Politica
da martedì in libreria •
Creare un’alternativa all’energia modello Meloni. Le idee di Renzi
Una critica al governo e un programma: più tecnologia, meno ideologia. Il nuovo libro dell'ex presidente del Consiglio. Un’anticipazione

Matteo Renzi (foto di Roberto Monaldo per LaPresse)
Anticipiamo in questa pagina alcuni passi del nuovo libro di Matteo Renzi, leader di Italia viva ed ex presidente del Consiglio, dedicato agli anni di governo di Giorgia Meloni. “Quando c’era lei. L’Italia dopo Giorgia Meloni” (Solferino, 224 pp., 18 euro) sarà da domani in libreria.
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E’ ovvio che non è stata Meloni a chiudere Hormuz o a invadere l’Ucraina. Ma è altrettanto evidente che non c’è nessun argomento come l’energia capace di misurare la distanza tra le promesse di Fratelli d’Italia e la realtà. Vale per gasolio e benzina, su cui la Presidente del Consiglio prima di arrivare a Palazzo Chigi aveva persino girato un video da consumata attrice (tutta sua nonna, va detto, bravissima!) per annunciare l’abolizione delle accise. Vale per tutte le polemiche rimangiate da chi ci governa, come quelle contro le trivelle, contro il Tap, contro i termovalorizzatori, contro i rigassificatori. Vale per la barzelletta dello spot sul nucleare: il ministro Pichetto Fratin ha spiegato a reti unificate che l’Italia ha dato il via libera al ritorno al nucleare ma per fare una sola mini-centrale occorre un investimento minimo di un miliardo e mezzo di euro, minimo. E al netto di tutte le complicazioni amministrative di un Paese in cui ancora il Governo Meloni non riesce a identificare il sito in cui smaltire le scorie nucleari del passato, il dato di fatto è che il grande via libera al nucleare – raccontato in tutte le tv del Paese – è in realtà un provvedimento che libera appena 20 milioni all’anno per tre anni. Con questi ritmi di finanziamento è immaginabile che la prima centrale sarà pronta tra circa 76 anni, ammesso e non concesso che Pichetto Fratin nel frattempo disbrighi le pratiche burocratiche. A me questo fa impazzire: fai un provvedimento che non esiste, che non ha coperture, che se va bene ti fa inaugurare la prima centrale nucleare nel 2102 e non c’è nessuno che dica “Ehi, Governo, ma ci prendi per il naso?”. No, gli ambientalisti o presunti tali ci cascano per primi e anziché coprire di ridicolo Giorgia e i suoi ministri denunciandone la totale incompetenza gridano all’allarme nucleare. Come se la destra avesse attivato le centrali: attiviamo noi i neuroni e andiamo all’attacco, per favore.
Ma non è soltanto su trivelle, Tap (quante accuse ingiustificate mi sono preso in Puglia per quel benedetto tubo), nucleare, termovalorizzatori (che servono, eccome se servono: ha ragione Gualtieri, non chi li vorrebbe chiudere) che si gioca il futuro. Serve una visione d’insieme. Su questi temi provo spesso ad aprire qualche dibattito, anche in compagnia di autorevolissimi leader internazionali, ma fatico a bucare lo schermo mediatico. Se parlo di primarie, sfido Vannacci, vado a qualche podcast, divento virale. Se firmo lunghi documenti sull’energia mi filano in pochi: è la maledizione della stagione degli influencer.
Qualche mese fa ho firmato insieme a Tony Blair “The Power to Compete: Europe’s Energy Reset”, un documento su come rilanciare l’Europa sul piano energetico. Per vent’anni infatti l’energia è stata considerata da Bruxelles soltanto come politica economica, mentre adesso – a maggior ragione dopo le crisi geopolitiche che hanno coinvolto e coinvolgono i nostri principali (ex) fornitori – va rimesso al centro il tema come grande questione di potenza economica. E’ giusto lavorare per la decarbonizzazione ma la decarbonizzazione deve essere l’esito finale di una buona strategia, non il principio ideologico al quale sacrificare qualsiasi scelta. L’energia deve essere sicura, l’energia deve essere economica. La tecnologia deve superare l’ideologia. Guardiamo la realtà per quella che è: i prezzi elettrici in Europa sono due-tre volte superiori a Stati Uniti e Cina (85 euro al megawattora industriale nell’Ue contro 36 negli Usa e 53 in Cina. E l’Italia è tra le peggiori). Dipendiamo per il 58 per cento dalle importazioni e quasi 50 milioni di europei vivono in una condizione di povertà energetica. Nei quindici anni che vanno dal 2008 al 2023 l’Europa della manifattura ha perso – anche per questo – più di due milioni di posti di lavoro. E il blackout iberico del 2025 ha dimostrato che nella gestione delle reti abbiamo fragilità strutturali complicate da affrontare.
E’ giusto dirsi le cose per come sono, se vogliamo rilanciare su un’alternativa a Bruxelles in vista del semestre italiano di presidenza europeo. Abbiamo commesso cinque gravi errori, secondo il documento firmato insieme all’ex primo ministro britannico: aver spinto la generazione pulita senza elettrificare la domanda; aver costruito capacità più velocemente di reti, accumulo e firm power; aver dismesso la produzione fossile restando dipendenti; aver delegato alla Cina la manifattura elettrotecnica (76 per cento degli investimenti globali in fabbriche clean-tech nel 2024); aver gestito tutto su base nazionale in un sistema fisicamente continentale.
Siamo d’accordo su questa analisi? Perché questo è il punto di partenza, non di arrivo.
Gli Stati Uniti con lo shale gas hanno reinventato sé stessi diventando un Paese esportatore di energia. La Cina si è costruita una strategia economica straordinaria anche in ragione di un modello politico che fa a meno di troppi vincoli. L’Europa non può copiare né la geologia americana né il modello di governo cinese, ma può costruire il primo elettro-stato integrato su scala continentale. Gerarchia degli obiettivi: sicurezza, espansione dell’offerta via elettrificazione e accessibilità dei prezzi sono le condizioni abilitanti; la decarbonizzazione è il risultato. Dobbiamo uscire dalla stagione in cui il Green Deal è stato visto come un Sacro Graal intoccabile, un totem ideologico al quale offrire sacrifici umani in termini di chiusura di aziende e perdite di posti di lavoro.
Anche perché, come prova a spiegare in tutte le sue uscite pubbliche l’ottimo presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli, le scorte di oil and gas ci hanno salvato, per ora, ma se le complicazioni geopolitiche continueranno a ingrovigliare il mondo dovremo per forza studiare soluzioni alternative. Se è vero, come è vero, che il petrolio – piaccia o non piaccia – non ha le ore contate (al massimo il petrolio ha i secoli contati, come dicono gli addetti ai lavori) riuscire a tenere insieme rinnovabili e fossili è un dovere. E liberare anche le rinnovabili dalle ideologie è un dovere per il centrosinistra, anche a livello regionale: non sono pochi i governatori che in nome del sacrosanto principio di difesa del paesaggio hanno bloccato ogni forma di rinnovabile. Se il nucleare non va bene, il gas non va bene, il petrolio non va bene, il vento non va bene, il sole non va bene diventa un po’ difficile pensare a come costruire futuro, giusto?
Sull’energia quando c’era lei non sono state mantenute le promesse elettorali, non si è cambiata la direzione di marcia in Europa, non si sono sbloccate le rinnovabili (quello che è stato fatto deriva dalle ultime misure di Draghi e Cingolani, non di Meloni), non si sono eliminate le accise.
E alla fine allora si torna alla pubblicità della Sip: ma quanto mi costi?
Il costo per i cittadini degli errori di Giorgia Meloni di questi anni è enorme. Ma il paradosso è che il costo più grande non è per ciò che il Governo ha fatto, ma per ciò che non ha fatto. In tempi di così radicale cambiamento nascondersi nell’immobilismo non è saggezza ma diserzione.