Tra il suicidio come “l’unica vera questione filosofica seria”, secondo la celebre definizione di Albert Camus, e l’accettazione per via regionale del suicidio medicalmente assistito
approvata dal Veneto non c’è solo l’abisso di ottantaquattro anni di vite e di morti che hanno scosso dalle radici l’antropologia che, bene o male, ha retto un paio di millenni occidentali. C’è anche, tanto per rimanere alle citazioni canoniche, quella del filosofo sociologo Émile Durkheim che mezzo secolo prima di Camus definì il suicidio “un fatto sociale”. Intendendo con ciò che si tratta di un fenomeno costante in ogni civiltà. Ma anche, e questo ci riguarda da vicino, che è una scelta che coinvolge l’intera società. Del più radicalmente solitario dei gesti, si potrebbe dire che non ci si suicida mai da soli. Riguarda anche gli altri, una cerchia privata o pubblica, perché si tratta di una scelta – una valutazione di valore – che incide sulla percezione sociale, fino a diventare fattore di legge e diritto positivo. Fino, appunto, a trasformare la questione individuale e filosofica in un diritto garantito dal servizio sanitario pubblico.
Nel profondo avvallamento che divide la libertà individuale di autodeterminare la propria vita (pure il cardinale Zuppi si era accorto, nel Fienile di Zaia, che le cure palliative non c’entrano, “se parliamo di accanimento terapeutico, la Chiesa è contro”. Ma da mo’) e la rilevanza sociale di un diritto trasformato in assoluto dovrebbe esserci lo spazio di un dibattito pubblico, politico, serio. Ma bastano due passi, per rendersi conto che quell’avvallamento si è fatto palude, steppa incolta. Nei 17 anni che ci separano da Eluana Englaro, nei nove che ci separano da Dj Fabo, non è solo cresciuta l’iniziativa politica dei sostenitori della dolce morte variamente declinata; non è solo diventato possibilità comunemente accettata nell’opinione pubblica il ricorso al suicidio assistito, un modo di finirla come un altro, argomento di ogni talk del pomeriggio. Ma con ogni evidenza, ed è la cosa più preoccupante, è appassito, scomparso, ogni dibattito serio. Filosofico o politico. Due sentenze recentissime della Corte costituzionale hanno rimandato la responsabilità di legiferare al Parlamento, anche per non lasciare la materia a una regionalizzazione selvaggia (il suicidio assistito come unica materia di autonomia differenziata, in uno stato che la nega). Ma ancora nel giugno scorso il lavoro sui disegni di legge sul fine vita è tornato a fermarsi, in uno stillicidio di scaramucce esclusivamente politiche e tattiche, niente, proprio niente, di filosofico o etico. Sulla stampa ieri non si è letto granché. Né acclamazioni né anatemi. Sul Corriere c’era però un interessante commento di Enzo d’Errico che rifletteva sull’abbandono personale e sociale che porta alla disperazione e, spesso, alla morte come il vero dramma che la comunità, lo stato, dovrebbero affrontare. Ma si riferiva alla tragedia dei due genitori di Roma che hanno ucciso la loro bambina disabile e poi si sono tolti la vita. Che la stessa tragedia di solitudine o mancato sostegno sia decisiva, a volte, anche per la scelta del suicidio assistito è invece un tabù culturale. Roba da retrogradi. Eppure l’ha raccontato su Tempi la consigliera comunale milanese Deborah Giovanati, diventata amica di Domenico Zuccarella, primo caso di suicidio assistito della Sanità regionale lombarda.
Non si può non notare, dai tempi di Eluana Englaro e delle coeve battaglie bioetiche della Cei, che anche la voce dei cattolici (persino quelli che il prof. Melloni chiama saccente “i cattolici (lecitamente) reazionari e (lecitamente bigotti)” s’è fatta afona. Siamo passati dal cardinal Ruini o da un Gaetano Quagliariello a Claudio Borgia o a Simone Pillon. Anche sul fronte politico lascia perplessi la vaghezza culturale – diciamo così, per non dire dottrinale – di Luca Zaia, ieri su Repubblica, che pur dichiarandosi cattolico fa surf sui concetti base, “i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno”, e riduce la Chiesa a un ente morale che “detiene il Sacro Graal, ma i cattolici nelle istituzioni devono occuparsi non delle anime, ma dei corpi”. Dove la differenza tra legiferare cercando di sostenere dei princìpi (che ovviamente e legittimamente possono finire in minoranza) e il laissez-faire relativista diventa impalpabile. Pure significativo è che per trovare una posizione quantomeno coerente si debba cercare sul Giornale Mariastella Gelmini, mai stata una pasdaran dei comitati etici, che si dichiara con nettezza “contraria a suicidio e eutanasia”, anche se non a una legge, fatta però dal Parlamento. Ieri Avvenire ha avuto un sussulto, “Suicidio Veneto” il titolo, se non altro per tenere conto delle dure critiche di molti vescovi, in primis il patriarca di Venezia Francesco Moraglia. Ma per il cattolico Zaia “la differenza tra me e un prete è che io devo applicare una legge, e il prete no”. Non è esattamente così, ma Zaia è perfettamente in sintonia con un parlare ecclesiale, anche nelle gerarchie, sempre più su questi temi simile a un “nì-nì” poco evangelico. Preoccupato di non disturbare.
Il tema del fine vita, e tutto quanto di filosofico ci sta attorno, meriterebbe un po’ di più, e non solo da parte cattolica. Anche se di Albert Camus non ne fanno più.