Politica
IL RICORDO •
Il liberalismo di Raffaele Costa può insegnare molto a Meloni&co
È stato interprete di un liberalismo popolare, come era possibile forse solo dalle sue parti, dove si votava Pli non per attestare una (un po' snobistica) alterità laica ma perché quello era il partito di chi mandava avanti il paese e di chi amministrava bene

(Foto Ansa)
Venne eletto alla Camera con il Pli per la prima volta nel difficile 1976, a Cuneo. Lì, sempre in Piemonte, ci fu l'unico quoziente pieno con cui fu garantita la presenza liberale in Parlamento anche nell'anno del minimo storico, quando la polarizzazione tra Pci e Dc drenò i voti dei piccoli partiti. Da allora Raffaele Costa è stato uomo di governo, seguendo e interpretando a modo suo il rinnovamento della politica italiana, nella stagione che partiva proprio dalla grande paura del 1976 e dalla necessità di rendere più competitiva e più efficiente l'economia nazionale, mentre si rinnovavano i grandi accordi internazionali, con la Nato impegnata nel confronto finale con l'Urss.
È stato interprete di un liberalismo popolare, come era possibile forse solo dalle sue parti, dove si votava Pli non per attestare una (un po' snobistica) alterità laica ma perché quello era il partito di chi mandava avanti il paese e di chi amministrava bene. Privo di retorica localistica e certamente non simpatizzante per la recente esaltazione tutta enogastronomica delle Langhe, era però legato ai suoi elettori e a Mondovì, che non ha mai lasciato e dove ha pubblicato per decenni il battagliero quindicinale "Il Duemila". Provando orgoglio per l'elezione a presidente della Provincia di Cuneo, guidata con impegno dopo aver fatto più volte il ministro e il sottosegretario.
E forse la prova, seppure a rovescio, del suo radicamento nella provincia Granda la dettero gli elettori torinesi quando, con un po' di puzza sotto al naso, lo bocciarono come sindaco della loro città, anche se per meno di 5.000 voti. Aveva capacità politica e sapeva farla valere anche partendo da una piccola corrente di un piccolo partito. Il suo seguito locale, mai venuto meno, era un punto di forza che gli consentì di rompere gli equilibri interni nel Pli, portando alla segreteria Alfredo Biondi e definendo in anticipo i due schieramenti interni al liberalismo italiano, che poi si sarebbero divisi tra adesioni al Partito Democratico, come fece Valerio Zanone, e scelta per le varie forme prese dal centrodestra, come fecero Costa, passato prima per l'Udc, e Biondi (assieme a molti altri nomi di peso del liberalismo).
Aveva, detto con affetto, la fissazione di far funzionare bene lo stato. Un vasto programma che lo portò a sfide con uffici inefficienti, ospedali da andare a controllare, statali devoti al cappuccino, dirigenti irraggiungibili e sempre laconicamente "fuori stanza". Un paradosso liberale, a pensarci bene, perché se la burocrazia potesse funzionare, e cioè se fosse emendabile dal peccato originale statalista, allora il liberalismo non servirebbe a un bel niente. Anche nelle repubbliche socialiste si pubblicizzavano battaglie antiburocratiche, come se il problema fosse negli uffici maligni o tra i dipendenti fannulloni o peggio, ma mai un grammo di efficienza in più venne portato nella macchina statale.
Costa lo sapeva bene ma sapeva anche che la prima linea dello stato, per i cittadini comuni, è fatta di uffici pubblici, di ospedali, anche di servizi privati se sottoposti a regole, e che il valore della democrazia e dello stato di diritto passavano anche per la percezione immediata di piccole questioni. E cercava di tenere assieme la visione liberale con questo ruolo da difensore civico che si era conquistato e che mantenne anche negli anni di governo con Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi e poi con Silvio Berlusconi.
Ha avuto una bella famiglia e due figli, uno di essi ha ereditato passione politica e dedizione al garantismo. Con un'altra grande piemontese, Emma Bonino, da lui diversissima, ha condiviso l'impegno fattivo per i diritti liberali. Sono morti nello stesso giorno.