Caro De Falco, io ti capisco, ma Ranucci è un profanatore e tu dovresti mollare le chiese

L'ufficiale di Marina e poi senatore grillino è venuto in soccorso del conduttore di "Report" dopo l'articolo sulla presentazione-profanazione rannucciana nel Santuario di Sant’Antonio a Eboli. Questi frequentatori di sacrestie vedono la politica ovunque: non hanno altro orizzonte

27 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 17:47 | 31 AGO 26
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Foto Ansa

Gregorio De Falco, già organizzatore dei soccorsi della Costa Concordia (“Torni a bordo, cazzo!”), oggi organizza i soccorsi a Sigfrido Ranucci. E siamo sempre nei pressi di un naufragio. Ufficiale di Marina e poi senatore grillino, De Falco ora vive a Eboli con la poetessa Filomena Domini (non faccio pettegolezzi, lo scrive lui nel curriculum pubblico), e a Eboli presenta i libri di Ranucci in chiesa. Con il coordinamento della poetessa Filomena Domini. Quando ho scritto della presentazione-profanazione ranucciana non conoscevo tali dettagli affettuosi e anche se li avessi saputi non sarebbe cambiato nulla: teniamo tutti famiglia. E poi a me piacciono i peccati veniali. Invece mi fanno inferocire i peccati mortali ostentati. In primis la superbia, peccato diabolico per eccellenza. Ad esempio la superbia del presentare libri profani in una chiesa consacrata e la superbia del vantarsene.
De Falco ha scritto su “Pressenza”, che sarebbe una “agenzia stampa internazionale per la pace, la nonviolenza, l’umanesimo e la nondiscriminazione”, un pezzo in soccorso del conduttore di “Report” e a danno del sottoscritto: “L’attacco de Il Foglio affiora in perfetta coincidenza con una tempesta mediatica e giudiziaria che coinvolge Ranucci. Questa sincronia non è un caso: è la prova della bieca strumentalità”. Insomma avrei criticato la presentazione-profanazione (“Cristo snobbato a Eboli...”) in accordo con Giampaolo Rossi o Paolo Corsini o forse perfino con Giorgia Meloni, bieco opportunista qual sono. Io lo capisco, De Falco (dopo il momento dell’ira spesso mi viene il momento dell’indulgenza). Io li capisco questi frequentatori di sacrestie: abituati ad avere a che fare con preti piddini, vescovi zuppiani, cardinali bergogliani, non concepiscono una critica religiosa. Ogni critica per loro è politica. Non hanno altro orizzonte: Codice di Diritto Canonico (“Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto”) questo sconosciuto.
De Falco potrebbe beneficiare di un’ulteriore attenuante: un arcivescovo assai ipocredente. Nel suo pezzo scrive che l’autorizzazione all’empio utilizzo della chiesa di Sant’Antonio è arrivata non dal clero di Eboli ma addirittura dall’arcivescovo di Salerno che avrebbe definito “Il ritorno della casta” libro “di alta spiritualità”. Se è vero, monsignor Bellandi ha confuso fischi per fiaschi, giornalismo con misticismo, Ranucci con San Giovanni della Croce. C’è da chiedersi come sia potuto accadere. Un tomo giacobino e partigiano, inneggiante all’onnipotenza della magistratura, che viene collocato al rango del Vangelo (dove, detto fra parentesi, i magistrati sono odiosi: vedasi Luca 18). E una celebrità televisiva inevitabilmente piena di sé che diventa San Sigfrido Martire. Adesso i ranucciani insistono e minacciano nuove occupazioni sacrileghe. Sant’Antonio come Spin Time, la casa di Dio come sede del Report Fan Club. Perché, secondo l’ex capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno, “la navata di una chiesa può e deve essere anche luogo di crescita morale e sociale”. Lasci in pace le chiese e torni a bordo, De Falco!
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Al direttore,
circa gli articoli pubblicati sul suo quotidiano il 22 ed il 27 agosto, a firma di Camillo Langone, necessita qualche riflessione.
Vorrei che le chiese fossero come un albero (cit. infra)
Camillo Langone si indigna e polemizza per la presentazione, a cura della Associazione Culturale Cameo che presiedo, di un libro di Sigfrido Ranucci, “Il ritorno della Casta”.
Innanzitutto, non posso evitare di rimarcare la stranezza di una indignazione che si manifesta con un ritardo di quasi tre mesi dall’evento tenutosi nel Complesso di Sant’Antonio a Eboli il 7 giugno 2026.
Sebbene l'evento si fosse svolto a inizio giugno, infatti, la polemica è stata riesumata solo a fine agosto, un "atto di empietà", lo definisce Langone, investendo della medesima critica il sottoscritto per avervi preso parte. Dietro questa reazione tardiva e strumentale, non vi è tuttavia la difesa di alcuna posizione, benché conservatrice, ma un concentrato di assoluta superficialità, volto a coprire un palese opportunismo.
Partiamo d'altronde dal perimetro di civiltà giuridica che gli opportunisti della polemica preferiscono sempre ignorare per non rovinarsi il copione. In Italia, la gestione degli edifici di culto è tutelata dall’Articolo 831 del Codice Civile e dalle norme concordatarie dell'Accordo di Villa Madama, che sanciscono la piena autonomia della Chiesa nella gestione e nella disposizione dei propri beni. Se le autorità diocesane e il parroco – legittimi titolari dello spazio – decidono che una riflessione pubblica sui temi della legalità non offende la dignità del luogo, la questione giuridica e pastorale è chiusa.
Diciamoci la verità, tra noi: Langone scrive appositamente per creare controversie con cui farsi notare, ma stavolta il gioco non gli conviene. Chi conosce la sua produzione sa bene che l'autore ha edificato un personaggio da fustigatore integralista per pure ragioni di marketing editoriale. Cerca la provocazione liturgica per alimentare la propria caricatura di "cattolico anni Cinquanta" in perenne acrimonia con tutto il mondo moderno. Dopotutto, può mai un conservatore essere di memoria corta? Sì, è possibile se esprime nient'altro che superficialità estetizzanti. Il conservatore autentico protegge una memoria storica e i suoi valori (che ammette alla discussione); Langone, al contrario, non ha nulla da difendere, ma si muove come un residuo pseudo-medievale che usa la religione come pretesto per il proprio risentimento da palcoscenico. Anche quando potrebbe meglio brillare per assenza.
Il cortocircuito logico si fa grottesco quando si svela che per questi custodi del tempio, l'uso extraliturgico del perimetro parrocchiale cessa di essere "empio" se serve a promuovere la propria cerchia di amicizie o a raccogliere voti. Dove era nascosta la loro indignazione quando lo stesso Langone presentava libri come avvenuto con il libro “Si Salvi chi vuole” di Costanza Miriano, il 12 dicembre 2017 nella parrocchia di Santa Maria in Vallicella, o quando collaborava in coedizione con altre storiche Basiliche? E soprattutto, dove erano tutti i novelli Torquemada che oggi si sono auto nominati difensori della sacralità, quando a marzo nel complesso parrocchiale di Santa Rita a Tor Bella Monaca, a Roma, il ministro Carlo Nordio e Fabio Rampelli utilizzavano quegli spazi per fare apertamente campagna elettorale per il referendum ? In quest’ultimo caso la finalità direttamente elettorale era del tutto manifesta, eppure nessuno di loro ha nemmeno storto il naso, figuriamoci scrivere qualcosa.
Comunque, al di là di queste contraddizioni, sostanzialmente problemi personali o di coerenza politica, resta che la cultura in sé non è mai profana. Lo è, invece e sempre, colui il quale per superficialità, ignoranza o dabbenaggine ha paura di sé stesso e della vita, arrivando a odiare il grembo femminile — odio di cui Langone non fa mistero — ed ogni altra apertura al mondo.
Per quanto riguarda le miserande accuse di mercantilismo, è la stessa realtà materiale ad occuparsi di smentirle, poiché l'attività, eventuale, di vendita ed il firmacopie erano stati delocalizzati nel laico museo MoA, all’esterno del perimetro del luogo di culto: nessun commercio ha violato la sacralità del tempio.
L'attacco contro Ranucci si inserisce nel sistematico logoramento, nello svuotamento, della trasmissione Report. Una determinazione di Governo sulla Rai che, pur essendo un bene pubblico, è oramai divenuta strumento, non già della politica, ma del Governo in carica. Un meccanismo di controllo assoluto che evoca i metodi di gestione radiotelevisiva tipici delle dittature di stampo sudamericano, dove il servizio pubblico viene ridotto a portavoce del potere esecutivo. In questo clima, lasciando in piedi solo il debole simulacro della trasmissione Report, è stato esautorato il giornalista ritenuto non controllabile e troppo scomodo nell'anno della campagna elettorale. A tal fine è stato usato, pretestuosamente e tardivamente, anche l’evento di Eboli, come arma impropria per colpire la libertà d'informazione e quindi la democrazia.
A rifiutare sistematicamente la visione asettica e chiusa del luogo di culto, contribuisce la vitalità culturale di cui i nostri territori sono per fortuna portatori. E così, mentre il sedicente cattolico Langone vorrebbe addirittura privare la donna del diritto alla sua evoluzione culturale, Cameo — l'associazione culturale che mi pregio di presiedere — riconosce nella donna il ventre di tutta l'umanità e talvolta ne mette in scena il cammino e l'evoluzione, appunto. Ad esempio, attraverso lo spettacolo itinerante “Rime e Pizzi, spose di ieri e di oggi”, in cui rappresentiamo la parabola storica della intera umanità che si manifesta nella donna, mettendo in scena personaggi conosciuti, misconosciuti, o ingiustamente negletti dalla storia. Questa iniziativa dimostra come la riflessione sociale sappia abitare gli spazi storici non come profanazione, ma come celebrazione profonda della vita e della sua continuità generatrice. Gli adoratori dei simulacri, invece, evirano l’anima stessa della fede di cui si fanno assertori, ma che in realtà contribuiscono a mortificare.
Ridurre una chiesa a un feticcio significa, infatti, tradire lo spirito Cristiano ed il Concilio Vaticano II. La Chiesa è sempre stata un centro propulsore di cultura, giustizia e pensiero. Il sacer antico portava l'idea di una separazione escludente, ma la storia e l’evoluzione del cristianesimo ha vissuto di accoglienza e fecondità spirituale.
Viene in mente la splendida immagine di don Angelo Casati: “Vorrei che le chiese fossero come un albero. L’albero non chiede agli uccelli da dove vieni o dove vai, quanto tempo resti. Dà ombra, dà cibo e poi sì, è bene che gli uccelli volino via. Non devono stare alla sua ombra”. Il Complesso di Sant’Antonio, che è luogo di fede, ha dimostrato di saper essere anche questo: un grande albero capace di farsi presidio di cultura viva e vitale. Un merito che nessuna farsa pseudo-medievale, e nessun polemista a tassametro, potrà mai scalfire.
La bassa politica e la propaganda si sconfessano da sé, essendo irrimediabilmente solo una contraddittoria estetica connotata da opportunismo.
Dio è democratico perché è bellezza. La strumentalizzazione è solo violenza e violentatrice.
Cordialmente,
il Presidente della Associazione culturale Cameo, Gregorio de Falco e la poetessa Filomena Domini