Quattro anni di divergenze tra Meloni e Mattarella

I richiami del Colle, le richieste di correzione di alcuni provvedimenti. Poi i casi Roggero e Minetti. La sicurezza e la giustizia. Tra le due cariche dello stato si è sviluppata una dialettica vivace. Una rassegna

23 SET 26
Ultimo aggiornamento: 17:51
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Ieri Giorgia Meloni ha deciso di rispondere a quanto detto nei giorni scorsi dal capo dello stato riguardo la proposta di introdurre un tetto al numero di studenti stranieri nelle classi. "Quando il presidente della Repubblica era ministro dell'Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe, è una misura di buonsenso. Mi pare sia giusto portarla avanti", ha detto la premier intervistata da Bruno Vespa. Nella risposta di Meloni c'è un piccolo cambio di passo: la premier non ha lasciato cadere il commento di Sergio Mattarella come accaduto in passato, ma ha scelto di rilanciare. Eppure la dialettica tra le due cariche dello stato si è rivelata vivace già altre volte nel corso degli ultimi quattro anni.
Dal 2023 a oggi, in più occasioni Mattarella ha firmato leggi e decreti del governo aggiungendo rilievi e chiedendo modifiche, come con il Milleproroghe nel 2023, che per il Quirinale conteneva troppe norme eterogenee, con la legge sulla concorrenza nel 2023, di cui fu criticata la proroga delle concessioni per il commercio ambulante, in violazione con alcune norme europee, o con i decreti preparati dal governo nel 2024 in vista delle Europee, su cui Mattarella chiese più attenzione alle “effettive ragioni di urgenza”. 
Uno dei temi più spinosi nel confronto tra il Colle e Palazzo Chigi riguarda la sicurezza. Nel febbraio 2024, dopo che la polizia rispose con i manganelli ai disordini sollevati da alcuni studenti in corteo a Pisa, Mattarella telefonò al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e fece pubblicare una nota in cui diceva: "Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento".
Nel febbraio 2026 il Quirinale sollevò rilievi su alcune norme del pacchetto sicurezza, in particolare sul fermo preventivo di polizia e sul cosiddetto scudo penale. Alfredo Mantovano incontrò Mattarella e riportò a Meloni le obiezioni del Colle; il testo venne quindi modificato prima dell'approvazione. Qualche mese dopo, nell’aprile 2026, il Quirinale intervenne sul decreto Sicurezza per una norma che prevedeva un incentivo di 615 euro agli avvocati che avessero assistito i migranti fino al rimpatrio volontario. Dopo un incontro con Alfredo Mantovano, il governo modificò la norma con un provvedimento correttivo.

L'altro grande terreno di divergenze istituzionali è quello della giustizia. Nell'ottobre 2024 Mattarella intervenne dopo un attacco di Meloni contro la magistratura. Nell’ottobre 2024 il Tribunale di Roma negò il trattenimento di 12 migranti trasferiti nei centri italiani in Albania. Meloni accusò la magistratura di voler ostacolare l'azione del governo. Mattarella richiamò alla “collaborazione tra istituzioni” e nei giorni successivi incontrò Meloni al Quirinale, con cui condivise l'esigenza di mantenere toni più distesi nei confronti della magistratura. 
Nel caso della grazia concessa a Nicole Minetti, nel 2026, dopo indiscrezioni di stampa sulla documentazione utilizzata per l’istruttoria, il Quirinale chiese al ministero della Giustizia nuove verifiche. Il tema della grazia si è riproposto anche in seguito, con la condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero, quando il ministro Nordio annunciò di aver avviato le pratiche per una richiesta di grazia. Mattarella lo convocò al Quirinale, ricordandogli che secondo la Costituzione la grazia è una prerogativa del presidente della Repubblica

Il caso più eclatante di attrito tra Quirinale e Palazzo Chigi è però quello accaduto nel novembre 2025. Uno scontro tutto politico scatenato da un articolo della Verità, in cui si attribuivano a Francesco Saverio Garofani, consigliere di Mattarella, frasi su possibili scenari politici alternativi alla maggioranza guidata da Meloni. FdI reagì duramente e chiese chiarimenti al Quirinale. Meloni incontrò Mattarella, definendo le parole di Garofani "istituzionalmente e politicamente inopportune". Alla fine, la vicenda si concluse con una rinnovata stima al presidente della Repubblica.