Politica
L’Eternellum •
Al Senato riparte la contesa sulle regole del voto. Con le parole di sempre, e ora i sospiri di Boccia
Dalla legge del '53 al Mattarellum, dal Porcellum allo Stabilicum, la storia è sempre la stessa: si grida all'attentato alla democrazia, all'omicidio della Costituzione. Poi la domanda ritorna ancora: "Fu vera truffa?"
2 SET 26

Per ogni legge elettorale che nasce c’è una democrazia che muore. Ma poi rinasce. La cerimonia si è riaperta ieri al Senato, con il caldo di agosto e l’umore di settembre, che è la combinazione peggiore, e con quattro capigruppo del campo largo schierati alla Sala Nassiriya a parlare (male) della riforma elettorale del governo. Francesco Boccia, il capogruppo del Pd, sospira cinque volte. Il primo sospiro ha ancora il tono professionale di chi affronta un dovere democratico, l’ultimo il timbro di chi conosce già il finale, e nel mezzo ci stanno settant’anni di contesa italiana sulle regole del voto, riassunti meglio di quanto sappiano fare i settecento emendamenti depositati ieri dalla sinistra. Perché un emendamento forse dichiara una posizione, ma solo il sospiro confessa una condizione dello spirito. La noia dell’eterno ritorno dell’uguale. Sempre la stessa mosca che si posa sugli stessi nasi. Nel 1953 la legge che assegna il 65 per cento dei seggi a chi supera la metà dei voti viene battezzata “truffa”, e attorno a quella parola si consumano settantasette ore di seduta ininterrotta, un ostruzionismo omerico, calci, morsi, sedie degli stenografi brandite come clave, un deputato comunista che rovescia l’urna. Cinquant’anni dopo l’Archivio storico del Senato le dedica una mostra e ne pubblica gli atti sotto il titolo, che vale da solo l’intera vicenda: “Fu vera truffa?”. Il Mattarellum, nome volutamente pomposo per un sistema da due soldi nell’opinione del professor Giovanni Sartori che così lo battezzò negli anni Novanta, quella riforma che Pannella giudicava un tradimento della volontà popolare, è stato riproposto in commissione a giugno con due emendamenti a prima firma di Riccardo Magi, che è un radicale. Il Rosatellum, nato nel 2017 in mezzo agli improperi, è oggi la legge di cui le opposizioni invocano la sopravvivenza con l’ardore che si riserva ai monumenti. E persino il Porcellum, ideato da Roberto Calderoli per Berlusconi fu poi apprezzato da Prodi che ci vinse le elezioni nel 2006. Oggi, contro lo Stabilicum, che le opposizioni ribattezzano subito Melonellum perché il nome lo impone sempre l’avversario, in due mesi si sono già spese l’incostituzionalità, la vergogna, il plebiscito, il premierato camuffato e la fine della Repubblica parlamentare. Ma “fu vera truffa?”. Ai sospiri di Francesco Boccia l’ardua sentenza.
Il 16 luglio la Camera ha approvato lo Stabilicum con duecentodiciassette voti favorevoli e centocinquantadue contrari, e ieri il testo ha ripreso il suo cammino al Senato. Le opposizioni, che nel frattempo lo hanno ribattezzato Melonellum, hanno esposto cartelli, denunciato il furto di democrazia, evocato i pieni poteri e tirato in ballo la legge Acerbo, quella con cui il fascismo si assicurò il Parlamento nel 1924. Ora, la legge Acerbo assegnava i due terzi della Camera alla lista che avesse superato il venticinque per cento. Lo Stabilicum assegna settanta seggi in più alla Camera e trentacinque al Senato a chi arriva al quarantadue, con un tetto invalicabile e il ritorno al proporzionale puro se nessuno ci arriva, sempre che la maggioranza non reinserisca il ballottaggio, come sta valutando in questi giorni. Il che non è un argomento a difesa della riforma, ma soltanto una misurazione della distanza fra i fatti e le parole che li accompagnano. Distanza che si apprezza meglio da lontano, perché nel 2015, quando il governo Renzi mise la fiducia sull’Italicum, a gridare al fascismo fu la destra, e a scomodare il bivacco di manipoli fu Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia, mentre Bossi evocava l’Aventino. Le stesse parole, gli stessi presagi funebri, i medesimi accenti da estrema unzione della patria, che migrano da un lato all’altro dell’emiciclo. Il sospetto, a questo punto, è consentito. Ovvero che dopo settant’anni di leggi riscritte per procurare alla nazione una stabilità che si concede a intermittenza, valga la pena di cercarla dove nessuno l’ha mai cercata, cioè in una certa misura del linguaggio, che non costa nulla, non richiede tre letture e non deve passare per il vaglio della Consulta.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.
