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Meloni anti trappole. Sì alla fiducia sullo Stabilicum per “chiarezza”. No a Vannacci. Il nodo sanzioni ai coloni
La premier "blinda" la legge elettorale per evitare sorprese. E chiude all'accordo col generale. Tajani alla Camera prende tempo sul rapporto con Israele
17 SET 26

Torna in conferenza stampa dopo più di quattro mesi per rivendicare il taglio del bollo su auto e moto. Ma soprattutto, Giorgia Meloni cerca di scansare le trappole di fine legislatura, prendendo in mano la partita legge elettorale. Do you remember il caos sulle preferenze alla Camera, lo scherzetto di La Russa che accogliendo i subemendamenti del Pd rischiava di sfrangiare il centrodestra a Palazzo Madama? La premier è stanca di sorprese e allora rifugge dalle perifrasi: “Quando l’emendamento delle preferenze non passò alla Camera nello scorso passaggio, io ho sentito dire da più parti che il governo non aveva la fiducia del Parlamento e delle Camere. Quindi credo che sia un fatto di chiarezza mettere la fiducia su una legge che ha le preferenze al suo interno”. Un atto d’indirizzo molto chiaro che s’allontana dalle timidezze degli stessi colleghi di governo, col ministro per i Rapporti con il Parlamento che ancora martedì in Transatlantico sul porre la fiducia confessava di avere “molti dubbi”. Meloni insomma legge l’approvazione dello Stabilicum, il cui arrivo in Aula slitterà di un giorno (il 29 settembre), come “un passo in avanti di cui beneficeranno tutti”. Sottolineando però come l’obiettivo sia “arrivare a fine legislatura”.
Ma nell’appuntamento a Palazzo Chigi dopo il Cdm si lascia andare pure ad altre considerazioni. Vannacci? Gli “ho sentito dire che le alleanze si fanno sul rispetto degli impegni presi con i cittadini. Parliamo di un partito composto da parlamentari eletti nel centrodestra, per votare i provvedimenti del centrodestra e rappresentare i cittadini che hanno votato centrodestra. E oggi si trovano in un partito che vota contro quel programma. Se può accadere una volta, può accadere anche una seconda”, ammonisce la presidente del Consiglio, in sostanza sbarrando la strada a un’alleanza col generale perché “per me è più importante vincere per governare”. E se attacca il leader di Futuro nazionale, a Salvini riserva una carezza: l’incontro con l’ambasciatore russo Paramonov e le aziende russe rivelato dal Foglio? “La trovo la cosa più normale del mondo. Non abbiamo mai chiuso i canali diplomatici con Mosca”.
E dire che anche sui rischi legati alla Russia era stato chiamato a rispondere ieri alla Camera il ministro degli Esteri Antonio Tajani, durante il question time settimanale. Un’occasione anche per cercare di chiarire la strategia del governo sulle sanzioni ai coloni, dopo che la scorsa settimana 12 paesi (tra cui Regno Unito, Francia e Canada) hanno adottato nuove sanzioni contro esportazioni provenienti dagli insediamenti illegali in Cisgiordania. La differenza sta tutta in una sottile differenza lessicale: le sanzioni contro i coloni israeliani in Cisgiordania possono aspettare perché abbiamo già adottato quelle contro i “coloni violenti”, ha detto Tajani. Aggiungendo che “la questione è capire quali strumenti usare per incidere realmente. Siamo convinti che per colpire in modo mirato ed efficace le attività e le fonti di finanziamento dei coloni violenti l’unico quadro giuridico e politico efficace sia quello dell’Unione europea. Le proposte nazionali poggiano su basi giuridiche deboli”. E’ una posizione attendista che precipiterà in una campagna elettorale già rinfocolata dall’iter di approvazione del ddl antisemitismo, col testo che ha finito l’analisi in commissione Affari costituzionali (sono stati bocciati tutti gli emendamenti delle opposizioni, tra cui il passaggio dalla definizione dell’Ihra a quella più annacquata di Gerusalemme) e approderà in Aula il 2 ottobre. E che potrebbe risentire di nuove tensioni parlamentari. Sempre ieri, infatti, i parlamentari del Pd sono riusciti a ottenere l’incardinamento della proposta di legge per introdurre delle sanzioni ai prodotti esportati dalle colonie israeliane simili a quelle adottate da Francia e Regno Unito. Non è detto che alla fine si arrivi a calendarizzarla e a discuterla. Ma nel momento in cui la situazione in medio oriente dovesse tornare al centro della contesa politica dalla maggioranza sperano sia già arrivata la tanto famigerata “risposta europea”. Per cercare di scansare, anche qui, l’ennesima trappola.