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Socialdemocratici •
La “trappola democratica”: una medietà politica, centrista e welfarista, in tempi non medi
Il governo socialdemocratico è stato il perfetto governo di centro in cui l’equilibrio tra aspirazioni individuali e rete assistenziale trovava una sorta di equilibrio da cui non appariva in alcun modo sensato uscire. Il mondo che lo rendeva possibile però non esiste più
26 SET 26

(Foto Ansa)
Il prossimo anno si tornerà alle urne per eleggere i governi di Italia, Francia, Spagna. Tuttavia appare piuttosto chiaro che gli unici governi che possano essere a capo degli stati dell’Europa debbano essere, in una qualche forma, dei partiti socialdemocratici. Con questa definizione non mi riferisco, ovviamente, all’etichetta politica “storica” di partito socialdemocratico, e quindi alla sua necessaria collocazione a sinistra, ma all’accezione centrista e welfarista che caratterizza la nostra contemporaneità. La questione, infatti, ben prima che economico-politica, appare spirituale. Nella medietà assoluta rappresentata dal centrismo welfarista, che per semplicità chiameremo appunto sistema socialdemocratico, vi è tutta la “indecisione” della politica europea degli ultimi trent’anni (anche qui, per convenzione, diremo dalla caduta del Muro). Un’indecisione quasi necessaria perché in quest’epoca non c’è stato bisogno di decidere alcunché in quanto la nave procedeva, con marcia sostanzialmente regolare, in un mondo che si apriva sempre di più, e di cui eravamo padroni indiscussi sotto la guida americana.
In tale situazione, il governo socialdemocratico è stato il perfetto governo di centro in cui l’equilibrio tra aspirazioni individuali e rete assistenziale trovava una sorta di equilibrio da cui non appariva in alcun modo sensato uscire. Perché farlo, del resto? E’, quello socialdemocratico, il punto culminante di ciò che Michel Foucault, in altri tempi, avrebbe definito, in maniera arzigogolata, ma anche pregnante, governamentalità liberale, ossia quello strano, artificioso equilibrio, ma funzionale finché dura, tra mercato, stato sociale e diritti individuali.
Un simile sistema si è retto su una crescita economica continua, o quantomeno stabile, su una promessa di futuro secondo cui le cose per le nuove generazioni sarebbero andate meglio che per quella precedente, costruendo quindi la propria stabilità su uno slancio verso il futuro. In tal modo le generazioni nuove potevano prendersi cura di quelle precedenti in quanto più ricche e numerose. Questo, però, non è più il caso dell’occidente. Il miraggio secondo cui i migranti si sostituiranno ai figli che non facciamo pagando le nostre pensioni, è un sogno a occhi aperti. Come se questo non comportasse, allo stesso tempo, inevitabili tensioni sociali e di integrazione. O quantomeno lo stravolgimento del tessuto sociale e culturale di un intero continente che, fino a un certo punto, si è identificato (ma oggi chissà) con la propria cultura che ne costituiva l’identità. Il meccanismo quasi miracoloso della socialdemocrazia generalizzata si è basato su una stabilità sostanziale del mondo, su una rinuncia de facto all’utilizzo della forza, che era in mano di un unico attore: gli Stati Uniti. C’è stata quindi la rinuncia, da parte dell’Europa, a una sostanziosa spesa militare che poteva essere investita principalmente in spesa sociale, mentre l’economia comunque reggeva perché non vi era concorrenza nel mondo per i prodotti europei, se non una concorrenza tutta interna all’occidente. Anche qui, non è più questo il caso.
Siamo vecchi, il debito aumenta insieme alla richiesta d’assistenza, e la produttività è stagnante. E’ la ricetta tanto semplice quanto lineare per il disastro. Eppure le cose non sembrano poter cambiare. Tanto da un lato quanto dall’altro dello spettro elettorale un’inversione di rotta appare assolutamente impossibile. Un’inversione di rotta segnerebbe, infatti, la catastrofe elettorale per chi l’intraprende. Possiamo definire questa situazione la nostra “trappola democratica”: mantenere in piedi il sistema socialdemocratico è divenuto impossibile, eppure i partiti che vogliono governare non possono in alcun modo allontanarsi da questo orizzonte. Anche perché, quale sarebbe l’alternativa? La strada del liberismo, utilizziamo questa parola martirizzata, che pur sarebbe fondamentale per smuovere lo stagno in cui ci troviamo, appare elettoralmente impercorribile. Siamo troppo vecchi! L’alternativa “decisionista”, che in Italia viene rappresentata in maniera farsesca da Vannacci, raccoglie consenso politico generico ma rimane anch’essa all’interno di un, pur straordinariamente confuso, aumento dello Stato sociale e della spesa pubblica. L’alternativa ultra-socialista, sempre qui da noi esemplificata dalla trimurti Conte-Bonelli-Fratoianni, è più temibile di Vannacci perché si pone come la bonaria strada per l’inferno del definitivo collasso economico sotto una colossale spesa pubblica. Così va anche, attraverso volti e nomi diversi, in buona parte dell’Europa.
Insomma, per farla breve, da questo orizzonte socialdemocratico sembra non si possa uscirne. E probabilmente neppure lo si vuole. Questa medietà politica appare come la biografia spirituale dell’attuale medietà europea. Tuttavia, questi tempi in cui la macina della storia si è rimessa in moto, non sono tempi medi. E chi si ferma nel mezzo rischia, inevitabilmente, di rimanere schiacciato.