Politica
l'editoriale dell'elefantino •
Lo stop al fascismo e al fascismo degli antifascisti è merito di una fatina dai capelli turchini di nome Giorgia
La balla del nuovo Ventennio. Molto più interessante sarebbe capire come mai è stata la destra politica a unificare e integrare nella nuova normalità un paese diviso da una delegittimazione civile, culturale e istituzionale tanto dura a morire
5 SET 26

Foto Lapresse
In molti continuano a domandarsi se Meloni sia fascista, e uno storico abborracciato ha appena inventato una formula interpretativa tuttofare, il “fascismo bianco” o “fascismo gentile”. Balle. Alla luce del discorso di Bari per i quattro anni di governo il balletto ricomincerà di sicuro. Molto più interessante sarebbe capire come mai è stata la destra politica a unificare e integrare nella nuova normalità, infine, un paese diviso da una delegittimazione civile, culturale e istituzionale tanto dura a morire. In realtà tentativi di superare l’orizzonte chiuso di uno spirito repubblicano esclusivo e ipocrita c’erano stati anche prima di Meloni. Si è celebrato un governo duraturo, che supera per estensione temporale solo due esecutivi italiani, quelli diretti da Craxi e da Berlusconi, il che vuol dire che certi conti politici tornano. Craxi fu il primo presidente del Consiglio incaricato a includere nel 1983 il Msi nelle consultazioni per la formazione del governo ed era d’accordo con lo storico eretico De Felice, che propose l’abolizione della norma transitoria contro la ricostituzione del Partito fascista in nome dell’alternanza in una Repubblica ormai saldamente ancorata alla democrazia, e Craxi fu sempre rappresentato nella satira e nella polemica arrembante con gli stivaloni di Mussolini. Berlusconi incarnò l’alternanza e diede il via alla propria storia politica dicendo scandalosamente che avrebbe votato un missino in competizione con un radicale di sinistra, e senza esitazione, a sindaco di Roma. La curiosità intorno a Giorgia Meloni, inevitabile, ha smesso di concentrarsi, almeno tra le persone raziocinanti, sul suo “tasso di fascismo”. Nata nel 1977, aveva d’altra parte diciassette anni quando a Fiuggi fu teorizzato che destra e fascismo sono due cose diverse, che il fascismo morì con Mussolini, che la destra c’era prima del fascismo e gli è sopravvissuta, e che ora i figli del partito nostalgico fondato dopo la guerra e la Liberazione “abbandonano la casa del padre”. Fini, partito bene, partecipò in seguito al rito dell’espiazione e ridusse il suo stesso progetto ad affare politichese, divenendo il beniamino di una destra di sinistra invero grottesca. Meloni non si è mai sottomessa al rito dell’abiura, invano richiesto, ma con insistenza, dall’opposizione, e ha scelto il pragmatismo. Oggi le rimproverano di non aver riformato l’Italia in questi quattro anni, di aver perso una grande occasione per farlo, la stabilità politica, sorvolando però sul fatto che la stabilità è figlia del suo profilo pragmatico e della sua adesione a princìpi non negoziabili in politica estera e di sicurezza, il fulcro di ogni politica e cultura di stato.
La cosa che stupisce è che sia così poco diffusa la domanda su come mai sia stata la destra, nella figura di una donna molto giovane, a impersonare un metodo di governo estraneo alla guerra civile ideologica che è un tratto dei più duri a morire della vicenda nazionale dal 25 aprile a oggi. E come mai questo metodo abbia prodotto stabilità politica. E se questo metodo possa produrre un conservatorismo riformatore in grado di realizzare fino in fondo la transizione verso un paese compiutamente postfascista e postcomunista, insomma una compiuta democrazia liberale caratterizzata dall’alternanza di forze diverse alla guida dello stato.
A mia memoria solo un buon libro laterziano dello storico Paolo Macry sulla destra italiana, commentato nel Corriere da Ernesto Galli della Loggia nel dicembre del 2023, poco dopo la nascita del governo Meloni, ha affrontato la questione delle ragioni dell’integrazione mancata della destra, forse ora in corso di realizzazione, nel nostro sistema politico e costituzionale, e lo ha fatto con rigore, cioè sine ira ac studio, senza faziosità, senza dileggio superficiale, senza l’eccesso del pregiudizio. Molto, ma anche un po’ poco. Il primo presidente del Msi fu Junio Valerio Borghese, di cui il generale Catenacci, nemico en titre di Meloni, è una pallida caricatura vernacolare, pur nella sua pericolosità. Ma la risorgenza di un fascismo integrale è salutata con evidente golosità da tutti quelli che vogliono legittimamente abbattere il governo Meloni. E questo dipende appunto dal fatto che a forza di blaterare antifascismi da teatrino in pochi hanno cercato di capire perché lo stop al fascismo e al fascismo degli antifascisti è arrivato dall’esperienza di una fatina dai capelli turchini di nome Giorgia e non da una classe dirigente che sull’equivoco della guerra civile infinita aveva deciso di prosperare.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

