Politica
l'editoriale dell'elefantino •
Il Pd rischia di andare alle elezioni nel nome del nulla
Speranza fa quasi il filosofo svelando il problema del centrosinistra: i nomi dipendono dalle cose, e senza cose ben venga anche un prestanome per guidare un governo. La dura realtà di un partito costruito sulla sabbia
27 AGO 26

Foto ANSA
Questa idea bislacca di Roberto Speranza, un prestanome per guidare la coalizione di centrosinistra, un bambinone appena diciottenne o un partigiano combattente che vada per i cento, non sarà realizzabile ma la dice tutta sulla coalizione a guida Pd. I nomi dipendono dalle cose, e se non c’è la sostanza politica, che è la cosa in sé, decisiva, dell’arte della competizione tra rapporti di forza e della eventuale vittoria, allora va bene interrompere la dipendenza e andare alle elezioni con il nome del nulla. Speranza forse non lo immagina neppure, ma è un filosofo. La sostanza politica, la cosa, non è un programma, alla portata di tutte le borse, e nemmeno una persona, tutti sono interscambiabili alla fine, è una faccenda diversa. Un insieme di esperienza, carattere, esposizione collettiva e personale, un fondamento insieme logico e immaginifico, storico e profetico, un teorema e una poesia, o almeno una gran faccia tosta che ispiri sicurezza e tenacia: questa è la sostanza di una politica, e della sua espressione individuale nella capacità di guida. E questa cosa c’è o non c’è. Nel caso in ispecie non c’è. Di qui l’intuizione peregrina ma parlante di un prestanome che certifichi la mancata sostanza.
Ci sono la capa del partito che ha più voti, la più votata a sua volta in assurde primarie aperte di parecchi anni fa, una capoclasse da assemblea studentesca che gentile e onesta pare, il che in sé non sarebbe poco. C’è il capo del secondo partito, come consistenza elettorale, la persona più fungibile del mondo, una capriola molto divertente con una sua strana efficacia ribaltabile. Ci sono sindaci in passerella, città simbolo, esperienze varie ma generiche, evanescenti competenze, ma non c’è quell’insieme che è una storia personale, un punto di vista convincente e di comando politico sul mondo e sul paese, non si dica addirittura una visione, non c’è lo slancio culturale e materiale, fatto delle più sofisticate astrazioni retoriche e delle più concrete promesse, che sta alla base di una candidatura credibile.
E’ il destino e la non consistenza del Pd, un partito dove di serio ci sarebbero solo le aborrite correnti, perché il resto dell’amalgama fu condannato come “non riuscito” da uno dei suoi cinici fondatori e considerato fungibile per una carriera di cineasta, romanziere e moralista vago da un altro fondatore. Il centrosinistra per adesso, con tutte le sue probabilità statistiche di vittoria o pareggio, con tutte le debolezze del campo avverso che il campo largo potrebbe sfruttare, sembra costruito sulla sabbia. Ce la può fare, l’amalgama, perché l’opposizione per definizione ha il margine per affermarsi contro la maggioranza, ma sarebbe una sorpresa prima di tutto per la coalizione stessa. Non ha esperienza del tragico, dell’ossatura dura del tempo che vive, lavora a pieno ritmo come un frullatore quando sarebbe necessario non dico un carro armato ma una macchina ben oleata e costruita in acciaio. L’idea del prestanome per la candidatura alla guida del governo poteva venire in mente, per quanto dissennata, solo a una sorta di politico saggio capace di sentire dall’interno, malgré soi, quanto sia gramo e floscio il rapporto tra la cosa e il nome.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
