Cara Meloni, alla legge elettorale serve il ballottaggio. Appello di Pera

L'ex presidente del Senato analizza tutte le obiezioni che sono state sollevate rispetto alla riforma e invita a non confondere la propria convenienza politica con la legittimità istituzionale

7 AGO 26
Immagine di Cara Meloni, alla legge elettorale serve il ballottaggio. Appello di Pera

Foto ANSA

L’osservazione fatta in audizione dalla presidente Anna Finocchiaro è forse poco elegante, ma particolarmente utile: “Nessuno è vergine!”. Si tratta di un doppio invito che interpreto così: nessuno deve dimenticare per ragioni di opportunità oggi ciò che ha sostenuto anche con documenti ufficiali ieri; e nessuno deve usare obiezioni di convenienza politica come ragioni di illegittimità costituzionale. I punti che fin qui hanno sollevato discussione e obiezioni sono: l’entità del premio di maggioranza; il premio nazionale al Senato; le micro-liste; l’indicazione del premier; le preferenze.
Me ne sbrigo rapidamente perché mi interessa di più un altro punto, il ballottaggio.
Sull’entità del premio. Esso rientra nei parametri fissati della Corte e non si devono commettere errori nel conteggio: una quota, almeno il 42 per cento, dei 70 e 35 seggi, Camera e Senato, attribuiti come premio spetterebbe comunque alla coalizione vincente qualora fossero distribuiti in modo proporzionale.
Sul premio nazionale al Senato. La Corte costituzionale (sent. 35/2017, punto 15.2) “esige” che i sistemi elettorali Camera e Senato “non devono ostacolare la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”. Poiché la stessa Corte considera legittimo per la Camera un sistema con premio al 55 per cento dei seggi con soglia al 40 per cento dei voti, ne segue che un premio nazionale al Senato non sia illegittimo avendo per fine proprio la formazione di una maggioranza omogenea.
Sulle micro-liste. Si tratta di una scelta politica non dissimile da altre, ad es. la legge Rosato, al fine di evitare coalizioni frammentate. Vale il principio fissato dalla Commissione del governo Letta: “se si governa in forza dei seggi ottenuti, sarebbe coerente considerare come voti utili solo quelli che hanno conquistato seggi”.
Sull’indicazione del premier. E’ una previsione di trasparenza a favore degli elettori, i quali sono preventivamente informati del nome del premier che le coalizioni indicheranno al capo dello stato. Era prevista dalla tesi n. 1 dell’Ulivo del 1996. Era contenuta in una proposta di legge dell’on. Soda del Pd del 1996. Ed era considerata nella relazione dell’on. Mattarella del 1998, che dava forma all’accordo raggiunto nella Commissione bicamerale D’Alema.
Quanto alle preferenze, esse si rendono necessarie perché il ddl in esame prevede due liste bloccate. In ragione di ciò le accetto, anche se da trent’anni sono decisamente contrario.
E ora il ballottaggio. Era previsto nel disegno di legge originario ma poi è scomparso senza che si sia capito perché. Osservo:
– In presenza del bicameralismo paritario, che ormai è diventato un mostro costituzionale temuto da tutti, al punto che ormai lo si evita votando realmente persino la legge di bilancio in una camera sola;
– in presenza, inoltre, di due coalizioni principali quasi equipollenti per suffragi ma entrambe da sole non autosufficienti per la formazione di una maggioranza di governo;
– in presenza, infine, del rischio di un esito elettorale incerto che trasformerebbe il Parlamento in una sede di scambi, mercimoni, manovre, post elettorali per formare una maggioranza di governo, che sarebbe comunque fragile,
il ballottaggio presenta almeno i seguenti vantaggi:
1. Il ballottaggio è nemico della palude. Questa si produce inevitabilmente quando il risultato elettorale non offre una maggioranza chiara e solida e i gruppi parlamentari sono poi costretti a trovarne una. Certamente, è vero che, dato il bicameralismo paritario, neppure il ballottaggio garantisce la formazione di una maggioranza di governo certa (nessuna legge elettorale può farlo), ma è altrettanto vero che il ballottaggio minimizza il rischio di maggioranze occasionali, non omogenee, nemiche della stabilità di governo.
2. Il ballottaggio è trasparente. Dà la parola agli elettori, li fa arbitri, li rende decisori effettivi e ultimi del governo. Il giorno del ballottaggio, gli elettori sanno che dal loro voto, e solo da quello, dipenderà da chi saranno governati.
3. Il ballottaggio è coinvolgente. Se l’elettore sa che il suo voto conta ed è decisivo, la sua inclinazione ad astenersi dal voto perché si sente emarginato e ininfluente diminuirà, e avrà motivo di recarsi alle urne. L’astensione cresce quando l’elettore pensa di essere chiamato a compiere solo un rito, diminuisce quando comprende che lui è l’arbitro che pronuncia la sentenza.
4. Il ballottaggio riduce i ricatti politici. Attualmente, le coalizioni principali, non sentendosi sufficientemente forti, hanno la necessità di farsi “larghe” e per farlo si alleano con questa o quella forza politica radicale e estrema che, dal punto di vista aritmetico, le rafforza. Ma l’aritmetica non fa una politica. Alleandosi con le coalizioni principali, le piccole forze estreme esercitano ricatti sul governo nascituro e lo rendono instabile. Una sciagura quando, come già accade, la instabilità riguardi un punto centrale dell’attività di governo, cioè la politica estera e la nostra collocazione internazionale.
Infine. La previsione del ballottaggio si trova come proposta condivisa nei due più importanti documenti ufficiali di riforma delle nostre istituzioni: la Commissione Bicamerale D’Alema (firme di Mattarella, Berlusconi, Nania, Salvi, Cossutta, Pieroni, eccetera), e la Commissione di esperti del governo Letta (42 costituzionalisti e tecnici). Era una proposta bipartisan.
Perciò concludo. Lasciamo le vergini politiche al loro destino noto. Il ballottaggio si può fare, ha gli stessi vantaggi uguali per tutti, dunque si dovrebbe fare. Beninteso, se la saggezza ci ispirasse.
Fin qui il testo dell’intervento di Marcello Pera martedì scorso in Prima commissione al Senato, al quale il senatore di FdI ha aggiunto questo post scriptum.
Il ballottaggio che propongo funziona così:
1) Il premio si assegna al primo turno se la prima coalizione supera la soglia del 48 per cento dei voti (circa il 50 per cento dei seggi) in entrambe le Camere. Se ciò non accade, si svolge il ballottaggio tra le due maggiori coalizioni a condizione che entrambe abbiano superato il 38 per cento dei voti (circa il 40 per cento dei seggi) in tutte e due le Camere. In tal caso, il premio è attribuito alla coalizione che ha ottenuto più voti (in entrambe le Camere). Al secondo turno non sono consentiti ulteriori apparentamenti;
2) Se la seconda coalizione non ha superato la soglia del 38 per cento dei voti (e pertanto non si può svolgere il ballottaggio), il premio viene attribuito al primo turno alla prima coalizione, a condizione che essa abbia superato il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere (come nel testo approvato dalla Camera);
3) Il numero di seggi complessivi assegnati alla coalizione vincente è di 220 alla Camera e 113 al Senato (senza Circoscrizione estero).
Se non si verificano le condizioni previste ai punti 1 e 2, tutti i seggi vengono ripartiti in ragione proporzionale.
Marcello Pera
senatore di Fratelli d’Italia ed ex presidente del Senato