“Si faranno, ma oggi non hanno più senso. Troppe differenze fra Pd e 5s”. Parla Salvatore Vassallo

"L’alleanza è distante sui fondamentali. Per avere una risposta certa bisognerebbe capire se le posizioni di Giuseppe Conte sul conflitto tra Russia e Ucraina siano dettate da opportunismo elettorale oppure no”, dice il politologo
29 AGO 26
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Foto ANSA

Il papà delle primarie pensa che le primarie abbiano perso la loro ragione storica. “Sono state concepite per forze politiche che condividono dei fondamentali. Ma ora potrebbero non avere senso”, dice al Foglio Salvatore Vassallo. Colui che ha contribuito a rendere le primarie uno strumento identitario del Pd, partecipando alla scrittura del suo statuto fondativo. E che oggi, lontano dagli scranni parlamentari e vicino alla cattedra da professore, pur riconoscendo i valori di quello strumento importato da oltreoceano, ha difficoltà a dire che sia utile usarlo per dare un leader al centrosinistra attuale. “Per avere una risposta certa bisognerebbe capire se le posizioni di Giuseppe Conte sul conflitto tra Russia e Ucraina siano dettate da opportunismo elettorale oppure no”, dice il politologo. L’ipotesi più plausibile al momento è che si faranno, secondo lui. Che a differenza di altri dem ritrova elementi interessanti nell’idea di Speranza di mettere come candidato premier un neodiciottenne o un anziano partigiano. Per Vassallo “la tesi ha una sua consistenza”.
Le tensioni sulle primarie hanno più di vent’anni. “Tutto è cominciato alle primarie pugliesi del 16 gennaio 2005, quando si dimostrò che potevano essere non solo una liturgia di partecipazione e sostegno al leader in pectore, ma anche realmente competitive, capaci di dare esiti non previsti”, dice Vassallo. Avevano tre funzioni: “Dare l’opportunità agli elettori di esprimere dissenso verso il governo in carica e sostegno al centrosinistra, poi renderli capaci anche di scegliere la leadership della coalizione, e infine consentire agli elettori delle componenti minori di sentirsi maggiormente parte della coalizione”. Il dibattito si è poi intensificato, “in parte facendo riemergere contrasti che erano già risultati evidenti nella fase fondativa”. Le critiche maggiori arrivavano dalla componente dalemiana del Pd e da quelle post democristiane della Margherita. “Intravedevano nell’uso sistematico di questo metodo una perdita di controllo, ma anche la possibilità che entrassero in gioco figure eccentriche”, spiega il politologo. “Tutto ciò ha portato a delle modifiche nello statuto, per rendere più difficile fare le primarie o più facile evitarle”. Ventuno anni dopo, all’interno del Pd si continua a pensarla in maniera differente. Vogliono le primarie sia Schlein che i riformisti (“ma loro avrebbero preferito che l’alternativa a Conte avesse un altro profilo”, dice Vassallo), mentre un fronte contrario avanza intervista dopo intervista e raggiunge il suo culmine nella proposta di Speranza: un neodiciottenne o un partigiano come candidato terzo.
A dem storici come Arturo Parisi questa idea “ha fatto arrabbiare”. Vassallo ci vede di più. “Ciò che dice ha una sua plausibilità, ossia che si perdono più voti sul versante del M5s se la candidata unica della coalizione è Schlein di quanti se ne perdono sul versante Pd se il candidato è Conte. Ed è un argomento – ragiona il politologo – che ha una sua consistenza da un punto di vista empirico”. Da qui, due modi per interpretare la sua proposta: “O diamo a Conte in anticipo la leadership, o, in quanto contrari all’indicazione di un candidato premier, candidiamo un anonimo. A quel punto, per scegliere il primo ministro, o si fa come il centrodestra nel 2022 (chi prende più voti esprime il premier) oppure diciamo agli elettori: ‘Ve lo diremo dopo’”. Dietro a questo ragionamento, però, rimane qualche dubbio. “E’ in contraddizione con cose che vari esponenti del centrosinistra hanno detto e praticato negli ultimi vent’anni, osannando le primarie per la loro capacità di dare un nome prima delle elezioni”, dice Vassallo. “E poi potrebbe essere poco praticabile. Conte, che è molto popolare, vuole un’investitura prima delle elezioni e può ottenerla solo con le primarie. E Schlein non si tirerà indietro”. Su chi ne uscirà vittorioso non si esprime. Ma su una cosa è sicuro: “La teoria del campo largo promossa con insistenza dal Pd è stata inizialmente sostenuta col presupposto che gli altri alleati sarebbero stati comunque dei partner minori. Tuttavia, oggi gli elettorati sono comparabili, e c’è un certo grado di reciproca diffidenza fra loro su questioni chiave. Se la posizione di Conte su Kyiv non fosse solo retorica ma segno di una profonda divaricazione su temi fondamentali, le primarie non avrebbero più senso nel campo largo”.