Politica
Un'analisi •
Il canale stretto del Gruppo greco Antenna
Il progetto del nuovo editore di Repubblica di una tv all news a marchio Cnn è ardito: lo spazio economico è molto limitato e di dubbia redditività. Per la riuscita è indispensabile l’“effetto Mentana”. Conti e ipotesi
26 AGO 26

Foto LaPresse
Che nell’acquisizione di Gedi l’interesse maggiore del Gruppo greco Antenna non fossero i giornali si era capito fin dall’inizio. E infatti, passati pochi mesi, dopo un tentativo un po’ improbabile di un accordo con Dazn per produrre un servizio di news, per tutta l’estate si sono rincorse voci di un progetto più ambizioso per lanciare un canale, probabilmente all-news, a marchio Cnn e con la partecipazione di Enrico Mentana. Per un po’ è sembrato che l’operazione comprendesse l’uso del Canale 9, in modo da avere una base generalista, poi, in parte per le tribolazioni che sta incontrando l’acquisizione del gruppo Warner da parte di Oracle, l’ipotesi è sfumata, così come quella di acquisire ( o utilizzare) il canale 8 da Sky. A questo punto si ritorna a ragionare, forse, a un canale all-news trasmesso sul canale 52 del digitale terrestre, oggi occupato da DMax, vicino agli altri canali di notizie italiani. Naturalmente in questi mesi estivi non ci sono fatti e per lo più si rincorrono le voci, ma è possibile ragionare sulla fattibilità economica di un’operazione del genere. Va detto da subito che lo spazio economico è molto limitato e di dubbia redditività. Però vi sono dei “ma”, delle possibili ricadute positive, sia sul versante della domanda che in quello dell’offerta, che potrebbero cambiare il quadro di riferimento.
Cominciamo dall’analisi di base. Realizzare un canale di all news costa poco più che fare un telegiornale perché occorre riempire tutte le 24 ore, anche se generalmente vi sono molte repliche interne. La redazione probabilmente dovrebbe contare tra i 80 e i 90 giornalisti, assieme ad un numero analogo di personale tecnico e amministrativo. Complessivamente dunque il costo del lavoro potrebbe aggirarsi sui 13-14 milioni di euro l’anno, assumendo un costo medio di 90mila euro per i giornalisti e 60mila per gli impiegati. Il costo del lavoro rappresenta in media metà dei costi di un canale all news o di un telegiornale, restano fuori gli investimenti tecnologici (studio, teleport, telecamere, montaggi), i costi dei servizi esterni e le spese per gli inviati. Il budget complessivo diventa quindi di circa 25-28 milioni di euro. Stiamo parlando di un piano ridotto abbastanza all’osso, immaginando molti giovani poliedrici e un approccio ai costi spartano. Un grande telegiornale italiano, dove i colonnelli si sprecano, può costare tranquillamente il doppio.
Sui ricavi la situazione si fa difficile. I numeri della concorrenza spiegano perché. Rai News 24 e Tgcom24 viaggiano intorno allo 0,5 per cento di share, Sky TG24 si ferma allo 0,3 per cento. Probabilmente un canale nuovo si posizionerebbe in questa forchetta e facilmente non da subito. Le share medie sono millimetriche, non perché i canali di notizie italiani fanno degli errori particolari. La stessa Cnn, sul mercato statunitense, dove nel minuto medio del peak time ha mediamente 500-600 mila telespettatori, realizza una share di circa lo 0,5 per cento. I canali all news hanno generalmente una permanenza media di ascolto molto contenuta, cioè 15-20 minuti contro oltre il doppio dei canali generalisti. La ragione è anche tecnica. L’idea è che quando un telespettatore si sintonizza su un canale all news, in pochissimo tempo ottiene un riepilogo delle ultime notizie. Questo spinge i canali ad utilizzare un clock molto ripetitivo dove ogni mezz’ora, e talvolta ogni quarto d’ora, ci sono riprese dei notiziari con le ultime notizie aggiornate, interviste e dibattiti sono molto brevi e replicati spesso. Lo scopo è quello di posizionarsi sulle ultime notizie, e la concorrenza dell’online ha accentuato questa caratteristica. Il prezzo che si paga è una permanenza sul canale molto ridotta perché rapidamente il telespettatore trova qualcosa che ha già visto e cambia canale.
Naturalmente c’è un trade off. E’ possibile realizzare maggiori approfondimenti o dibattiti, che allungano l’ascolto, ma a spese di una minore tempestività. Con una minore permanenza, anche se molti si sintonizzano sul canale (cioè cresce la penetrazione o la copertura), si genera naturalmente una share più bassa. Il ricavato per punto di share, cioè quanta pubblicità raccolgo per ogni punto di share medio giornaliero, mi dice con che forza converto l’ascolto in ricavato pubblicitario e in Italia questo coefficiente è molto variabile, dai 70-80 milioni di euro annui di Mediaset, giù fino a 20-25 milioni per un punto di share di un piccolo canale del digitale terrestre. Naturalmente conta anche la qualità del target, ma nella televisione gli utenti pubblicitari privilegiano la copertura e quindi i piccoli canali, quelli sotto l’1 per cento di share, sono fortemente penalizzati. Un mezzo punto di share vale dunque circa 12-13 milioni di raccolta pubblicitaria annua, circa metà di costi che servono ad un all-news per generare quell’ascolto. Di conseguenza, in prima istanza, il progetto è destinato a essere fortemente in perdita.
Naturalmente se viene generato mezzo punto di share con cartoni comprati per lo più all’estero o con repliche di repertorio di vecchie serie, gli equilibri economici possono essere diversi, anche se è difficile diventare ricchi con i piccoli canali del digitale terrestre. Ci sono però alcuni ma, cioè alcuni punti che potrebbero contribuire a fare la differenza.
Innanzitutto l’effetto Mentana che è già stato sperimentato. Quando è arrivato a La7, pur non trovando una redazione d’assalto, Mentana ha costruito un telegiornale che nei primi anni realizzava l’8 per cento di share in un canale che, mediamente, faceva poco più del 2 per cento. E’ stato un caso unico, che indica una notevole forza attrattiva e che è stato benefico per lui visto che aveva una componente importante di salario variabile. Non sappiamo se questo effetto sia permanente, né se oggi si ripeterebbe in condizioni diverse. Però, se esistesse, renderebbe la risorsa Mentana poco sostituibile in un progetto del genere. In secondo luogo si potrebbe ibridare la formula inserendo forme di talk show, sia tradizionali che innovative, che aumenterebbero la permanenza e di conseguenza lo share medio, naturalmente al prezzo di una certa perdita di tempestività delle notizie. Però le dirette realizzate su La7 indicano una certa capacità di recuperare tempestività. Il problema è se questo è possibile mantenendo ii costi bassi. Un talk show tradizionale pesante (collegamenti, ospiti, servizi complessi) può costare 200-300 mila euro a puntata, incompatibili con la struttura dei costi di un all news. Quindi qui la scommessa si gioca sulla capacità d’innovazione di prodotto a basso costo, per le produzioni, e sulla capacità di innovare il palinsesto mantenendo il delicato equilibrio dei canali di notizie.
Va detto che l’esperienza maturata da Mentana e da La7 all’incrocio tra informazione, approfondimenti e dibattiti leggeri si colloca esattamente in quelle intersezioni dove quell’innovazione di prodotto sarebbe forse possibile. Naturalmente se nel pacchetto ci fosse la realizzazione di un telegiornale vero per un canale generalista, come ad esempio il Nove, questo significherebbe ricavi aggiuntivi o ripartizione di costi. Si tratta di una possibilità poco esplorata in Italia, ma relativamente in sviluppo in altri paesi. In Spagna ad esempio il telegiornale di Telecinco è stato esternalizzato e fornisce servizi informativi, anche notiziari chiavi in mano, ad altri canali, prevalentemente piccoli. Inoltre, l’editore potrebbe lavorare su possibili sinergie con Repubblica, sul modello di quanto fatto da Cairo tra La7 e Corriere della Sera, ma in teoria anche molto più spinte, con richiami promozionali, ripartizioni di costi e di servizi. Sebbene teoricamente possibili, e probabilmente anche auspicabili, nella crisi attuale del mercato dei quotidiani e all’inizio del declino della televisione tradizionale, queste sinergie appaiono abbastanza difficili, sia per la storia del giornale sia per l’orientamento un po’ riottoso della redazione. In teoria, potrebbero abbassare i costi del canale (giornalisti ospiti), che aumentare le vendite del giornale, che, assieme, sviluppare maggiormente la presenza digitale. Ma quei giornalisti sono poco abituati a lavorare sia in digitale che in video (e probabilmente vorrebbero compensi aggiuntivi). E un’operazione di integrazione del genere richiederebbe un giornale e una redazione disponibile alle ibridazioni, cosa che a Repubblica non sembra esserci.
Le sinergie sarebbero organizzativamente più facili con le radio, ma le emittenti del gruppo non sono focalizzate sull’informazioni e sui talk show e il target sembra abbastanza diverso da quello potenziale di un nuovo canale all news. Un’operazione che lavorasse sull’integrazione tra radio, quotidiano e televisione sarebbe difficile e ambiziosa e se di successo indicherebbe possibili risposte a mercati declinanti, ma richiederebbe capacità gestionali rare e capacità di intervenire all’incrocio tra processi organizzativi, promozioni incrociate e contenuto giornalistico che sono poco comuni tra i manager di settore italiani e fortemente ostacolate dalla presenza di residuati improbabili, e unici al mondo, quali l’ordine dei giornalisti. Un’area di esternalità sottovalutata è quella delle sinergie con le altre emittenti del gruppo che sono presenti in 15 paesi prevalentemente dell’ Europa orientale. Lo sviluppo di un’iniziativa significativa in un grande paese europeo potrebbe avere ricadute e sinergie positive, ma attualmente le emittenti controllate sembrano essere molto focalizzate sui rispettivi mercati nazionali e molto autonome. Inoltre occorrerebbe avere sia nel palinsesto che nei contenuti un orientamento, almeno parzialmente internazionale che non sembra tipico del giornalismo italiano e che soprattutto è abbastanza difficile per la componente talk show.
Nell’insieme si tratterebbe insomma di sinergie dall’esito abbastanza incerto e che per essere sfruttate richiederebbero un pensiero strategico complessivo sul portafoglio dei prodotti del gruppo che è allo stesso tempo difficile da realizzare e incerto nei risultati.


