Politica
Torni a bordo •
Caro De Falco, io ti capisco, ma Ranucci è un profanatore e tu dovresti mollare le chiese
L'ufficiale di Marina e poi senatore grillino è venuto in soccorso del conduttore di "Report" dopo l'articolo sulla presentazione-profanazione rannucciana nel Santuario di Sant’Antonio a Eboli. Questi frequentatori di sacrestie vedono la politica ovunque: non hanno altro orizzonte
27 AGO 26

Foto Ansa
Gregorio De Falco, già organizzatore dei soccorsi della Costa Concordia (“Torni a bordo, cazzo!”), oggi organizza i soccorsi a Sigfrido Ranucci. E siamo sempre nei pressi di un naufragio. Ufficiale di Marina e poi senatore grillino, De Falco ora vive a Eboli con la poetessa Filomena Domini (non faccio pettegolezzi, lo scrive lui nel curriculum pubblico), e a Eboli presenta i libri di Ranucci in chiesa. Con il coordinamento della poetessa Filomena Domini. Quando ho scritto della presentazione-profanazione ranucciana non conoscevo tali dettagli affettuosi e anche se li avessi saputi non sarebbe cambiato nulla: teniamo tutti famiglia. E poi a me piacciono i peccati veniali. Invece mi fanno inferocire i peccati mortali ostentati. In primis la superbia, peccato diabolico per eccellenza. Ad esempio la superbia del presentare libri profani in una chiesa consacrata e la superbia del vantarsene.
De Falco ha scritto su “Pressenza”, che sarebbe una “agenzia stampa internazionale per la pace, la nonviolenza, l’umanesimo e la nondiscriminazione”, un pezzo in soccorso del conduttore di “Report” e a danno del sottoscritto: “L’attacco de Il Foglio affiora in perfetta coincidenza con una tempesta mediatica e giudiziaria che coinvolge Ranucci. Questa sincronia non è un caso: è la prova della bieca strumentalità”. Insomma avrei criticato la presentazione-profanazione (“Cristo snobbato a Eboli...”) in accordo con Giampaolo Rossi o Paolo Corsini o forse perfino con Giorgia Meloni, bieco opportunista qual sono. Io lo capisco, De Falco (dopo il momento dell’ira spesso mi viene il momento dell’indulgenza). Io li capisco questi frequentatori di sacrestie: abituati ad avere a che fare con preti piddini, vescovi zuppiani, cardinali bergogliani, non concepiscono una critica religiosa. Ogni critica per loro è politica. Non hanno altro orizzonte: Codice di Diritto Canonico (“Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto”) questo sconosciuto.
De Falco potrebbe beneficiare di un’ulteriore attenuante: un arcivescovo assai ipocredente. Nel suo pezzo scrive che l’autorizzazione all’empio utilizzo della chiesa di Sant’Antonio è arrivata non dal clero di Eboli ma addirittura dall’arcivescovo di Salerno che avrebbe definito “Il ritorno della casta” libro “di alta spiritualità”. Se è vero, monsignor Bellandi ha confuso fischi per fiaschi, giornalismo con misticismo, Ranucci con San Giovanni della Croce. C’è da chiedersi come sia potuto accadere. Un tomo giacobino e partigiano, inneggiante all’onnipotenza della magistratura, che viene collocato al rango del Vangelo (dove, detto fra parentesi, i magistrati sono odiosi: vedasi Luca 18). E una celebrità televisiva inevitabilmente piena di sé che diventa San Sigfrido Martire. Adesso i ranucciani insistono e minacciano nuove occupazioni sacrileghe. Sant’Antonio come Spin Time, la casa di Dio come sede del Report Fan Club. Perché, secondo l’ex capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno, “la navata di una chiesa può e deve essere anche luogo di crescita morale e sociale”. Lasci in pace le chiese e torni a bordo, De Falco!
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
