Dare al Cav. quel che è del Cav.: Meloni è andata alla sua scuola

Diversi, ma le componenti del successo sono le stesse: l’alternanza, con la destra, sdoganata, la compattezza della coalizione, l’importanza del farsi capire. La duratura Ducia liberale è il berlusconiano “nuovo, grande miracolo italiano”
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Un tributo politico a Berlusconi è opportuno. Nessuno ne parla più, dal punto di vista del lascito politico, ciò che è sommamente ingiusto. Non per le sue mattane e bizzarrie varie, ma per la sua avventura sì, il tributo è essenziale. Meloni non è esistita politicamente per via del Cav., con il quale ha fatto il suo apprendistato di governo. Anzi, è una che si ribellò senza strepiti e abiure al progetto politico finale del capo di Forza Italia, lasciando il Polo della Libertà e mettendosi in proprio con quattro gatti, e ha poi assunto una lunga fase di opposizione a governi di cui il suo ex alleato fece parte nello strepito e nel tumulto pubblico e personale, sfociando infine, la pulzella del centrodestra, in una clamorosa marcia elettorale premiata dalla leadership di un esecutivo duraturo. 
Infatti è durata parecchio finora, il che non la rende un potere eterno in sé, visto che l’unico aspirante storico a quel ruolo, Giulio Andreotti, fu a capo del governo più breve della nostra storia, appena sette giorni, ma fu anche nei decenni il pupillo e il facitore di un regime democristiano che è durato più del famoso ventennio. Meloni potrebbe, anche se non è affatto sicuro, vincere le prossime elezioni politiche con la sua alleanza di centrodestra. Siccome non esiste più alcun regime, grazie all’avventura berlusconiana, il suo governo e la sua coalizione sono più che esposti al vento dell’alternativa. Il fatto è che le componenti del suo successo sono esattamente le stesse impostate da Berlusconi quando si decise a entrare in politica incarnando l’alternanza. Sdoganata, come si diceva all’epoca, dall’imprenditore che non sapeva fare politica ma aveva un intuito privato formidabile, la destra si è trasformata in una merce comune, appetibile per una maggioranza e non rigettata dall’establishment europeo e occidentale, e lo ha fatto con i suoi propri mezzi. Ma tutto nasce con la famosa uscita berlusconiana nel supermercato di Casalecchio di Reno, “voterei Fini senza esitazioni”, che trasformò per lunghi anni il Cav., un moderato naturale, un democristiano di formazione, nel Cavaliere nero degli incubi liberal.
Meloni è spigolosa, ma con Salvini riesce a mettere in atto la tecnica del concavo e del convesso di cui Berlusconi si vantava e che non sempre praticava adeguatamente (la lite con Bossi, poi Fini). Ha sopportato putinismo e vari altri controcanti con stile, nuotando come dice “nella colla”, non rinunciando per la sostanza alle sue scelte opposte di alleanza e di sicurezza nazionale ed europea. Oggi i suoi avversari sono come stregati dalla compattezza inaudita di una coalizione che avrebbe potuto rompersi o incrinarsi fatalmente in ogni momento della sua storia di governo. Anche questo è un prodotto della idea realistica di necessità che permise al Cav. di mettere insieme leghisti e neri associandoli a un parapartito di tipo liberale, una plastica piuttosto resistente. Meloni non è del genere “mi consenta”, parla spesso in modo spicciativo, affetta come un trofeo l’identità popolare e sfugge alla lusinga del perbenismo, che fu invece un tratto pertinente del suo mentore originario. Ma per ambedue l’importante era ed è farsi capire. Insomma, non è la figlioccia di Berlusconi, ma è andata alla sua scuola, e Berlusconi in fondo, nella sua pazzia savia, è stato un vero caposcuola di politica. Anche per il fatto che domani potrebbe andare a casa, visto che il vecchio regime non c’è più e al suo posto c’è l’alternanza, la duratura Ducia liberale è il berlusconiano “nuovo, grande miracolo italiano”.