Ritratto di Enrico Costa, capogruppo alla Camera di FI, ex ministro e “garantista palindromo”

Piemontese di Mondovì, figlio dell'ex ministro liberale Raffaele Costa, è stato uno dei volti della battaglia per il Sì al referendum. In prima linea ogni volta che nei Palazzi venivano toccati i temi chiave della possibile riforma della Giustizia

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14 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:30 PM
Immagine di Ritratto di Enrico Costa, capogruppo alla Camera di FI, ex ministro e “garantista palindromo”

Enrico Costa, durante la presentazione del Comitato SìSepara, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, per sostenere la riforma della giustizia in vista del referendum 2026. Roma, 12 novembre 2025. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Non una notte di lunghi coltelli aspetta il neo-designato capogruppo alla Camera per Forza Italia Enrico Costa, ex ministro e oggi parlamentare azzurro (come alle sue origini politiche e dopo il passaggio per l’Azione calendiana); bensì un anno pre-elettorale denso per un partito, il suo, che è stato travolto nell’azzurro mare dei rivolgimenti post-referendari, con Marina e Pier Silvio Berlusconi a prua, a monitorare la fase di rinnovamento che ha portato alla sostituzione, in Senato, di Maurizio Gasparri con Stefania Craxi e all’avvicendamento, alla Camera, tra Paolo Barelli e Costa stesso.
E quello di Costa, d’altronde, è un nome palidromo: come lo leggi lo leggi, sempre garantista rimane, e non soltanto perché il deputato è stato uno dei volti della battaglia per il Sì al referendum, ma perché la sua carriera è stata tutta improntata a tenere alta la bandiera della “giustizia giusta”, prima da avvocato figlio dell’ex ministro liberale Raffaele Costa, poi da ministro per gli Affari Regionali nei governi Renzi e Gentiloni, e da viceministro alla Giustizia con il dem Andrea Orlando, da estensore dell’emendamento anche detto “bavaglio” sul divieto di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, da uomo-simbolo della battaglia sul diritto all’oblio e, risalendo a ritroso, da relatore del “lodo Alfano”, legge che prevedeva la sospensione dei processi penali nei confronti delle quattro più alte cariche dello stato, poi bocciata dalla Corte Costituzionale. Il suo iper-garantismo è anche il faro che fa apparire Costa come uomo-ponte tra maggioranza e opposizione: l’ex ministro è stato infatti in prima linea, in questi anni, ogni volta che nei Palazzi venivano toccati i temi chiave della possibile riforma della Giustizia: processi mediatici, intercettazioni, prescrizione, separazione delle carriere, carcerazione preventiva.
Piemontese di Mondovì, tennista e giallista, ma non nel senso della scrittura quando della lettura intensiva di gialli e storie misteriose in cui si appassiona, più che al nome del colpevole, al processo di raccolta delle prove, Costa non ha temuto l’impopolarità nelle guerre d’opinione d’argomento giudiziario neanche ai tempi in cui affrontava la contrarietà delle piazze anti-berlusconiane (popoli viola e post-it gialli), in veste di bersaglio per via del suddetto Lodo Alfano, e giù giù fino a oggi, quando la sconfitta del Sì non ha determinato in Costa un cambio di passo rispetto all’idea di voler difendere il cittadino dalle conseguenze degli errori giudiziari: era stato infatti proprio lui, quando alla Giustizia sedeva il Cinque Stelle Alfonso Bonafede, a proporre una legge per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti, ed è sempre Costa il promotore di varie iniziative per il diritto all’oblio, come la proposta di deindicizzare il nome degli assolti sui motori di ricerca, per evitare che un innocente venga marchiato a vita da indagini finite nel nulla. “Lo stato deve sì chiamare chi compie un reato a risponderne”, diceva a questo giornale a fine 2024, “ma ha il dovere, quando qualcuno esce poi innocente da un processo, di fare sì che questa persona si ritrovi nelle stesse condizioni in cui si trovava prima di essere accusata”.
Laureato all’Università di Torino, padre di un figlio adolescente, allievo politico di Gaetano Pecorella, Costa nel 2017 si era dimesso all’improvviso dalla poltrona di Ministro per gli Affari Regionali nell’allora governo Gentiloni. “Rinuncio al ruolo e mi tengo il pensiero”, aveva detto, “e a chi mi consiglia di mantenere comodamente il ruolo di governo, dando un colpo al cerchio e uno alla botte”, aveva scritto nella lettera di dimissioni, “rispondo che non voglio equivoci né ambiguità. Allungherò la lista, peraltro cortissima, di ministri che si sono dimessi spontaneamente”. Parlava allora, Costa, dell’“estremismo di centro” come di un luogo ideale “appassionante ma velleitario”, e chissà se fischiano le orecchie a chi vede il centro, dai due poli, come la più irresistibile delle chimere. Eppure, già in disaccordo con il centrosinistra sullo ius soli e sulla giustizia, Costa pungolava il centro stesso: se vuole incidere, era il concetto, deve fare “da integratore per le performance dell’area liberale”. E oggi che Costa è al centro, ma sul lato azzurro, la sfida per la definizione della chimera è più che mai aperta.