Garantismo in festa, grazie al Fatto

Un format estivo per la Rai: “Lavitola in diretta”. Lezioni dall’eroica lotta a tutela di Ranucci da parte del partito delle manette (e di Travaglio) schierato contro la cultura del sospetto. Appunti per il futuro (con sorrisi)
12 AGO 26
Immagine di Garantismo in festa, grazie al Fatto

Foto LaPresse

"Lavitola in diretta”: what else? Vorremmo utilizzare il nostro spazio di oggi per ringraziare i nostri amici del Fatto quotidiano per l’importante lezione di garantismo offerta in questi giorni sul caso Lavitola. Lo facciamo senza malizia, con affetto genuino, con trasporto sincero, perché le scene osservate nelle ultime ore e negli ultimi giorni possono rappresentare un generoso contributo a una causa che scopriamo essere comune: la lotta eroica contro la cultura del sospetto, contro la pratica della gogna, contro quel pezzo di opinione pubblica, non sappiamo bene da chi sostenuto, specializzato nel trasformare ogni indagato in un colpevole, ogni amico di un indagato in un furfante, ogni intercettazione nella prova indiscutibile di un reato. Dobbiamo fare i complimenti sinceri ai nostri amici del Fatto quotidiano per aver dimostrato, in questi giorni, che un altro mondo è possibile e siamo certi che tutta la prudenza che abbiamo visto sfoggiare sul caso Lavitola-Ranucci non sia legata al rapporto speciale che un pezzo di opinione pubblica e un pezzo di mondo politico hanno costruito con il conduttore di Report, ma sia legata proprio a un modo genuino di intendere lo stato di diritto, il suo rispetto, la sua tutela. E siamo sicuri che, se al telefono con il dottor Lavitola Valter ci fosse stato non Ranucci Sigfrido ma un Porro Nicola, un Belpietro Maurizio, un Sallusti Alessandro, ci sarebbe stata la stessa cura, la stessa passione, la stessa dedizione nel separare, per così dire, le carriere dell’indagato e del suo amico, tra il sospettato e il suo “sodale”, termine che il circo mediatico-giudiziario ci ha sempre suggerito di utilizzare in presenza di un amico di un possibile mariuolo. Piccola rassegna dei titoli del Fatto di ieri. “Ranucci ignaro”, “Niente ombre su Report”, “Sul programma Rai zero condizionamenti”, “Giornalista vittima ignara”. Titoli perfetti, articoli perfetti, approccio perfetto. Con un unico generoso filo conduttore. Un unico importante approccio culturale. Un’unica corretta impostazione giornalistica. Non si alimenta la cultura del sospetto. Non si trasformano i cittadini in colpevoli fino a prova contraria.
Non si invoca il tribunale del popolo per chiedere gli arresti cautelari. Non si pone troppa attenzione al rischio di inquinamento delle prove da parte di un sospettato anche se viene accusato di essere il mandante di una tentata strage. Non si trasformano i contatti del suddetto sospettato in banditi fino a prova contraria. Non si trasforma la telefonata di un indagato con un suo amico in una prova di colpevolezza da utilizzare contro l’amico. Non si trasferiscono su persone terze estranee alle indagini accuse che riguardano solo i soggetti indagati. Perché un sospetto non è un fatto. Frequentare un presunto criminale non rende criminali. Una conversazione su un progetto non equivale all’adesione al progetto. Le intercettazioni vanno interpretate, non adorate. Ricevere confidenze da una persona indagata non significa condividerne i progetti criminali. Parlare ripetutamente di una candidatura politica non equivale ad averla accettata. Ricostruire insieme date e spostamenti non significa fabbricare un alibi: bisogna dimostrare che la ricostruzione fosse consapevolmente falsa. Un rapporto di “profonda fiducia” tra persone resta sempre solo una relazione umana, anche nel caso di un’indagine, e non, come ci era parso di cogliere in altri contesti, una fattispecie penale. E le intercettazioni, dunque, vanno interpretate, non strumentalizzate, e amicizia, telefonate, confidenze, incontri, informazioni riservate, discussioni sul futuro politico e persino una ricostruzione comune degli spostamenti dopo l’apertura dell’indagine devono essere presi per quello che sono. Sospetti, non condanne. Indagini, non sentenze. Ricostruzioni parziali, non giudizi definitivi. Il garantismo funziona così: un mix di prudenza, cautela, accortezza, moderazione, attenzione alla privacy, cura estrema nel non infilare ogni nome presente in un’indagine nel calderone e nel non titolare mai con la formula “spunta il nome di” in un’indagine per sporcare chiunque abbia avuto rapporti con gli indagati e addirittura gli arrestati.
Grazie allo show dell’anno, Lavitola in diretta, format garantista che una Rai con la testa sulle spalle dovrebbe avere il coraggio di mandare in onda, sappiamo che finalmente anche chi per molto tempo ha utilizzato i brogliacci giudiziari come un ventilatore per spargere fango su tutti i contatti dei sospettati ha scelto di seguire un approccio diverso, giusto, prudente, cortese, misurato, figlio di una stagione garantista che siamo certi varrà non solo quando l’individuo da tenere lontano da possibili ambiguità è un beniamino della parte politica per cui si parteggia. Servono fatti per inchiodare qualcuno, non illazioni, allusioni, deduzioni. Una misura cautelare non è una sentenza. Frequentare un presunto criminale non rende criminali. Assecondare il tribunale del popolo è una vergogna di fronte alla quale non si può restare immobili. Bisogna reagire, farsi sentire, sporcarsi le mani, fare di tutto per educare l’opinione pubblica a non utilizzare quella cultura del sospetto, delle illazioni, delle allusioni, a cui ci ha educato per anni un pezzo del circo mediatico-giudiziario, compresa una trasmissione che comincia per Re e finisce per port.