Conte, già premier, incontra Capalbio

Il leader dei cinque stelle sembra più un presidente del Consiglio in aspettativa che candidato. Uno sfoggio di vanità eccessivo, ma molto apprezzato dal popolo progressista
6 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 12:10
Immagine di Conte, già premier, incontra Capalbio

Foto ANSA

Matteo Renzi passò da qui, a “Capalbio libri”, ormai diverse estati fa, ricevette un’accoglienza entusiasta, non molto dopo vinse le primarie contro Bersani e divenne presidente del Consiglio. Veni, vidi, vici. Il programma qui ormai è chiuso ed Elly Schlein non è prevista. Conte a “Capalbio libri”, invece, ci è stato l’altra sera per presentare il suo libro “Una nuova primavera”, l’accoglienza entusiasta c’è stata e il resto si vedrà. Il pubblico presunto liberal secondo la vulgata, ben mescolato per età, sesso e professioni, lo ha spesso applaudito a scena aperta. Conte arriva sorridente e rilassato, di blu vestito con camicia bianca, niente cravatta. E’ estate e deve avere seguito i consigli della sua amica Elly Schlein, impegnata in un tour su come combattere il caldo e le alte temperature provocate dal governo negazionista di Giorgia Meloni, ma non si priva dell’immancabile pochette. Prima di iniziare viene verso la prima fila, dove è seduto anche il vostro cronista, per salutare affettuosamente Giorgio La Malfa, che si confessa suo amico e supporter nell’impresa, che viene prima di tutto, di mandare a casa Giorgia Meloni.
Diciamolo subito. E’ un Conte molto diverso dall’avvocato un po’ arruffone nel suo linguaggio pubblico passato. Da Grillo ha preso le distanze prima di tutto nel linguaggio. E’ chiaro, pacato, autorevole, persino un po’ ironico. Quando Roberto Napoletano, il direttore del Messaggero che lo interroga, gli chiede una cosa positiva del governo Meloni, sorride: “Forse ha diretto bene il traffico?”. Viene letto qualche passo introduttivo del suo libro, uno dei quali recita: “La prima volta sono stato catapultato a Palazzo Chigi dalla società civile”. Sorvolando sul merito dell’affermazione, è chiaro che questa volta a Palazzo Chigi ci vuole arrivare con le sue forze. Niente catapulta. Dopo la prima ci fu la seconda e la terza gli appare a portata di mano. Sembra più un premier in aspettativa, sicuro del posto che gli spetta e gli è stato tolto ingiustamente, che un candidato impegnato in un’impresa difficile.
Con Elly Schlein? Rapporti rispettosi, un aggettivo di solito dedicato agli avversari, ma abbiamo importanti punti di vista distinti. Con Grillo abbiamo chiuso i conti e abbiamo trasformato un movimento confuso e composto da sentimenti politici anche contrastanti, qualcuno direbbe un’ammucchiata, in un soggetto saldamente radicato nel campo progressista. Ripete spesso questa parola e non ama la definizione che va per la maggiore: il campo largo. Il primo applauso, fragoroso e ripetuto tre volte, lo riceve quando gli viene chiesto quali sarebbero le sue prime mosse in politica internazionale. Sono tre e tutte nella stessa direzione: riconoscimento dello Stato di Palestina, sanzioni contro Netanyahu, interruzione di ogni collaborazione con lo Stato di Israele. Giorgio La Malfa, seduto di fianco a me, viene visitato dai fantasmi di Ugo, suo padre, e di Spadolini, due esponenti della sua storia politica saldamente filoisraeliani, e ha un sussulto. Ma non vacilla.
Viene avanzata anche una proposta un po’ stravagante di dare vita a un fondo sovrano da 100 miliardi di euro da finanziare con il famoso risparmio degli italiani. Praticamente quello che fa già Cassa depositi e prestiti con il risparmio postale, ma inutile sottilizzare. Fondo sovrano suona meglio, soprattutto se accompagnato dalle politiche industriali che ne dovrebbero seguire. Una volta, ci ricorda Conte, c’era l’Iri.
C’è solo un punto debole, trasversale, nella sua narrazione. Che non ha punti deboli. Secondo il candidato premier non ci sono mai stati errori nella sua azione di governo e di opposizione, mai un’autocritica, un “lì mi sono sbagliato” o “se dovessi rifare quella cosa la farei in modo diverso”. I suoi sono stati i migliori governi della Seconda Repubblica, Draghi vade retro, l’azione del governo Meloni è al 100 per cento negativa e un futuro radioso ci aspetta. Con l’Ue, Zelensky e Putin ci parla lui. Niente armi per gli ucraini perché la guerra si vince con la diplomazia. Dove Trump ha fallito, lui avrà successo. E’ un eccesso di hybris, qualcuno la chiama vanità, che ne mina trasversalmente la credibilità. Troppo di tutto è troppo. Ma Conte sa bene che cosa vuole il popolo di sinistra, pardon progressista, e certamente l’esperienza e lo status lo aiutano. E se Elly Schlein non si toglie in fretta l’aria da studentessa fuori corso e affina il linguaggio, articolandolo in proposizioni chiare e distinte, costringendo gli elettori delle primarie a una scelta netta, il rischio per lei che scelgano l’originale, per di più usato e sicuro, è alto.