I sindaci all’estero sono alternative, in Italia sono sintomo di un problema

New York, Londra, Parigi e l’Italia. Cercansi disperatamente alternative al vuoto. Cosa ci dice il ritorno del partito dei sindaci (panico compreso)

27 AGO 26
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Foto Ap via LaPresse

Vale per il campo largo, certo, ma vale anche per un altro campo, quello europeo, quello americano, quello internazionale, e la formula in fondo è sempre la stessa: se in politica si crea un vuoto, i primi a riempire quel vuoto, nel bene e nel male, di solito sono loro. C’è un filo conduttore dal sapore antico, divenuto all’improvviso nuovamente attuale, che collega alcuni puntini della politica mondiale apparentemente distanti l’uno dall’altro. E’ un filo che passa per Downing Street, a Londra, che arriva a Parigi, che passa da Varsavia, che attraversa Bucarest, che sfiora Istanbul, che arriva fino a New York lambendo diverse città italiane. E’ un filo apparentemente invisibile, eppure perfettamente presente, che ci ricorda, a volte nel bene e altre volte nel male, che quando in politica c’è un vuoto, un buco, un deficit, quel buco spesso viene riempito da loro: i sindaci. Si scrive sindaci, si legge alternativa.
E’ un sindaco metropolitano il nuovo primo ministro britannico, Andy Burnham, già sindaco della Greater Manchester, che promette di portare la sua esperienza da metro mayor per trovare nuove risposte per un paese ipercentralizzato come il Regno Unito. E’ un sindaco il volto che, non nel bene, incarna l’alternativa a Donald Trump in America, e ovviamente parliamo di Zohran Mamdani, sindaco di New York, il cui attivismo politico ha contribuito alla recente vittoria di tre candidati da lui sostenuti alle primarie democratiche di New York per un seggio alla Camera. E’ un sindaco anche Édouard Philippe, in fondo, sindaco di Le Havre e candidato dichiarato alle presidenziali del 2027, che potrebbe aiutare la Francia a non dover fare i conti per i cinque anni successivi con il lepenismo in versione Bardella all’Eliseo. E’ un sindaco, lo è stato a Bucarest, anche Nicușor Dan, il politico che in Romania ha sconfitto alle presidenziali il filoputiniano George Simion. E’ un sindaco il primo ministro del Belgio, ancora, Bart De Wever, che proprio durante gli anni passati alla guida di una città, Anversa, dodici in tutto, è riuscito a far dimenticare il suo passato di estremismo burrascoso. E’ stato un sindaco, anzi un vicesindaco, anche il primo ministro della Svezia, Ulf Kristersson, ex vicesindaco di Stoccolma. E’ stato Rafal Trzaskowski, sindaco di Varsavia, a offrire un’alternativa a Karol Nawrocki, nazionalista eletto poco più di un anno fa presidente della Polonia. E’ stato un sindaco, a Lisbona, per otto anni, anche António Costa, presidente del Consiglio europeo. E’ stata una sindaca, a Città del Messico, anche Claudia Sheinbaum, oggi presidente del Messico. E’ stata una candidata a sindaco, in fondo, anche Giorgia Meloni, nel 2016, quando cercò senza riuscirci di arrivare al secondo turno delle comunali di Roma, dove arrivarono Roberto Giachetti e Virginia Raggi.
Ogni paese, ovviamente, ha la sua storia, la sua peculiarità, il suo vuoto da riempire. Ma qualcosa, negli ultimi anni, sul fronte dei sindaci è tornato a muoversi, in Europa ancora più che in America. L’Economist, che un anno fa ha dedicato un articolo al tema, dice che sotto ai populisti c’è uno strato di politici pragmatici che mantiene in funzione la macchina governativa quotidiana ed è grazie a questa rete sottile che i paesi travolti dall’ondata di populismo riescono a restare in equilibrio.
Foreign Policy in un articolo dedicato al futuro delle città ha ricordato che la centralità dei sindaci nella politica mondiale sarà destinata a crescere per un fattore prima di tutto di carattere demografico: nel 2050 quasi sette persone su dieci vivranno nelle città, già oggi i centri urbani generano oltre l’80 per cento del pil globale e più si andrà avanti con il tempo e più avere amministratori nazionali in grado di comprendere alcune traiettorie locali sarà non un’opzione ma una necessità. La formula in fondo è sempre la stessa: se in politica si crea un vuoto, i primi a riempire quel vuoto, nel bene e nel male, di solito sono loro.
E se si ha la pazienza di curiosare anche in Italia, nel campo alternativo a quello del centrodestra, dove la paura di pronunciare la parola “primarie” è direttamente proporzionale alla paura di dover ammettere che le leadership dei partiti non esprimono candidati competitivi, si capirà che è sempre dalle città che il campo largo spera di pescare presto o tardi un’alternativa al binomio Conte-Schlein. C’è chi spera che questo possa accadere facendo scendere in campo Silvia Salis, sindaca di Genova, che fino a quando non ci saranno le primarie non sapremo mai con certezza se le primarie che dice di non voler fare non le farà o se capirà invece che i treni, quelle poche volte che passano, non sempre passano due volte. C’è chi spera che questo possa accadere un minuto prima delle elezioni, con la formula del federatore, come auspicato neanche troppo sottotraccia dall’area politica che si muove attorno a Dario Franceschini, o dopo le elezioni, un istante dopo, augurandosi un pareggio che potrebbe offrire l’occasione, per riempire un vuoto, a un sindaco come Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, o a un sindaco come Roberto Gualtieri, sindaco di Roma. E c’è chi invece, per pensare al dopo, pensa di poter scommettere su un ex sindaco, come Antonio Decaro, oggi presidente della regione Puglia, per il dopo Schlein, ovviamente, nel caso in cui la campagna elettorale non dovesse prendere la direzione sperata.
Se in politica si crea un vuoto, lo abbiamo detto, i primi a riempire quel vuoto, di solito, sono i sindaci. E se in un campo politico i sindaci pronti a riempire uno spazio iniziano a essere tanti, ci si può attrezzare per riempire quel vuoto o si può fingere che il vuoto non ci sia. Vale per il campo largo, ma vale anche per gli altri campi: quello europeo, quello americano, quello internazionale. Non è detto che il sindaco sia la soluzione ai problemi, spesso non lo è, ma quando si cerca un sindaco di solito è perché nella propria parte politica c’è qualcosa che non funziona, c’è un sentimento di disperazione, c’è un vuoto da riempire. Si scrive sindaco, si legge alternativa, potremmo dire in modo romantico osservando quello che succede in giro per il mondo. Ma se volessimo essere più cinici, osservando l’Italia di oggi, potremmo anche dire: si scrive sindaco, si legge panico. Avanti il prossimo.