dei social, ma erano il doppio di prima: da due canali (Rai Tre nasce nel 1979) a sei. I suoi avversari erano nostalgici dello spettacolo unico della messa col pulpito e i fedeli che si limitano a rispondere al celebrante. Berlusconi è stato l’interprete italiano di una rivoluzione tecnologica che ha dato una libertà di scelta prima sconosciuta. Quella contro di lui è stata la battaglia di retroguardia di chi, per citare Fedele Confalonieri, dopo lo stato etico desiderava lo stato estetico. Dall’estetica di stato ci hanno protetto e ci proteggono i nostri schermi, sempre più piccoli.