Politica
esercizi di lettura /16 •
Miseria e nobiltà della politica italiana
Una fase di crisi. La debolezza dei partiti, l’eterna conflittualità, l’elettorato non più orientato da ideologie, né incanalato da programmi. Il coraggio (che manca) come prima virtù di uno statista: la versione di Kennedy

Foto ANSA
La politica non ha sempre avuto buona stampa in Italia. Piero Calamandrei, in uno scritto intitolato Patologia della corruzione parlamentare (pubblicato sul “Ponte” nel 1947, n. 10, ottobre, p. 859 e riedito dalle Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2017), osservava che le cause del discredito erano molte: l’idea che la politica sia una cosa sporca, maturata in secoli di servaggio, l’esperienza del fascismo che ha usato la corruzione, il qualunquismo, il modo con cui i giornali davano i resoconti dei dibattiti alla Costituente, gli scandali parlamentari, il trasformismo, il “profittantismo disonorevole”, la psicologia elettoralistica (il “terrore delle nuove elezioni, il timore di non essere eletti”), gli illeciti vantaggi di carriera, gli incarichi retribuiti, le raccomandazioni. Alcune di queste cause non vi sono più, altre permangono ancora oggi.
Invece la politica è attività nobile. “La caratteristica peculiare del governo rappresentativo – affermava nel 1820 il duca Victor de Broglie (1785-1870), liberale, vicino ai “doctrinaires” – è quella di selezionare, dal seno della nazione, l’élite dei suoi uomini più illuminati, di riunirli al vertice dell’edificio sociale, in un luogo sacro, inaccessibile alle passioni della moltitudine, e lì farli deliberare ad alta voce sugli interessi dello Stato”. E prima di lui l’inglese Edmund E. Burke (1729 - 1797), conservatore liberale, nelle sue Reflections on the Revolution in France, del 1790, scriveva che “la ragione politica è un principio di calcolo: è una lunga serie di somme, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni”.
Esaurimento della forma partito
Non si può negare, tuttavia, che la politica attraversi una fase difficile in questo momento, particolarmente in Italia. Per capirne i motivi, bisogna partire dai dati strutturali. La Costituzione affida ai partiti la determinazione della politica nazionale disponendo che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale”.
Ma i partiti sono ormai associazioni molto ristrette, con pochi iscritti, ramificazioni sociali e territoriali limitate, e vertici deboli. Avevano tra 4 e 5 milioni di iscritti, ora hanno solo un decimo degli iscritti di una volta. La loro articolazione territoriale, le loro radici, sono inesistenti o debolissime. La loro vita democratica interna molto limitata, perché sono rare le conferenze, le assemblee, i congressi (Antonio Polito, in La Costituzione non è di sinistra, Milano, Silvio Berlusconi Editore, 2026, pp. 166-168 ha ricordato che l’Assemblea nazionale del Partito democratico, il “parlamentino” del partito, dovrebbe essere convocata ogni sei mesi, ma in realtà negli ultimi tempi è stata convocata soltanto una volta all’anno. Ne fanno parte 948 membri tra eletti, invitati e componenti di diritto, ma solo 261 degli aventi diritto, hanno partecipato nel 2025). La scelta dei vertici dei partiti è talora aperta anche ai non iscritti (quasi un gesto di sfiducia nella propria base). Insomma, i partiti erano un corpo sociale intermedio, oggi non lo sono più.
Inoltre, più di un segretario di partito è stato scelto per chiamata diretta dall’esterno, persino senza prima appartenere al corpo del partito, cercando, poi, di supplire alla propria debolezza, piuttosto che partecipando alla vita del partito-associazione, vantando rapporti con capi di governo stranieri.
Dunque, sia la struttura dei partiti è inesistente o debole, sia i vertici sono composti più da “politicians” che da “policy-makers”, che ritengono loro compito piuttosto fare dichiarazioni ai media che riunirsi con gli iscritti ai propri partiti (nell’ultimo numero della “Rivista trimestrale di diritto pubblico”, 2026, n. 1, una raccolta di saggi sulla crisi dei partiti). Così i partiti non operano come “un primo centro di raccolta e di filtraggio delle confuse aspirazioni popolari, una prima sintesi degli interessi contrastanti, fondata sul terreno di comuni ideali politici”. Sono parole del grande storico tedesco Friedrich Meinecke (1862-1954).
La politica senza le politiche
Le debolezze strutturali dei partiti si riflettono nella loro attività. Essi agitano quotidianamente temi episodici, legati all’ultimo accadimento, invece di discutere dei problemi di fondo. La distanza tra i due poli – il quotidiano e la lunga durata, il contingente e lo strutturale – è resa ancora più chiara dai cambiamenti epocali in corso. L’affermarsi di poteri universali e privati, gli imperi digitali. La debolezza dei grandi imperi pubblici che sembrano destinati a perdere, come la Russia contro l’Ucraina e gli Stati Uniti d’America contro l’Iran. L’evidente declino dell’Occidente in un mondo multipolare. La scarsa capacità di volgere il proprio sguardo alla storia, evidente nei festeggiamenti per l’ottantesimo anniversario della Repubblica, quando ben poca attenzione è stata prestata alla prima affermazione storica del voto veramente universale, esteso alle donne, all’abbandono della monarchia, nella quale il potere scendeva dall’alto piuttosto che salire dal basso, alle promesse costituzionali inattuate o persino dimenticate, ai modi in cui sono stati scelti i presidenti della Repubblica, quasi sempre evitando che a quella carica arrivassero i leader più importanti e rappresentativi del partito di maggioranza relativa.
Ne consegue che la politica echeggia i sentimenti più immediati, presta qualche attenzione agli interessi, si preoccupa pochissimo delle opinioni. Di qui anche un’ulteriore conseguenza: per consolidare le intese tra i troppi partiti esistenti, sia a destra che a sinistra, più che programmi vengono concordate procedure o semplici accordi.
La politica mima la guerra
Al vuoto dei programmi corrisponde anche lo stile dei partiti. Questi interpretano il “concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale” ad essi richiesto dell’articolo 49 della Costituzione come un confliggere, sempre alla ricerca del dissenso invece che dell’intesa, trasformando il Parlamento in una piazza nel quale non si parla, ma si guerreggia, mostrando cartelli per l’uso televisivo e in una postura teatrale permanente.
Il distacco politica-società
Questa situazione produce un distacco tra politica e società, già segnalato tre anni fa da Pierangelo Isernia, Sergio Martini e Luca Verzichelli, La classe politica italiana. Struttura, atteggiamenti, sfide (Bologna, Il Mulino, 2023) che notavano scarsa attenzione per l’opinione pubblica, ostilità al coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni e diffidenza per la partecipazione, sfiducia nell’elettorato, bassa soddisfazione per democrazia e rappresentanza.
Un sondaggio recente compiuto dall’Ocse sulla fiducia nelle istituzioni pubbliche ha mostrato che nel 2025 solo il 22 per cento della popolazione italiana ha un grado alto o medio-alto di fiducia nei partiti politici, mentre nella media dei paesi dell’Ocse è il 26 per cento e nei cinque paesi del Nord Europa il 35 per cento.
Un sintomo ulteriore del distacco è offerto dal dibattito sulla proposta di legge elettorale, che ha messo in primo piano lo scopo di assicurare la stabilità del governo, piuttosto che quello di ampliare la partecipazione dell’elettorato: la politica pensa più a sé stessa che a riportare alle urne i cittadini.
Tutto questo si riflette anche nel dialogo con la cultura. Salvatore Settis, nel suo libro Registro delle assenze. Profili e paesaggi (Milano, Salani Editore, 2024, p. 259), ha osservato che “a leggere in sequenza cronologica gli scritti di Bobbio dal 1946 al 1997 sulla rivista Il Ponte (Cinquant’anni, e non bastano) raccolti dalla Fondazione Monte dei Paschi, un tema spicca tra tutti: il significato e lo spessore, anzi la missione, dell’intellettuale rispetto agli orizzonti politici del suo tempo. Nel parlarne, Bobbio aveva naturalmente in mente le intense pagine di Benedetto Croce sulla ‘politica dei non politici’, formula tanto felice da esser spesso riutilizzata, per esempio da Vittorio Enzo Alfieri quando parlava della ‘politica di un impolitico’, di Umberto Zanotti Bianco. Per Bobbio, l’impegno e la passione di un intellettuale deve tradursi in un’etica del rigore nell’analisi dei problemi, di autentica curiosità per le opinioni altrui; infine, nella continua ricerca di un dialogo fondato non sulla tattica spicciola degli schieramenti ma sulla conoscenza profonda dei contesti”.
Nebbie sullo spazio pubblico
Da ultimo, la crisi della politica si risolve in una sorta di annebbiamento dell’opinione pubblica. Da un lato, politici che appaiono eccessivamente preoccupati di piacere, come spesso fanno venditori e piazzisti. Dall’altro forme della comunicazione modificate dal dialogo “many to many”, che fa prevalere brevità e aggressività. Il risultato è lo sconcerto prodotto nella collettività, di cui un segnale preoccupante è offerto dal recente sondaggio Swg sulla percezione dell’inflazione: tra gli elettori di Fratelli d’Italia solo il 39,3 per cento indica in “molto” o “tantissimo” l’aumento percepito dei prezzi. Nel Pd la quota sale al 59,6 per cento, mentre tra gli elettori del Movimento 5 stelle oltre il 70 per cento percepisce un’impennata dei prezzi. L’appartenenza politica produce tre percezioni diverse di una realtà misurabile e misurata ogni mese dall’Istat. Non c’è da meravigliarsi che non si discuta dello spostamento della funzione legislativa dal Parlamento al governo e dei troppi tentativi del Parlamento di amministrare attraverso le leggi.
Forse anche questo spiega perché l’elettorato sia allo stato brado, non orientato da ideologie, come una volta, né incanalato da programmi, come dovrebbe essere oggi, e che quindi, da un lato, vi sia il fenomeno dell’assenteismo elettorale, dall’altro quello della continua costituzione di nuovi partiti, ogni volta che un nuovo attore raccolga un seguito elettorale.
Le asimmetrie tra maggioranza e opposizione
Il quadro fin qui descritto in termini generali, tuttavia, vede delle differenze tra maggioranza e opposizione, perché le maggioranze che sono al governo producono provvedimenti che possono essere accolti positivamente o negativamente, ma che non si limitano a negare le posizioni dell’altra parte, hanno un aspetto positivo, mentre le opposizioni finiscono soltanto per contestare senza proporre.
Molto istruttivo su questi temi il libro pubblicato nel 1956 da John Kennedy quando era ancora senatore, tradotto in italiano nel 1960, con una pagina introduttiva di Luigi Einaudi, che aveva lasciato la presidenza della Repubblica italiana, e scriveva: “Il libro è degno di essere letto, come quello che raccoglie alcuni esempi di azioni insigni di coraggio politico; che è la specie più rara del coraggio”, consistente in “quel disprezzo della popolarità che nel libro è segnalato come la virtù massima dell’uomo di Stato”. Qui di seguito alcuni passaggi dell’ultimo capitolo del libro.
John F. Kennedy, Ritratti del coraggio, Milano, Le edizioni del Borghese, 1960, capitolo XI, excerpta pp. 375-376 e 379-381
Il significato del coraggio
Che cosa indusse gli statisti nominati nelle pagine precedenti ad agire come hanno agito? Non fu perché “amassero il pubblico più di loro stessi”. Al contrario, fu precisamente perché amavano sé stessi; perché il bisogno di salvare la propria personalità, in ciascuno di loro, fu più importante della popolarità di cui godeva presso gli altri; perché il desiderio di guadagnarsi o conservare una reputazione di integrità e coraggio era più forte del desiderio di salvare la propria carica; perché la coscienza, il personale criterio morale, l’integrità o moralità, chiamatela come volete, erano più forti della pressione della disapprovazione pubblica; perché, infine, la convinzione che la strada scelta fosse la migliore, e che alla fine ciò si sarebbe dimostrato, pesava più della paura del biasimo pubblico.
Quantunque il bene pubblico fosse l’indiretto beneficiario del sacrificio, non fu quel concetto vago e generale, ma una di quelle pressioni di amore di sé (o una combinazione di esse) che spinsero i nostri personaggi a compiere i loro gesti coraggiosi. Quando l’uomo politico non ama né il bene pubblico né sé stesso, o quando il suo amore di sé è limitato e soddisfatto dai paludamenti della carica, l’interesse pubblico è mal servito. Ed è quando la sua stima di sé stesso è così alta da imporgli di seguire il sentiero del coraggio e della coscienza, che tutti ne traggono vantaggio. E’ allora che la sua fede nella giustezza della propria azione gli permette di dire, con John C. Calhoun: “Io non so mai che cosa la Carolina del Sud pensi d’un dato provvedimento. Non la consulto mai. Agisco secondo il mio più posato giudizio e secondo la mia coscienza. Se essa mi approva, sta bene. Se non mi approva e desidera farmi sostituire da un altro, sono pronto a cedere. Siamo pari”.
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La maggior parte di loro, nonostante le differenze, avevano molto in comune: i palpitanti talenti dell’oratore, lo splendore dell’erudito, la mentalità dell’uomo che è al di sopra del partito e della regione e, innanzitutto, una profonda fede in sé stessi, nella propria integrità e nella giustizia della loro causa.
Il significato del coraggio è, come le motivazioni politiche, frequentemente mal compreso. Ad alcuni piace l’eccitazione delle battaglie, senza troppo curarsi delle conseguenze. Alcuni ne ammirano le virtù in altri uomini e in altri tempi, ma stentano a comprendere gli esempi correnti. Forse, per rendere più chiaro il significato di queste storie di coraggio politico, sarebbe bene dire che cosa questo libro non è.
Il libro non mira a giustificare l’indipendenza per amore dell’indipendenza, l’ostinazione contro ogni compromesso o l’adesione fiera e cocciuta alle proprie convinzioni personali. Non mira a suggerire che vi sia, in ogni questione, un lato giusto e un lato errato, e che tutti i senatori, salvi quelli che sono mascalzoni o sciocchi, troveranno il lato giusto e resteranno fedeli ad esso. Al contrario, condivido i sentimenti espressi dal primo ministro Melbourne il quale, irritato dalle critiche dell’allora giovane storico T. B. Macaulay, osservò che egli sarebbe stato contento di essere così certo di qualcosa come Macaulay sembrava certo di tutto. E nove anni di permanenza nel Congresso mi hanno insegnato la saggezza delle parole di Lincoln: “Vi sono poche cose completamente cattive o completamente buone. Quasi ogni cosa, specialmente nella politica governativa, è un composito inseparabile delle due; in modo che il nostro più posato giudizio per stabilire la preponderanza tra le due parti è continuamente necessario”.
Questo libro non mira a suggerire che la disciplina di partito e la responsabilità di partito siano mali necessari che in nessun momento dovrebbero influire sulle nostre decisioni. Non mira a suggerire che gli interessi locali del nostro Stato o della nostra regione non hanno nessun legittimo diritto di essere considerati mai. Al contrario, la fedeltà di ogni Senatore deve essere distribuita tra il suo partito, il suo Stato e la sua regione, la sua patria e la sua coscienza. Sulle questioni che riguardano il suo partito, normalmente sono decisivi i doveri al partito. Nelle dispute regionali, le sue responsabilità regionali facilmente guideranno la sua condotta. Ma sulle questioni nazionali, sulle questioni di coscienza che sfidano i doveri verso il partito e la regione, si presenta la prova del coraggio.
Ci vorrà forse coraggio per combattere il proprio Presidente, il partito o i sentimenti travolgenti della nazione; ma questi non possono, mi sembra, essere paragonati al coraggio di cui ha bisogno il senatore che sfida l’irato potere proprio degli elettori, che sono i padroni del suo avvenire.