Meglio tirare le cuoia che tirare Salvini

Meloni e il voto anticipato. La premier guarda ad aprile con fissità da entomologo. Perché la questione non è più politica ma agronomica. L’alleato non si riprende, anzi: più sta male, più si agita e più si aggrava
3 SET 26
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Foto Ansa

Manda il suo amico fraterno, Alessandro Morelli, a Ceuta con la telecamera e il microfono a raccontare la rovina della Spagna, quasi fosse il Sergio Zavoli della ruspa, infischiandosene del fatto che è un sottosegretario e che così espone anche il governo; poi spinge la propria disperazione elettorale fino alla polemica con Tajani “non parlo di lui ma c’è un’ansia antirussa che mi preoccupa”, infine con i suoi torna a parlare del Viminale come l’unica strada di salvezza e di rilancio personale. Tanto più Matteo Salvini annaspa inseguìto dai sondaggi in calo e dai colonnelli rivoltosi, tanto più insomma ricorre a qualsiasi espediente per risalire la china e diventare la copia di Vannacci – che è a sua volta la copia del Salvini di un tempo – tanto più il vicepremier sta finendo con l’assomigliare a Robert De Niro nel finale di “Toro scatenato”, quando dopo l’incontro si finisce dissanguandosi nella toilette. Così adesso circola per le stanze di Palazzo Chigi una massima di conio recente, breve come una sentenza latina e spiccia come una battuta di caserma. “Meglio tirare le cuoia che tirare Salvini”. E accade per la prima volta nella storia della Repubblica che lo scioglimento anticipato delle Camere venga presentato come un gesto d’affetto, quasi una carezza sulla fronte a un povero picchiatello che pure ebbe la sua grandeur.
“Meglio tirare le cuoia che tirare Salvini”, il leader di un partito che, con una preveggenza che ha del sinistro, si è intitolato a un carro, anzi a un Carroccio. Chi l’abbia inventata non si sa, ma già si tramanda per via orale come i proverbi contadini sul tempo, quelli che annunciano la neve osservando il traffico delle formiche. Perché la questione, spiegano gli aruspici del piano nobile con la faccia mesta di chi ha già guardato dentro il fegato della bestia, non è più politica ma agronomica. L’alleato non si riprende, anzi: più sta male, più si agita e più si aggrava. Lo si è innaffiato, concimato, spostato al sole, gli si è parlato con quella voce dolce e vagamente imbecille che si riserva alle piante grasse in agonia, e lui niente, continua a perdere foglie sempre nello stesso punto del tappeto. Altro che Vannacci, che Meloni per adesso giura di non voler prendere in coalizione – dice un ministro: “Dovremmo dargli l’8 per cento dei seggi sulla base di un sondaggio, tanto varrebbe consegnargli anche le chiavi di casa” – il problema è Salvini. “Fosse per me voterei anche subito”, pare abbia detto la presidente che non vuole stare a un gioco che logora il residuo carisma e trasforma il governo del miracolo (domani sarà il più longevo della storia della Repubblica) in una corte dei miracoli. Tutto lascia prevedere a Meloni un anno orribile, gravido di vendette, dispetti, regolamenti di conti, fuochi d’artificio e tricchetracché. Ma a ben vedere, a Palazzo non abita nessuna disperazione.
C’è semmai una gaia disponibilità al trapasso, un ottimismo funebre, la serenità di chi ha esaminato tutte le uscite disponibili e ha stabilito che la più dignitosa resta il decesso. Perché tirare a campare è un’arte che richiede materiali decenti e compagnia sopportabile, mentre trascinarsi per un anno intero un alleato che insegue se stesso a ritroso costa più fatica di quanta ne costi morire in orario. Si tira a campare, si tira la carretta, si tira per le lunghe, si tirano le somme quando ormai non c’è più niente da sommare, e alla fine si tirano le cuoia. L’unico a implorare ancora un anno di tempo è precisamente colui in funzione del quale il tempo è diventato un pericolo. Salvini chiede mesi per recuperare quello che perde, senza sospettare che sono proprio quei mesi la sede naturale della perdita e che la sua strategia da Toro Scatenato gonfia Vannacci mentre indebolisce il governo, la Lega e tutto il centrodestra. Lui fa l’unica cosa che sa fare quando la temperatura sale, e cioè alza la dose. E siccome la dose non basta mai, la alza ancora, visita Tor Bella Monaca, la periferia romana della droga e del disagio sociale, spedisce sottosegretari a filmare tendopoli in Spagna, rifiuta il ballottaggio nella legge elettorale, invidia Vannacci accusato di essere una pedina di Putin dal Financial Times e allora ci manca poco che si metta a parlare russo. “Così colui, del colpo non accorto, / andava combattendo ed era morto”, dice il poeta.
Meloni invece osserva l’11 di aprile con la fissità dell’entomologo, e vede una primavera pulita, l’urna staccata dalle amministrative, il rischio circoscritto, la legislatura chiusa mentre forse è ancora presentabile. Durare è un esercizio delicato, che richiede aria buona, spese contenute e un socio in condizioni almeno decorose, mentre trascinare per altri dodici mesi un alleato che ogni mattina insegue il proprio elettorato per le strade di provincia è una spesa corrente che nessun record di longevità riesce ad ammortizzare.