In Rai un direttore è per sempre. Ecco perché trovare una collocazione a Ranucci è un’impresa

In viale Mazzini, quando un dirigente rimane senza posizione apicale può optare fra tre altri incarichi equivalenti che l’azienda gli propone. Ma il caso del conduttore di Report è da manuale perché è vicedirettore ad personam, quindi la Rai dovrà trovargli tre modi diversi e ugualmente prestigiosi di essere il vice di nessuno
20 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 07:10
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Foto LaPresse

Quando un’azienda stabilisce che un suo dirigente ha finito di dirigere, gli manda una lettera. In Rai, invece, gli si apre un ventaglio. E’ quello che accadrà a Sigfrido Ranucci, ma è quello che succede a qualsiasi direttore, vicedirettore e manager di quella che è probabilmente l’unica azienda al mondo della quale si possa dire che “un direttore è per sempre”. Come i diamanti De Beers. Una volta nominati, in Rai si dirige o si “vicedirige” (il verbo è un'invenzione Rai) reti, generi, uffici e società controllate. E si dirige o vicedirige a vita. Quando si viene allontanati da un posto, insomma, ecco che arriva il ventaglio. Come nella grande commedia di Carlo Goldoni, “il Ventaglio”, una volta rotto, o smarrito, cercato da una pletora di avvocati, funzionari, sindacalisti, programmisti registi e uomini di fatica, diventa trofeo di riconciliazione. Ma non è una metafora, è l’articolo 5 della Carta dei diritti e dei doveri, figlia dell’accordo Rai-Usigrai del 27 maggio 1996, che nella prosa sonnambula dei verbali sindacali dispone che il giornalista dirigente – ma c’è un accordo pressoché identico per i non giornalisti – qualora rimanga senza posizione apicale possa optare fra tre altri incarichi equivalenti che l’azienda gli propone. Il ventaglio, appunto. Non solo.
La giurisprudenza romana ha costruito negli anni, sentenza dopo sentenza, una teologia del demansionamento televisivo di arguzia goldoniana (il titolo lo impone) e di finezza quasi patristica, secondo la quale al dirigente televisivo non si sottrae soltanto la qualifica o lo stipendio, nel caso venga rimosso. Ma gli si sottrae la visibilità, che è diventata un bene giuridico protetto al pari della salute e della mobilia. Nel dicembre del 2002, per dire, il Tribunale di Roma decise che spedire un uomo dell’Approfondimento a confezionare un docudrama, cioè uno sceneggiato ispirato a fatti realmente accaduti, arreca al patrimonio professionale un “pregiudizio grave e irreparabile”. E così il dirigente non lo si può licenziare, non lo si può retrocedere, e non lo si può nemmeno annoiare. Ma poiché le posizioni di pari peso, dentro un’azienda che da mezzo secolo non congeda nessuno, risultano di solito già tutte occupate da qualcuno che a sua volta non si può spostare se non offrendogliene altre tre, accade la cosa comica, la cosa sublime. Tenetevi forte. Le direzioni, in Rai, si creano. Continuamente. Nascono per gemmazione, come i coralli e sventagliano – va da sé – come “il Ventaglio”. Madamina, il catalogo è questo: il Coordinamento Generi, la Direzione editoriale per l’offerta informativa, il Coordinamento iniziative strategiche, la Direzione radio digitali specializzate e podcast...
Tutte strutture materializzatesi nell’organigramma nel preciso istante in cui occorreva un posto per qualcuno che ne aveva appena lasciato un altro, il quale a sua volta lo aveva lasciato per fare posto a un terzo. Nel marzo del 2025 Silvia Calandrelli esce dalla direzione Rai Cultura e viene parcheggiata “alle dirette dipendenze dell’Amministratore Delegato”, che è il modo signorile di dire nel corridoio. Le offrono la presidenza di Rai Pubblicità, lei declina lamentando un possibile demansionamento, l’unica parola che in viale Mazzini produca effetti immediati, e allora le viene consegnata la Direzione Rai per la Sostenibilità – Esg, struttura inventata tre anni prima per Roberto Natale, il quale se l’era scelta da sé al rientro in azienda e poi l’aveva lasciata sfitta per andare a sedersi in consiglio d’amministrazione. Una direzione di seconda mano, riadattata per una dirigente in soprannumero. E trattandosi di sostenibilità va dato atto che almeno qui il metodo coincide con la missione. Niente si butta, tutto si recupera.
L’organigramma della Rai è una roccia sedimentaria. Si legge dal basso, strato per strato, e ogni strato è un direttore che ha traslocato. Sigfrido Ranucci, intorno al cui destino la Rai si sta scervellando in queste ore, poi è un caso da manuale, perché è vicedirettore ad personam. Vice di nessuno, capo di nessuna struttura, si dirige da sé. In viale Mazzini ce ne sono tre, di questi autodiretti, e si autodirigono ciascuno per conto proprio, in una solitudine gerarchica che ha qualcosa di monastico. L’azienda dovrà dunque offrirgli tre incarichi almeno altrettanto importanti, e cioè trovargli tre modi diversi e ugualmente prestigiosi di essere il vice di nessuno. Praticamente, da Goldoni a Edgar Allan Poe. Dal “Ventaglio” a “Tre passi nel Delirio”.