Mancini (Pd): “Macché primarie. Il campo largo sia unito in piazza contro lo Stabilicum”

“Come opposizione dovremmo pensare a una grande manifestazione popolare sotto il Senato nella settimana in cui va in aula la legge elettorale", dice il deputato dem. "Leader di coalizione? Penso che gli italiani siano più interessati a una nostra contro-manovra di bilancio"
13 AGO 26
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Foto LaPresse

“Altro che primarie. Il centrosinistra deve protestare contro la legge elettorale e preparare una controfinanziaria”. Claudio Mancini, deputato del Pd e nome di spicco del centrosinistra romano, lancia due proposte al Foglio. Lo troviamo in Grecia, dove l’eclissi di sole si è vista appena. In compenso ha trovato rifugio nella vita e nel pensiero di Palmiro Togliatti, ricomposti per Einaudi da Beppe Vacca. “E’ un ripasso dei fondamentali”, scherza Mancini, che si dice “sorpreso che nel centrosinistra si dia per scontata l’approvazione della legge elettorale: primo tema su cui il governo è andato sotto in tutta la legislatura. Questo fatto politico si è archiviato troppo presto”. Gli emendamenti al Senato ancora non ci sono, ricorda Mancini, “quindi quello raggiunto dalla maggioranza al momento sembra più un accordo di facciata per trascorrere tranquilli il Ferragosto”. E allora ecco la call to action: “Noi come opposizione dovremmo pensare a una grande manifestazione popolare sotto il Senato nella settimana in cui va in aula la legge elettorale, per denunciare soprattutto l’abnormità del premio di maggioranza e il fatto che una coalizione rischia di avere i numeri per fare da sola le scelte sugli assetti fondamentali delle magistrature e l’elezione del presidente della Repubblica dal quarto scrutinio”.
Una manifestazione anti Stabilicum, secondo l’idea del deputato, poggiata sullo spirito delle mobilitazioni promosse dal campo largo per il referendum sulla giustizia. Del resto, l’iter della legge è ancora lungo. A settembre verrà discussa a Palazzo Madama, poi ci sarà un ritorno alla Camera e un altro voto segreto finale. “Ci dovrà essere anche un pronunciamento della Corte costituzionale, che aveva già bocciato il premio al 55 per cento per la coalizione vincente”. Motivo per cui, per Mancini, “se Meloni porta fino in fondo questa forzatura della legge elettorale lo fa per andare a votare a febbraio, prima che la Consulta si pronunci”. Tuttavia, i parlamentari alla prima esperienza matureranno i requisiti previdenziali solo il prossimo 14 aprile, dopo quattro anni e sei mesi dall’inizio della legislatura, e prima di quella data andare a votare non sarà semplice. “E’ vero che gran parte dei parlamentari in questione sono di FdI, ma non credo che Meloni tirerà a campare due mesi in più per questo motivo. Anzi se ne vanterebbe”, dice Mancini. “Approvata la legge elettorale e poi quella di bilancio a fine dicembre, non avrebbe ragione di tirarla per le lunghe”. Ed è qui che il centrosinistra dovrebbe mettere più testa. “Il rapporto tra programma e primarie e come quello tra l’uovo e la gallina. Vanno inevitabilmente di pari passo. Penso che gli italiani siano più interessati a una nostra contro-manovra di bilancio. Negli anni scorsi – dice – abbiamo presentato elementi comuni qualificanti, ma qui possiamo fare un salto di qualità e presentare una vera proposta di bilancio alternativa”.
L’idea è quindi mostrare ai cittadini un pezzo non solo importante del programma dell’opposizione, ma anche più comprensibile. Cosa metterci dentro? “Sarebbe la traduzione delle proposte avanzate in questi anni, dal salario minimo alla sanità, ma anche il sostegno a imprese ed enti locali. Abbiamo scritto la sceneggiatura, ora pensiamo al film”. C’è tutta un’estate per dirigerlo. Nel frattempo, c’è il nodo cast. Mancini sgombra il campo dalla questione dei terzi nomi per le primarie. Negli ultimi tempi si è parlato molto di Manfredi e di Salis, e talvolta anche di Gualtieri. “Per gli altri non so, per Roberto non si può banalizzare l’importanza del suo impegno per Roma. E’ totalmente concentrato sulla rielezione in Campidoglio”. E poi ci sono i riformisti che accusano il Pd di appiattirsi sul M5s. “Nella nostra coalizione ognuno ha la propria autonomia. Conte è un buon alleato se porta consenso, e vale anche per tutti gli altri. In un quadro di lealtà e solidarietà reciproche”. D’altronde, dice ancora, “trovare l’unità su ogni capoverso del programma, è un’impresa titanica e neanche giusta. Gli elettori in fin dei conti votano i singoli partiti, anche se stanno in una coalizione”.