Politica
L'intervento •
Questo centrosinistra mutato è impossibile da “moderare”
Chi è rimasto alle idee del Pd del 2016 si ritrova “di destra”. Quale mediazione può trovare con chi gli ha spostato il pavimento sotto ai piedi?

Foto ANSA
Fra le tante stranezze della politica italiana ce n’è una particolarmente buffa: se rimani fermo nelle tue convinzioni ideali e politiche su ciò che davvero serva al paese per vivere meglio, nel giro di pochi anni rischi di trovarti a passare da una parte all’altra dello spettro dell’offerta politica.
Ma non perché tu abbia – genuinamente o meno – cambiato idea: ma semplicemente perché ad essersi mosse sono le posizioni delle formazioni politiche che determinano la lunghezza del segmento sinistra-centro-destra.
E’ come se tu ti trovassi in un punto della stanza, vicino alla parete nord. Ad un certo punto ti rendi conto di essere invece a pochi passi dalla parete sud. Ma non perché tu abbia fatto qualche passo in quella direzione: semplicemente perché ad essersi mosso è il pavimento sotto i tuoi piedi.
Nel 1996 il programma elettorale del centrosinistra prevedeva il taglio di tre punti di Pil di spesa pubblica, la privatizzazione delle aziende di servizi pubblici locali, la liberalizzazione aggressiva dei settori economici, la promozione del mercato e della concorrenza, l’abbassamento dell’aliquota Irpef più alta (e addirittura l’innalzamento di quella più bassa!), il rafforzamento della figura del primo ministro, la diminuzione della portata dell’intervento pubblico, l’adeguamento delle capacità di difesa europee per imporre la pace nelle zone di conflitto.
Allora, se eri convinto della necessità di queste politiche, eri di centrosinistra.
Se ne sei convinto oggi, sei in una posizione che più lontana dal centrosinistra non si può.
Ma non c’è bisogno di andare indietro trent’anni. Il Partito democratico di dieci anni fa fece il Jobs Act, abolì l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, varò la prima legge sulla concorrenza, abbassò Irap e Ires alle imprese, provò a introdurre meritocrazia e valutazione nella scuola, si impegnò in una dura battaglia politico-culturale contro i settori più conservatori di magistratura, pubblico impiego e sindacati.
Tutte cose che oggi ti qualificano come pericoloso reazionario, nonostante il principale artefice di quelle politiche faccia da due anni la fila per essere ammesso nel Campo largo. Ma questo è un altro, tristissimo, discorso.
Neanche il centrodestra è immune da questo strano fenomeno. La Lega che venti anni fa fece la coraggiosa riforma del cosiddetto “scalone Maroni” per alzare l’età pensionabile ha lo stesso nome e simbolo della Lega che pochi anni dopo ci ha fatto spendere decine di miliardi di euro per abbassarla, l’età pensionabile. E la Forza Italia della rivoluzione liberale di Antonio Martino e Giuliano Urbani è la stessa di Gasparri che invece combatte come un leone per difendere i privilegi di tassisti e balneari. Va detto tuttavia che in entrambi questi partiti è in corso una riflessione politica – che pare sufficientemente profonda – per invertire nuovamente la direzione di marcia. Solo il tempo dirà se si tratta di mere lotte di potere tra classi dirigenti o di cambio reale del DNA politico-culturale dell’offerta politica.
Nel centrosinistra invece la mutazione genetica prosegue senza alcun ripensamento, e con tratti spaventosamente marcati.
Proprio per questo, perché è lo schieramento su cui lo “scivolamento del pavimento” è più netto e irreversibile e perciò più foriero di conseguenze sullo spettro politico, appare anche quello su cui è più utile concentrare l’analisi.
Il fondatore del Partito democratico e suo primo segretario – Walter Veltroni – aveva i fratelli Kennedy come punto di riferimento politico e culturale. L’altro giorno i giovani del Partito democratico hanno pubblicamente celebrato i 100 anni dalla nascita di Fidel Castro, che dei fratelli Kennedy fu il nemico giurato.
Il segretario del Pd che è rimasto più a lungo in carica, Matteo Renzi, da primo ministro parlò alla Knesset difendendo Israele; prima di lui, leader della sinistra come Piero Fassino si caratterizzavano per una forte presa di posizione a difesa dello Stato ebraico. Oggi il Partito democratico e gli altri partiti del Campo Largo premiano Francesca Albanese e non hanno vergogna a sfilare con la kefiah nei cortei dove si urla “Palestina libera dal fiume fino al mare”.
Negli anni Novanta Massimo D’Alema – da segretario del PDS – bocciò l’idea del primo ministro francese Lionel Jospin di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, sostenuta invece da Rifondazione Comunista e dalla Fiom. Qualche mese fa il Partito democratico ha portato e sostenuto alla Camera – anche qui in pieno accordo con Avs e M5S – un delirante progetto di legge che proponeva esattamente la stessa cosa.
Per non parlare della già menzionata totale inversione di rotta sulle principali policies che definiscono la proposta politica del centrosinistra: dalle gare si è passati alla difesa degli affidamenti in house, dalla diminuzione delle tasse alle imprese ai sogni di una nuova patrimoniale; sulle riforme nei settori cruciali (banche, scuola, mercato del lavoro, giustizia, pubblica amministrazione) si è rinnegato l’approccio precedente – declassato a mero “errore di fabbrica” di cui scusarsi – e si è assunta la posizione totalmente opposta.
Infine, poiché le idee camminano sempre sulle gambe delle persone, per completare il cerchio basta guardare al gruppo dirigente di prima linea del Partito democratico: si tratta di persone che fino a pochi giorni prima della vittoria di Elly Schlein alle primarie erano dirigenti di primo piano dei partiti della sinistra radicale.
Il cambio di pelle dello schieramento di centrosinistra italiano è quindi plastico, inequivocabile, netto: sia nel gruppo dirigente, che nelle proposte politiche, nei simboli, nei comportamenti. Che conseguenze ha sulle dinamiche politiche del paese? Almeno due.
La prima, con buona pace dei vari Bettini (e figliocci), Magi, Renzi, Ruffini, Spadafora ecc., è che ogni tentativo di “moderare” la deriva sopra descritta risulta assolutamente velleitario. Non solo per l’enorme sproporzione dimensionale (Pd, M5s e Avs superano il 40 per cento, tutti gli altri protagonisti messi insieme forse arrivano al 2 per cento), ma anche perché la fisionomia politico-culturale imposta dai “4 tenori” (Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli) è talmente netta nella sua radicalità da non consentire nessun tipo di compromesso reale. Che mediazione trovare tra chi vuole la patrimoniale e chi no? Tra chi vuole inviare armi all’Ucraina e chi no?
La seconda conseguenza è quella che accennavo in apertura: chi è rimasto fermo alle idee e ai programmi dell’Ulivo del 1996 o del Pd del 2016 si trova improvvisamente a essere considerato “di destra”. Proprio come quello che, rimanendo perfettamente fermo, si è visto scorrere il pavimento sotto i piedi e ora dalla parete nord si trova vicino alla parete sud della stanza.
Alla fine, tutta la questione si riduce a una domanda abbastanza semplice.
Chi è convinto (e lo è sempre stato) che in Italia promuovere il mercato e la concorrenza non significhi cristallizzare le posizioni sociali ma anzi azionare il più potente motore di mobilità sociale; chi è convinto che lo Stato debba fare meno cose e fatte molto meglio, e col risparmio ridurre le tasse in modo massiccio a chi lavora e produce; chi è convinto che il mix energetico di cui l’Italia avrà bisogno nei prossimi 50 anni sia fatto di energie rinnovabili e nucleare; chi è convinto che occorra una radicale riforma della scuola per emanciparla dallo strapotere conservativo di alcuni sindacati; chi vuole un sistema fiscale comprensibile ad un bambino di 8 anni; chi vuole una pubblica amministrazione moderna e meritocratica; chi difende garantismo e certezza della pena; chi pensa che i salari possano aumentare solo promuovendo un costante aumento della produttività del sistema; chi nel mondo difende senza se e senza ma i valori occidentali come incarnati da Stati Uniti e Israele (e non dai loro governi pro-tempore)…
… Chi è convinto di tutto questo – e magari lo è sempre stato negli ultimi trent’anni – oggi che etichetta riceve, in questa enorme commedia che è diventata la politica italiana?
Luigi Marattin
deputato, segretario del Partito liberaldemocratico
