La frattura sul ddl Antisemitismo. “Pronto a lasciare il Pd”, ci scrive Emanuele Fiano

“Ho saputo a Birkenau del no del Pd alla legge. Quello che sta succedendo al partito su questo voto non è perdere l’adesione di Emanuele Fiano e di quelli che la pensano come me, è perdere sé stessi”
28 SET 26
Immagine di La frattura sul ddl Antisemitismo. “Pronto a lasciare il Pd”, ci scrive Emanuele Fiano

Bandiere palestinesi alla manifestazione contro il ddl Antisemitismo, il 9 settembre scorso a Milano (foto Piero Cruciatti/Anadolu via Getty Images)

Nessuno sceglie il momento in cui arrivano le notizie. Forse non sceglie neppure in anticipo il limite oltre il quale mediazioni e compromessi diventano impossibili. E’ la vita a presentarglielo. Al centro di ciò che voglio dire non ci sono io. Lo dico prima: non mi accusate di fare la vittima, perché sbagliate indirizzo, ci mancherebbe altro. C’è l’anima di una scelta politica collettiva e, per me, anche il futuro di una sinistra moderna, capace di contrapporre all’avanzata dei nazionalismi con la testa rivolta all’indietro qualcosa di diverso da una sinistra che ripercorre i linguaggi di decenni fa. (segue a pagina due)
La mia persona e le mie decisioni contano niente. Conta il merito di quello che sta accadendo.
Il Partito democratico ha deciso di votare contro il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato dal Senato e ora all’esame della Camera. Se quella decisione sarà confermata, per me rappresenterà un confine invalicabile. Ho provato nei mesi scorsi a chiedere a chi se ne occupava al Senato di aprire un dibattito pubblico sul tema, e non solo tra il Palazzo del Senato e via Sant’Andrea delle Fratte. Direi che non è successo. Ho chiesto al mio partito, locale e nazionale, di promuovere iniziative, incontri e studi su quello che stava accadendo. Silenzio.
La notizia mi raggiunge a Birkenau. Sono qui per l’assemblea del Comitato internazionale di Auschwitz, del cui comitato esecutivo faccio parte, e, insieme a un rappresentante della comunità rom tedesca, guardo il luogo dove sorgeva lo Zigeunerlager, il settore in cui furono rinchiusi rom e sinti. Gli racconto di mio padre, che ricordava la notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, quando migliaia di sinti e rom furono gasati e poi bruciati e quel settore del campo venne svuotato definitivamente e completamente. La stessa sorte di altre centinaia di migliaia di sinti e rom.
Mio padre lavorava alla rampa di Auschwitz. Aiutava i deportati a scendere dai vagoni, raccoglieva valigie e masserizie. Siamo proprio lì, su quelle pietre. Non è qualcosa di descrivibile a parole. Qui mio padre abbracciò per l’ultima volta mia nonna, qui inghiottì il foglietto con la sua condanna a morte. Qui sostava il criminale sadico Mengele per scegliere i bambini a cui cavare gli occhi o iniettare il veleno, specialmente sinti. Poi papà doveva ripulire quei vagoni dagli escrementi, dal sangue, dai morti, dai neonati abbandonati. Ricordava il campo dei rom e dei sinti ancora pieno e, al turno successivo, la mattina, il vuoto.
Non racconto questo per chiedere compassione per me. Non sono una vittima. E’ il caso che mi fa scrivere da qui, dove so che affondano molte radici dei miei pensieri. So bene chi ha pagato il prezzo dei tre anni terribili che abbiamo alle spalle: le vittime innocenti del 7 ottobre, poi le migliaia di civili innocenti uccisi a Gaza dall’esercito israeliano e le vittime delle violenze disumane dei coloni in Cisgiordania e della guerra in Libano. Ma non apro la discussione su questo. Chiarisco di cosa mi occupo. Non di me stesso.
Sono appena tornato da un viaggio in Israele e Palestina con gli amici e i compagni di Sinistra per Israele – Due popoli, due stati. Un’associazione cresciuta in questi anni fino ad avere migliaia di persone che ci seguono e sedi in otto regioni. Abbiamo incontrato l’opposizione israeliana, i vertici dell’Olp e dell’Autorità nazionale palestinese, la Chiesa cattolica a Gerusalemme, la nostra diplomazia. Soprattutto, abbiamo incontrato israeliani e palestinesi che lavorano insieme ogni giorno. Una donna israeliana, Rina, che prima era dirigente nel campo hi-tech, oggi aiuta migliaia di bambini a Gaza insieme al suo socio, un medico palestinese conosciuto su LinkedIn: finora hanno aiutato 21.000 minori di quindici anni. E’ lei che ci ha detto che parlare di pace non basta più: bisogna costruire la pace. Non ne può più di convegni, seminari e dichiarazioni ufficiali dei partiti, e delle loro tattiche elettorali. Lei vuole salvare vite, crescere vite, combattere l’odio.
E’ lì che vorrei impiegare le mie energie, in questo ultimo tratto della mia vita adulta. Nel fare, non nel riempire solo le sale con nomi altisonanti; perché il riconoscimento reciproco possa aprire la strada a uno stato palestinese accanto a quello israeliano serve far crescere le fila di chi si sente fratello e sorella. Di chi a questo educa i propri figli. Serve riconquistare una fiducia difficilissima.
Proprio per questo non accetto che il contrasto all’antisemitismo venga presentato come un ostacolo alla critica del governo Netanyahu, dell’esercito israeliano o delle violenze dei coloni. Quella critica è legittima e necessaria. La forza della critica che si esprime in Israele contro il governo è molto più forte di quella che si esprime qua, per fare un esempio, e non è certo antisemitismo. I contrari al disegno di legge sostengono che il richiamo alla definizione Ihra possa trasformarsi in uno strumento di censura. Ma il primo articolo del testo fa espressamente salva la libertà di critica politica e di espressione del pensiero. Se questo rischio fosse concreto, io credo che il presidente Mattarella si farebbe sentire, come nel caso della moratoria sul numero di stranieri in classe. Non credete? La definizione Ihra stessa precisa che criticare Israele come si critica qualsiasi altro paese non è antisemitismo. Anche la Dichiarazione di Gerusalemme considera antisemite alcune forme di ostilità verso Israele, pur tracciando diversamente il confine della critica legittima. Cosa sta cercando dunque il Pd? Quale chimera identitaria?
C’è poi una contraddizione che il Pd deve spiegare, se vuole essere coerente. Nel 2017 Elly Schlein firmò, insieme a Cécile Kyenge, allora eurodeputata del Pd, e ad altri parlamentari europei, una proposta di risoluzione contro l’antisemitismo presentata a nome del gruppo dei Socialisti e Democratici, di cui faceva parte il Pd. Schlein aveva aderito a Possibile. Il Parlamento europeo approvò poi una risoluzione che invitava gli stati membri e le istituzioni europee ad “adottare e applicare” la definizione Ihra. Applicare: un’indicazione molto più forte del solo richiamarla in una legge. Quella richiesta valeva per ogni stato, a maggior ragione per i partiti che l’avevano promossa e sostenuta. Poi, durante il governo Conte II, al quale partecipava il Pd, l’Italia adottò quella definizione. Tutta la definizione. Al tavolo del governo il Pd aveva un ruolo determinante. Essa è stata poi posta alla base della Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo, sostenuta anche durante il governo Draghi, nel quale sedevano Andrea Orlando, Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, e anche Roberto Speranza, allora di Articolo 1.
Si può cambiare idea, certamente, ma in politica bisognerebbe spiegare perché si cambia idea se non cambiano le condizioni, pena la perdita di identità. E non si può liquidare come una minaccia alla libertà di parola uno strumento che si è chiesto di applicare, si è adottato e si è posto alla base della Strategia nazionale, senza spiegare quale fatto nuovo abbia reso necessario questo rovesciamento. Quando nel 2017 il Parlamento europeo chiede di applicarlo, Gaza ha già conosciuto diverse guerre, l’occupazione della Cisgiordania va avanti da decenni con le sue violenze, i disegni di Netanyahu sono chiarissimi e le sue azioni pure. Nella sinistra europea l’opposizione ai suoi governi è fortissima, e in quella israeliana pure; dunque esistono le stesse condizioni. Cosa è cambiato così radicalmente?
Vorrei che un magistrato italiano mi dicesse concretamente che cosa accadrebbe dopo l’approvazione della legge. Se Arturo Scotto criticasse duramente, presentando un libro sulla flottiglia, l’intervento della polizia israeliana o l’assalto alle imbarcazioni, per quale reato dovrebbe essere indagato? Se un esponente del Pd manifestasse per la libertà dei palestinesi, quale disposizione del testo renderebbe punibile la sua voce? Ci sono reati nella legge? Ci sono pene? Non riesco a trovare una risposta giuridica a questi esempi. E prima di descrivere una legge come un bavaglio, credo sia doveroso indicare il meccanismo preciso con cui quel bavaglio dovrebbe funzionare. Questa è una legge di prevenzione, non di repressione. E se mi rispondete che è una legge inutile, perché non ne avete presentata una migliore in questi tre anni?
Qualcuno obietta che non si debba fare una legge dedicata all’antisemitismo: perché riservare una tutela specifica agli ebrei? Purtroppo è anche la tesi di Vannacci, ma quello è un capitolo nero che non c’entra con il Pd, c’entra con la cultura fascista. Ho sostenuto una legge contro l’antiziganismo, ho firmato la proposta Zan contro l’omotransfobia, peraltro nata sull’impianto della mia legge sull’apologia di fascismo, come aggiunta alla legge Mancino, ho presentato una proposta sul contrasto alla radicalizzazione islamica che affrontava anche il contrasto all’islamofobia. Ogni forma di razzismo va combattuta, ma ciascuna ha una storia e manifestazioni proprie. Una misura specifica contro l’antisemitismo non toglie nulla alla necessità di contrastare l’islamofobia, l’antiziganismo o l’omotransfobia. Ma perché la specificità era giusta quando il Pd difendeva la proposta Zan, peraltro una legge di carattere penale con reati e pene, e invece diventa un’obiezione quando si parla di antisemitismo per una legge sulla prevenzione? E dove sono, oggi, le iniziative con la stessa forza sulle altre discriminazioni? Ci sono proposte del Pd?
Non mi interessano le supposizioni sulle primarie, sul campo largo, sui calcoli di corrente che guiderebbero questa scelta. Mi interessa il merito. Mi interessa che la sinistra non lasci alla destra il compito di rispondere all’antisemitismo. Chi si sente erede di Umberto Terracini, Giorgio Napolitano, Gianni Cervetti o Piero Fassino, e delle parole che hanno speso sulla questione ebraica e sul razzismo, non dovrebbe indietreggiare.
Qui ad Auschwitz discutiamo con rappresentanti di tanti paesi, e con quelli dei rom e dei sinti, di come trasmettere la memoria e contrastare l’odio. Non chiedo al mio partito di condividere la mia storia familiare o la mia emozione davanti a quei luoghi. Gli chiedo di guardare il testo, i suoi precedenti e le conseguenze della scelta che sta per fare. E’ una scelta sulla sua identità. Ed è una scelta dalla quale non posso sentirmi estraneo. Nessuna casa è obbligatoriamente per sempre, dipende dalle scelte che si fanno.
A Tel Aviv incontriamo Maoz Inon, i cui genitori sono stati uccisi il 7 ottobre. Insieme ad Aziz Abu Sarah, che ha perso il fratello dopo il suo rilascio da una prigione israeliana, ha scritto Il futuro è la pace, che uscirà a breve anche in Italia, un libro bellissimo che sto leggendo. Dopo quella perdita, Abu Sarah scrisse inizialmente testi politici contro Israele. Imparò poi l’ebraico, si unì a un’organizzazione che riuniva famiglie israeliane e palestinesi accomunate dal lutto e iniziò a parlare nelle scuole contro la violenza. Era il Parents Circle. Maoz è uno dei leader del movimento per la pace in Israele. Nel libro scrivono: “Non ci consideriamo palestinesi e israeliani, né ebrei e arabi, bensì esseri umani che credono nella promozione di una cultura del dialogo, del perdono e della pace. A chi vede solo linee di divisione, diciamo: se proprio dovete dividerci, che sia tra chi crede nella pace e nell’uguaglianza e chi invece… non ancora”.
Io credo in chi unisce oggi, non credo in chi divide e purtroppo sento un solco che si allarga sempre più. Quello che sta succedendo al Pd su questo voto non è perdere l’adesione di Emanuele Fiano e di quelli che la pensano come me, è perdere sé stessi.
* * *
Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, deputato del Pd dal 2006 al 2022