Lo spirito di Pontida nella raccolta di discorsi di Bossi

Presentato in un'atmosfera di commozione il volume che raccoglie gli interventi del Senatùr. Parlano i co-protagonisti del leader leghista: Casini, Fini, Tremonti. Assente Salvini, trattenuto in cda
25 SET 26
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Foto ANSA

Par di sentirlo, lo spirito di Pontida, nei meandri della Camera dei deputati, evocato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alla presentazione del volume “Discorsi politici e parlamentari di Umberto Bossi” e a sei mesi dalla morte del fondatore della Lega Nord, nel giorno in cui il vicepresidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini non può partecipare (trattenuto in cda, si apprende). E aleggia, lo spirito di Pontida, sempre nel giorno in cui è arrivata la notizia dell’arresto di Riccardo Bossi, primogenito di Umberto (in sala ci sono Renzo e Sirio Bossi, figli del secondo matrimonio, ma il commento di Renzo sarà laconico-lapidario: “Ognuno paga per le proprie scelte”). Tuttavia l’atmosfera è di commozione affettuosa – e a un certo punto lo spirito del pratone quasi benedice pure Bruno Vespa che modera l’incontro in modalità eroica, con l’ormai famoso braccio al collo post-caduta e ricordando di quando i leghisti delle origini, scettici verso di lui, visto come “parte dell’arredo” romano, lo presero in simpatia dopo averlo visto arrivare sull’automobile di Bossi (poi “drammaticamente” intervistato da Vespa nei giorni duri della caduta del primo governo Berlusconi). Ed ecco che, accanto al vicepresidente della Camera Lorenzo Fontana, autore dell’introduzione, e al Giorgetti che di fronte non soltanto l’imminente manovra, ma anche la questione leghisti del Nord e alcuni sondaggi non proprio premianti, compaiono tre protagonisti delle epoche solcate da Bossi alla testa della Lega e al governo, ma sempre (metaforicamente e non) con indosso la famosa canottiera con cui si faceva immortalare anche davanti alla villa di Silvio Berlusconi in Costa Smeralda, facendo sobbalzare il Cav., ricorderà l’avversario-alleato Pierferdinando Casini, in nome della diversità sostanziale e iconica rispetto alla Roma Ladrona, picconata e attraversato come leader. Ci sono tutti e tre, i co-protagonisti delle stagioni di Bossi: Casini e l’altro avversario-alleato Gianfranco Fini, e poi Giulio Tremonti, ex ministro e amico che, nel giorno della morte di Umberto, trovandosi all’estero, ha potuto soltanto consegnare al Corriere della Sera, racconta, un necrologio che parlava con il “Va’ pensiero”, elemento fondamentale di quella che Fini chiama “liturgia” bossiana. E stavolta è lo spirito dell’ampolla a posarsi sui presenti, mentre Fontana ringrazia Bossi per aver regalato a quel Nord d’antan “un sogno e una speranza” e mentre Casini, nell’Amarcord, ricorda com’era riuscito a disinnescare Umberto – che lo aveva sempre chiamato “Carugnit de l’uratori” – dalla pazza idea di presentarsi davanti a Papa Wojitila vestito totalmente di verde (alla fine Bossi si presentò con il vestito scuro, racconta Casini, ma senza resistere alla tentazione di dire al pontefice ‘santità, noi siamo uguali, lei è polacco e io lumbard’). “E sempre lo spirito di Pontida ha voluto che Fontana, narra Fontana, conoscesse proprio il 19 settembre la sua fidanzata (poi moglie) meridionale, ovvero nel giorno del compleanno di Umberto e della celebrazione di San Gennaro (come non poteva essere destino?).
“Tutto quello che ho imparato della politica ne l’ha insegnato Umberto”, ricorda Giorgetti perché i leghisti non puristi intendano: il modo di Umberto di non farsi contaminare dai palazzi, al punto da non leggere i giornali, deve essere il faro, è il concetto che alberga nel ministro fin dal giorno in cui, ragazzo e militante, fu “scelto dal mazzo per ragioni insondabili”, dice (la comunicazione urgente era arrivata all’alba, e sua madre lo aveva dovuto svegliare e quasi quasi prendere di peso: ohi, alzati che ti vogliono candidare. Parlava con i fatti, Bossi, dice Giorgetti, al suo movimento fatto di “terra” e di “radici”, scuola di politica e di vita. Altro che influenze putiniane sulla Lega. Il concetto è: Bossi non si faceva intimorire dal Putin amico di B). Bossi ha risposto con modo spesso “ruvido e provocatorio”, all’“inquietudine dei tempi” pre e post Tangentopoli, dice Casini, avversario e alleato di Bossi come Fini — che con Bossi non si salutava, ma che sempre con Bossi era riuscito a intendersi al punto dal dare comune nome alla legge sull’immigrazione (“ha fatto uscire dal sommerso 634 mila lavoratori immigrati”, dice Fini alla sinistra dimentica” di quei giorni). E alla fine, mentre parla Tremonti, ricordando alcuni provvedimenti-chiave che fanno ponte con l’oggi, è il “Va pensiero” che par di sentire.