Il problemino dei Giovani dem con la libertà. Hasta l’ipocrisia, siempre!

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

21 AGO 26
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Foto Ansa

Al direttore - Mi è giunta notizia che i Giovani democratici di Roma hanno pubblicato un post per commemorare Fidel Castro. Non mi meraviglia affatto che nella giovanile in cui ho iniziato a militare sia in atto una sorta di regressione, un ritorno a un passato fallimentare che sembrava ormai superato grazie a una serie di svolte storiche, dalla Bolognina in poi. A quanto pare, invece, si assiste a questo strano ritorno di un neocomunismo annacquato e patetico. Sembra che facciano finta di non vedere che a Cuba esiste un regime militare che sta affamando la popolazione da anni, che mette in galera gli oppositori e, talvolta, persino esponenti politici solo sulla base di sospetti; ricordiamoci, a tal proposito, di Huber Matos e Arnaldo Ochoa. Sarebbe questa la rappresentanza giovanile del “campo largo”? Per quanto mi riguarda, preferisco invece ricordare il poeta e dissidente socialista cubano Pedro Luis Boitel, morto di stenti e torture nelle terribili carceri castriste del Castillo del Príncipe all’Avana. Io, insieme ai Giovani Socialisti, continuerò a gridare a gran voce: Patria y vida!
Gabriele Zammillo
Per capire cosa vuol dire tifare per le libertà, ai Giovani democratici servirebbe leggere qualche pagina degli scritti di María Corina Machado, scendere in piazza per i diritti delle donne e degli omosessuali oppressi in Iran e organizzare una qualche flottilla contro il riarmo di Hamas. Ho paura però che celebrare Fidel Castro sia più semplice e meno faticoso. Hasta l’ipocrisia, siempre.
 
Al direttore - Ho letto con interesse sul Foglio l’articolo della professoressa Anna Maria Lorusso, “Criticare ‘Il fascismo eterno’ perché tratta solo del fascismo è illogico”. Trovo convincente un punto della sua argomentazione: sarebbe effettivamente illogico rimproverare a Umberto Eco di aver scritto un saggio sul fascismo senza aver dedicato analoga attenzione al comunismo. Ogni autore sceglie e delimita legittimamente l’oggetto della propria analisi. Ma proprio per questo vorrei porre alla professoressa, attraverso il Foglio, una domanda diversa. Eco individua nell’Ur-Fascismo una serie di caratteri – culto della tradizione, paura della differenza, frustrazione sociale, ossessione del complotto, delegittimazione del dissenso, populismo, impoverimento del linguaggio – riconoscendo egli stesso che alcuni di essi possono appartenere anche ad altre forme di dispotismo o fanatismo. Qual è allora il criterio che consente di applicare questi caratteri al fascismo e impedisce di applicarli, con la stessa logica, ad altre ideologie, movimenti o culture politiche? La questione, a mio avviso, non riguarda ciò che Eco avrebbe dovuto scrivere e non ha scritto. Riguarda piuttosto ciò che è accaduto dopo Eco. Perché, se quei caratteri non sono esclusivi del fascismo e se la categoria diventa sufficientemente elastica da comprendere fenomeni politici molto diversi tra loro, si corre il rischio di trasformare uno strumento interpretativo in un’etichetta. E un’etichetta, quando viene applicata prevalentemente all’avversario, smette progressivamente di spiegare e comincia semplicemente a classificare. Per questo mi domando se, a trent’anni da quel celebre saggio, il problema non sia più “Il fascismo eterno” di Umberto Eco, ma l’uso politico che negli ultimi trent’anni abbiamo fatto dell’aggettivo “fascista”. Mi interesserebbe molto conoscere su questo il pensiero della professoressa Lorusso. Cordialmente,
Dario Nicosia
Al direttore - La consueta eleganza della scrittura di Salvatore Merlo rischia di nascondere almeno un paio di gravi imprecisioni contenute nel suo “Ventaglio” di ieri. La prima riguarda la presunta inamovibilità dei giornalisti dirigenti Rai. L’accordo tra azienda e Usigrai (ne scrivo in quanto allora sindacalista) non aveva lo scopo di moltiplicare i ruoli di vertice, ma quello ben più virtuoso di incidere sul numero eccessivo di generali e colonnelli. L’intesa trasformò le loro posizioni da “qualifiche” – come tali intoccabili, in base all’articolo 2103 del Codice civile – a “incarichi” revocabili: così facemmo vistosamente diminuire il numero delle cause legali che la Rai prima perdeva. La seconda precisazione mi riguarda direttamente, perché Rai per la Sostenibilità non è una direzione in più, né è stata “inventata” per me. E’ il nome che assunse la preesistente direzione Rai per il Sociale quando Giovanni Parapini lasciò l’incarico e l’allora vertice Rai – ad Fuortes e presidente Soldi – ne volle ridefinire i compiti in aderenza ai temi dell’Agenda 2030, selezionando poi me (che in Rai ero rientrato già da quattro anni) tra vari candidati, giornalisti e no. E’ una direzione per nulla “inventata”, dato che il Contratto di servizio fa della sostenibilità uno dei nostri impegni principali, compresa l’elaborazione di un piano del quale il servizio pubblico si è puntualmente dotato. Con l’occasione aggiungo due numeri che possono interessare, in giorni nei quali si è riaccesa una curiosità talvolta maliziosa sui compensi Rai. Da direttore, al picco della mia carriera, percepivo 148 mila euro lordi: ben lontano – credo non da solo, tra i direttori – dal tetto dei 240 mila. Quando sono entrato in CdA, essendo ancora dipendente, la Rai ha giustamente scelto di decurtare i miei compensi di una cifra pari ai 66 mila euro lordi annui che competono ai consiglieri. Giusto per dire che la rappresentazione corrente della Rai come un allegro banchetto a spese del contribuente non è quasi mai fondata.
Roberto Natale, CdA Rai
Risponde Salvatore Merlo: Ringrazio Roberto Natale, che mi corregge con garbo e insieme, credo senza volerlo, mi dà ragione. Rai per la Sostenibilità non fu inventata per lui, verissimo. Fu inventata nel 2020 per Giovanni Parapini, sotto il nome di Rai per il Sociale, e discendeva a sua volta dal Tavolo per il sociale istituito qualche mese prima, sempre per Parapini, il quale in quel periodo si trovava alle dirette dipendenze dell’amministratore delegato. Dal tavolo alla direzione, dalla direzione alla direzione seguente. In Rai si procede per gemmazione, come il corallo. Sull’accordo del 1996 gli credo volentieri, l’intenzione era ottima. Solo che da allora le direzioni non hanno mai smesso di moltiplicarsi, al punto che ne è nata persino una con l’incarico di coordinare le altre.