Politica
Il colloquio •
“L’alternativa c’è e siamo pronti a governare”. Intervista a Schlein
“A Bologna una tragedia, ma non si specula sulla cronaca. Armi a Kyiv? Sì e lo dico con convinzione. Putin? Non si sottovaluta. Meloni? Europeista a metà. Il Pd? Sarà il primo partito. Calenda? Nessun veto”. Parla la leader del Pd
23 LUG 26

Elly Schlein (Foto ANSA)
Elly Schlein lo dice con un sorriso: il governo è alle battute finali, le elezioni sono vicine, l’alternativa c’è, l’Italia non se la passa bene, dobbiamo sbrigarci, dobbiamo prepararci a governare e dobbiamo dimostrare con urgenza di essere pronti. Prepararsi a governare, o almeno lavorare per quell’obiettivo, non significa soltanto muoversi con l’idea di denunciare, di fronte al tribunale del popolo, gli errori del governo. Significa qualcosa di più. Significa anche provare a fare i conti con i propri tabù, che se non affrontati diventano vizi e che se non governati diventano problemi. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ieri ha accettato di dialogare a lungo con il Foglio per provare a spiegare in che modo il suo Partito democratico ha intenzione di prepararsi alla sfida dei prossimi mesi. Lo ha fatto, Schlein, sapendo che questo giornale non le ha mai riservato particolari sconti, come dicono i giornalisti tutti d’un pezzo, e lo ha fatto mossa dalla volontà di ragionare non tanto su ciò che il governo non ha fatto ma su ciò che chi vuole andare a governare desidera fare. La nostra conversazione con Schlein si è svolta seguendo quattro direttrici: sicurezza, economia, politica estera, alleanze. E per provare a ragionare sulla sicurezza occorre riavvolgere il nastro, andare a Bologna e alle due manifestazioni organizzate subito dopo la morte di Adberrahim Fakir, deceduto a seguito di un fermo di alcuni poliziotti, che lo hanno immobilizzato a terra e ammanettato.
Segretaria, togliamoci subito il dente: ha trovato davvero “impeccabile” l’idea del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, di convocare una piazza a Bologna che sull’onda dell’emotività aveva buone probabilità di trasformarsi in una piazza destinata a schierarsi contro le forze dell’ordine? “Mi lasci fare una premessa. Io non penso che il ruolo della politica sia commentare i fatti di cronaca. Penso che la politica dovrebbe fare di tutto, di fronte a casi drammatici come questi, ad aiutare la ricerca della verità e a combattere l’odio. La morte di Abderrahim Fakir è stata drammatica. Le autorità giudiziarie faranno i loro accertamenti, ci sarà tempo per capire se quella morte poteva essere evitata, se i protocolli esistenti siano stati applicati oppure no se quei protocolli vadano rivisti. Ma non servono né condanne né assoluzioni d’ufficio. Non è il nostro lavoro. Vedo che la presidente del Consiglio considera grave quanto fatto dal sindaco Lepore. Io non la penso così. Penso che Lepore abbia fatto ciò che dovrebbe fare un buon amministratore. Ha chiesto alla città un abbraccio alla famiglia. E ha scelto di dare un contributo per governare la frustrazione di una comunità anziché lasciare quella frustrazione in balia degli antagonisti. Se non ci fosse stata la piazza convocata dalle istituzioni, avremmo lasciato la frustrazione nelle mani dei violenti. La politica, dal mio punto di vista, deve combattere contro la violenza. E il sindaco ha cercato di governare quello smarrimento e di accertare la verità su quanto accaduto perché non accada mai più”. Eppure i violenti ci sono stati e immaginare una piazza convocata sull’onda dell’emotività non potesse trasformarsi in una piazza pacifica forse sarebbe stato possibile. Prendiamo però il punto della segretaria e facciamo un passo in avanti: da leader del maggior partito della sinistra, cosa si sente di dire ai manifestanti antagonsiti che hanno trasformato, ancora una volta, le forze dell’ordine in un bersaglio? “Dico che quella violenza è inaccettabile. Dico che la condanniamo fermamente. Dico che il campo progressista sarà sempre un argine a quei violenti. E dico anche che, come ha detto con uno stile perfetto e con le parole giuste la nipote di Abderrahim Fakir, che loro non cercano odio né vendetta ma verità e rispetto. Mi spiace, ma non siamo noi a strumentalizzare la cronaca nera”.
Sicurezza, si diceva. Il presidente dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, ieri al Messaggero ha detto che la sinistra non può permettersi di trasformare la sicurezza in una idea di destra. Se Elly Schlein oggi fosse al governo, sarebbe disposta a portare avanti politiche per avere più poliziotti, più controlli e conseguenze certe per chi delinque? “Sono d’accordo e lo affermo con forza. La sicurezza non è di destra, guai a lasciarla alla destra. La sicurezza è un bene comune. E’ un diritto di ogni cittadino. Il punto è intendersi: di quale sicurezza parliamo? La sicurezza che ci ha offerto la destra, in questi anni, non è la sicurezza dei sogni. E’ la sicurezza degli incubi. Non parlo solo dell’aumento di alcuni reati. Dell’aumento delle persone in carcere. Del sovraffollamento delle celle. Parlo dell’approccio securitario e repressivo. Un approccio così poco funzionale che al primo decreto sicurezza ne è seguito un altro. E poi un altro. E ancora. Fino ad arrivare a cinque decreti sicurezza: un’ammissione di fallimento. Non è il nostro approccio. Non lo sarà mai. Dare qualcosa di concreto per la sicurezza significa prendere sul serio i due punti inderogabili di un patto con i cittadini e di una collaborazione con tutti gli attori possibili. La repressione serve, la prevenzione pure. La repressione non si fa con la retorica. Si fa spendendo. Si fa assumendo più forze di polizia. Si fa presidiando i territori. Si fa non prendendo in giro i cittadini, come ha fatto questo governo, che piuttosto che spendere 800 milioni di euro per dare più ossigeno alle forze dell’ordine ha speso soldi inutili per la follia inumana e illegale dell’Albania. Mancano 22 mila agenti in tutta Italia e quelli che la destra dice di aver assunto in realtà non coprono neppure il turn over naturale delle forze dell’ordine. Rafforzare i presidi delle forze dell’ordine significa aiutare i cittadini. Ma per aiutare i cittadini serve collaborazione, serve coinvolgere tutti gli attori, anche con il terzo settore, perché accanto ai presidi delle forze dell’ordine bisogna rafforzare quelli educativi, sociali, culturali, le unità di strada a contatto con la marginalità, investire in rigenerazione urbana, La responsabilità sull’ordine pubblico è del governo, la smetta di scaricarla sui sindaci. Il problema della sicurezza, in politica, è l’approccio della destra, che non è solo è repressivo ma semplicemente non funziona”.
Elly Schlein è spaventata dall’ipotesi di avere un Salvini al Viminale a settembre? “Sarebbe spaventoso se Meloni lo promuovesse dopo i fallimenti sulle infrastrutture e svuotando il fondo del trasporto pubblico locale e non smuovendo un dito per intervenire sugli incredibili ritardi dei treni. La sicurezza in Italia ha però tanti problemi. Mi auguro che non si aggiunga il problema di un ministro che vuole fare campagna elettorale giocando con le leve della sicurezza”. Attorno alla sicurezza si costruisce l’alternativa. Ma in una fase come quella vissuta oggi dall’Italia l’alternativa si costruisce partendo da un altro segmento: l’economia. L’Italia oggi ha una crescita bassa, una produzione industriale bassa, una produttività bassa, una pressione fiscale alta, una concorrenza scadente, un debito alto. Il Pd parla molto di redistribuzione e poco di crescita. Cosa vuole fare il Pd per dimostrare di essere un’alternativa alla crescita degli zero virgola dell’Italia? “La crescita è uno dei problemi chiave della nostra economia. Bisogna essere onesti e dire che alcuni dei ritardi che scontiamo non sono imputabili a questo governo. Ciò che è imputabile a questo governo è che aveva i numeri per fare riforme coraggiose e non ha fatto nulla per migliorare la vita degli italiani. La crescita è bassa, la produttività è bassa, da tre anni quasi ininterrottamente la produzione industriale fa segnare un meno, la pressione fiscale è ai massimi storici, il potere d’acquisto soffre, la competitività ne risente. E’ vero: il governo ha tenuto i conti in ordine e di questo gli va dato atto. Ma la stabilità senza crescita non è sostenibile nel lungo periodo, specie per un paese che ha un debito pubblico importante. E se la stabilità di diventa immobilismo si fanno molti danni”. Sì, d’accordo, ma il Pd cosa vuole fare? “Tre punti della nostra strategia per la crescita, direttore. Primo: abbassare il costo dell’energia. Secondo: rilanciare gli investimenti dopo il Pnrr. Terzo: rimettere al centro la qualità del lavoro, la formazione, con effetti su salari e produttività”. Bene, ma un po’ vago. Proviamo ad andare nel merito. “Quando parlo di abbassare i costi dell’energia non parlo in generale. Parlo nello specifico. Parlo di imitare ciò che fanno paesi come Spagna e Portogallo. Bisogna accelerare sulle fonti rinnovabili. E per accelerare sulle fonti rinnovabili non servono chiacchiere. Bisogna aggredire le inefficienze del paese, snellire la burocrazia, semplificare, dire mai più a impianti per i quali servono 16 mila pagine di documenti per una autorizzazione. In Spagna, i processi di autorizzazione durano due anni. In Italia, sei anni. Il fallimento, da questo punto di vista, non è un destino: è una scelta. Si può evitare. Si può creare una unità di missione con governo e regioni, per dimezzare i tempi di autorizzazione”. Facciamo notare a Schlein che il famoso modello spagnolo si basa non solo sulle rinnovabili ma su sette reattori nucleari operativi in cinque centrali. Dire viva il modello spagnolo significa dire anche viva il nucleare. “Ha ragione ma l’avevano già prima, qui ci vorrebbero quindici anni e non li abbiamo. Il Pd non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare. Da parlamentare europea ho sempre sostenuto la ricerca sulla fusione nucleare. Il problema non è la tecnologia, in questo caso. Il problema è legato ai tempi. E quando si parla di nucleare i costi e i tempi di produzione non sono compatibili con le esigenze delle nostre imprese. E anche su questo punto, le faccio notare, il governo non ha fatto nulla: una normetta di bandiera, senza metterci soldi, senza definire neppure dove andare a mettere eventualmente le scorie”. Facciamo notare con malizia a Schlein che quanto a difficoltà a mettere a terra politiche energetiche anche il centrosinistra è campione del mondo. In Sardegna, per dire, dove la sinistra governa, la governatrice, la Todde, ha individuato sul territorio la bellezza del 99 per cento di aree non idonee per nuovi impianti eolici e fotovoltaici. Domanda secca, prima di tornare agli altri punti: la Sardegna, per Schlein, quando si parla di energia, è un modello da replicare o un modello da evitare. Schlein ci gira attorno: “So che anche noi abbiamo problemi di accettabilità delle politiche energetiche. Si poteva fare di più. Ma da quella esperienza si può provare ad adottare un metodo che può funzionare. Quando si parla di rinnovabili, per renderle accettabili, bisogna trovare un meccanismo che redistribuisca benefici nell’immediato. Una nostra idea è questa: stabilire che laddove vi è un impianto vi sia una quota dell’energia prodotta che va alle piccole e medie imprese e alle famiglie con sconti sulla bolletta. Confindustria ci dice che ci sono in Italia 4000 opere bloccate sulle rinnovabili. Non si può più aspettare. Bisogna intervenire. E noi, quando saremo al governo, lo faremo. Mi lasci aggiungere un altro punto”. Prego. “Sull’energia abbiamo anche un altro problema che disincentiva le rinnovabili. La nostra idea è una: bisogna abbassare le tasse sull’elettricità. In Spagna, il gas fa il prezzo dell’energia per il 15 per cento del tempo. Da noi per l’80 per cento. Si può intervenire e lo faremo. Così come bisogna investire su reti e accumuli, non come il disastro del governo sulla Gigafactory di Termoli. Noi vogliamo rafforzare i power purchase agreement, cioè gli accordi pluriennali per l’acquisto di grandi volumi di energia a prezzi prestabiliti. Su questo il governo ci ha in parte ascoltato. Bisogna però rafforzare anche il ruolo dell’Acquirente unico, permettendogli di stipulare contratti di lungo periodo con i produttori di energia rinnovabile e di redistribuire quell’energia a imprese e famiglie a prezzi stabili e competitivi. Naturalmente, questa strategia avrebbe ancora più forza se fosse sviluppata a livello europeo”.
“Il Pd non ha alcuna preclusione sul nucleare. Il problema sono i tempi. E sull’energia bisogna fare presto”
Ancora sull’energia: perché la sinistra vuole solo rivedere e non abrogare le attuali regole sull’Ets, ovvero le regole che governano il mercato europeo delle emissioni? “Noi abbiamo sempre lavorato per una revisione dell’Ets, ma è assurdo impostare la discussione nei termini della sospensione proposta da Meloni. La crisi nello stretto di Hormuz ci ha ricordato quanto l’Europa sia ancora esposta agli shock energetici. L’Ets può e deve essere corretto, evitando effetti distorsivi sulle imprese, ma la priorità resta liberarci dalla dipendenza dal gas, sia da quello di Putin sia da quello di Trump. Se Meloni chiede di sospendere l’Ets senza accelerare sulle rinnovabili e sull’autonomia energetica, il risultato sarà semplice: comprare ancora più gas americano. Mi chiedo poi: dal momento in cui Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, il sistema Ets ha garantito allo stato italiano circa nove miliardi di euro. La domanda da fare al governo è molto semplice: dove sono finiti quei soldi? Quante risorse sono state destinate alla riduzione delle bollette, alla decarbonizzazione delle imprese e agli investimenti nelle energie rinnovabili? Prima di chiedere la sospensione dell’Ets, Meloni dovrebbe spiegare come ha utilizzato i proventi che ha già incassato”. Gli investimenti e i salari si diceva. “La priorità deve essere rilanciare gli investimenti, a partire dalla doppia transizione, digitale ed ecologica. Per questi progetti serve una vera burocrazia zero: possiamo estendere a tutto il territorio nazionale il modello di semplificazione della Zes unica, con uno sportello unico e una risposta certa entro novanta giorni. Serve poi una politica industriale di filiera, a cominciare dall’automotive, anche attraverso un ruolo strategico delle società a partecipazione pubblica. L’Italia, inoltre, è un paese di grandi risparmiatori: circa 1.700 miliardi di euro restano fermi sui conti correnti, mentre i fondi pensione investono soprattutto in titoli di stato esteri e in attività finanziarie internazionali molto liquide. Nel frattempo, le imprese italiane, soprattutto le più piccole, fanno sempre più fatica ad accedere al credito. Dobbiamo quindi creare strumenti innovativi, accompagnati da incentivi fiscali, per canalizzare una parte del risparmio italiano verso l’economia reale, gli investimenti produttivi e la crescita delle nostre imprese. La vera battaglia, però, è quella per aumentare i salari. E per farlo bisogna guardare anche alle esperienze che hanno funzionato. Tra il 2023 e il 2025 l’economia spagnola è cresciuta di circa il 9 per cento, mentre quella italiana si è fermata intorno al 2,2 per cento. In Spagna esiste un salario minimo, che negli ultimi anni è stato aumentato di circa il 50 per cento. Ma non si sono limitati a questo: imprese e sindacati hanno raggiunto un accordo importante per ridurre la precarietà e limitare l’abuso dei contratti temporanei. Anche in Italia dobbiamo riaprire un confronto serio tra organizzazioni datoriali e sindacati, affrontando il tema della rappresentatività e del rinnovo dei contratti. Bisogna investire nella formazione, nelle competenze e nella ricerca. Abbiamo ricercatori straordinari, ma troppi sono ancora precari o costretti ad andare all’estero. La sfida è creare salari, opportunità e condizioni di lavoro che permettano ai giovani di restare e costruire qui il proprio futuro”. Crescita, stabilità e futuro. A Elly Schlein ricordiamo che la Banca d’Italia ha scritto recentemente che i benefici del Superbonus sono stati inferiori ai costi e che il moltiplicatore fiscale è stato sotto l’unità. Domanda: la leader del Pd ci può garantire che con il Pd al governo non si replicheranno modelli come il Superbonus? Schlein capisce dove vogliamo andare a parare e risponde prima con diplomazia e poi con decisione. “Sul tema dell’efficientamento energetico delle case, penso sia necessario seguire le indicazioni dell’Europa e lavorare affinché vi siano regole uguali per tutti”. Schlein si ferma, riflette un secondo, e noi specifichiamo la domanda. I leader del Pd possono escludere che un governo del campo largo riproponga crediti fiscali trasferibili, senza tetto e senza copertura? “Ricordo che quelle misure le hanno votate tutte le forze politiche e tutti chiedevano di prorogarle. Io ancora non c’ero. Oggi dico che gli strumenti vanno costruiti bene, imparando da ciò che ha funzionato e dagli errori. Ma noi in questo momento stiamo proponendo di affrontare il tema a livello europeo, con un fondo per l’efficientamento energetico”. Slalom gigante.
“Il Superbonus? Gli strumenti vanno costruiti bene, imparando da ciò che ha funzionato e dagli errori”
Non c’è alternativa senza sicurezza. Non c’è alternativa senza economia. Ma non c’è alternativa anche senza politica estera. A Elly Schlein ricordiamo che il Pd, anche dall’opposizione, nonostante qualche borbottio, ha continuato a sostenere l’invio di armi all’Ucraina. Domanda semplice: perché, al netto della retorica, le armi sono ancora indispensabili per difendere l’Ucraina? E quale sarebbe, secondo lei il rischio concreto se l’Italia e l’Europa smettessero di fornirle? Prima di rispondere a questa domanda Schlein offre al suo interlocutore un avverbio: “Convintamente”. Poi lo spiega. “Abbiamo votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi a disposizione per una ragione semplice. Putin ha violato il diritto internazionale. Lo ha violato attraverso una invasione criminale dell’Ucraina. E chiunque non riconosca in questa storia chi è l’aggredito e chi è l’aggressore sbaglia. Il Pd ha sempre sostenuto, ripeto, convintamente, l’Ucraina con tutti i mezzi necessari. Perché, lo dico da sinistra, è inaccettabile pensare che qualcuno, in Europa, possa pensare di riscrivere i confini con l’uso della forza. Quello che però va aggiunto a questo tema e a questo ragionamento è che l’Europa ha fatto poco per provare, diplomaticamente, a isolare Putin e a costringere a negoziare per una pace giusta. E quando parlo di pace giusta, anche qui non ci devono essere ambiguità, parlo di una pace giusta dal punto di vista dell’Ucraina, come ripete spesso Sergio Mattarella. E’ fondamentale l’Europa, in questa fase, anche con un inviato unico incaricato di trattare per tutti i paesi dell’Unione, perché l’alternativa all’Europa è il rapporto bilaterale tra Donald Trump e Vladimir Putin. Trump, per usare un eufemismo, mostra da sempre accondiscendenza eccessiva nei confronti dell’aggressore. L’Europa è invece riuscita su questo punto a schierarsi sempre dalla parte giusta della storia. Ed è per questo che io dico, con convinzione, che serve più Europa. Serve un’Europa più forte. Serve un’Europa in grado di decidere più velocemente. Serve un’Europa in grado di muoversi con un federalismo pragmatico”, dice la segretaria citando Mario Draghi. “Per farlo bisogna superare l’unanimità. Per superare l’unanimità bisogna essere però europeisti veri. La chiusura ideologica di Giorgia Meloni danneggia gli interessi nazionali: è contraria al superamento dell’unanimità, alla difesa comune e non si batte con noi per gli investimenti comuni. Molto coerente con la sua storia, purtroppo”.
“Abbiamo votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi e lo rivendico”
Insistiamo ancora, sull’Ucraina, anche per vedere fino a dove Elly Schlein è disposta a spingersi. Le chiediamo dunque. Primo: Andy Burnham, il nuovo primo ministro inglese, ha detto due giorni fa che il suo governo è impegnato a sostenere l’Ucraina e Zelensky “al 100 per cento”. E’ una frase che Schlein ripeterebbe? Secondo punto: L’ammiraglio Cavo Dragone, pezzo da novanta della Nato, cinque giorni fa ha detto che “negli ultimi due anni i caccia alleati sono decollati su allarme circa 700 volte in risposta a minacce provenienti dalla Russia”. Ha ricordato che negli ultimi mesi, aerei e droni russi hanno sconfinato in Europa. Domanda: anche Schlein considera Putin una minaccia per l’Europa? E infine: il Pd vuole che l’Ucraina entri nell’Unione europea? La segretaria del Pd sorride. “Direttore, so perché mi fa queste domande. Non è un mistero che all’interno della coalizione andiamo d’accordo su tantissimi temi ma non su tutti. So bene che nella coalizione c’è chi ha posizioni diverse da quelle del Pd sull’Ucraina. Ma le dico con sincerità che sono sicura che a settembre, quando inizieremo a discutere di programma, troveremo un terreno comune. Per rispondere alle sue domande. A Burnham vanno i miei migliori auguri e il Pd continuerà a sostenere l’Ucraina come ha sempre fatto. Sì, sosteniamo l’allargamento a tutti i paesi candidati, compresa l’Ucraina: ci sono regole che valgono per tutti e servono riforme ma non spero non diventino alibi per rallentare il processo. Su Putin, confermo la nostra più netta condanna: Putin ha violato il diritto internazionale con un’invasione criminale dell’Ucraina. Non va sottovalutato. L’Europa è circondata da aggressività militare e commerciale, pensi ai dazi di Trump, e lavorare per avere un’Europa più forte è l’unico modo per essere sovrani e difendere la pace e la libertà e combattere anche i molti cavalli di Troia del putinismo e del trumpismo che in modo speculare sognano un’Europa più debole. Noi non lo permetteremo. E quando parlo di avere un’Europa più forte, meno debole, parlo anche di avere un’Europa in grado di diventare più integrata, più unita, più sovrana, dal punto di vista energetico, meno vulnerabile e più in grado di rispondere al protezionismo trumpiano in modo creativo e coraggioso. Per esempio, aprendo nuovi accordi commerciali coi paesi traditi dai dazi di Trump, come potrebbe essere il Giappone. Quando ho incontrato Mark Carney, il formidabile primo ministro canadese, mi ha colpito una sua frase. Ha detto, lo ha detto in Armenia, che l’ordine internazionale sarà ricostruito perché non permetteremo di consegnare ai nostri figli un ordine fondato sulla brutalità. E ha aggiunto che l’ordine internazionale del futuro verrà costruito a partire dall’Europa. E sarà l’Europa a dimostrare quello che con Trump ormai mi sembra un dato di fatto innegabile: il nazionalismo non è solo un pericolo per il mondo ma è anche una minaccia per l’interesse nazionale dei paesi che lo promuovono. L’ordine ripartirà dall’Europa.
Ma l’ordine del futuro ripartirà prima di tutto dagli europeisti, quelli veri”. Rispetto alle spese sulla Difesa, un tema da chiarire. Il Pd è a favore della difesa europea, è a favore del debito comune ma è contro il fondo Safe sulla difesa, che è fatto con debito comune e che ha richiesto anche l’amata Spagna di Sanchez. Abbiamo capito bene? Schlein prova a rispondere, facendo uno slalom. “Noi siamo per una difesa comune che tenda a rendere possibile l’esercito unico europeo. Abbiamo sostenuto tutti gli strumenti europei che fanno investimenti e ricerca comune, aumentano interoperabilità dei sistema di difesa nazionali. Mentre siamo contrari non solo all’obiettivo, irrealistico, sbagliato, del 5 per cento del pil di spesa militare previsto dalla Nato, ma anche a misure che incentivano solo il riarmo nazionale dei 27 eserciti europei, scoordinati tra loro. Non serve spendere di più, serve spendere in modo più coordinato a livello europeo e serve farlo con maggiore efficienza rispetto a oggi. Solo questo aumenta la deterrenza”.
“Noi siamo per una difesa comune che tenda a rendere possibile l’esercito unico europeo: no al 5% della Nato”
Il nostro tempo è finito, siamo al telefono da un’ora e quaranta con la segretaria del Pd, siamo entrambi stremati. Schlein ha parlato anche di intelligenza artificiale, sulla quale sottoscrive tutto ciò che ha detto Papa Leone XIV, e sull’intelligenza artificiale è convinta che, con le giuste regole, la giusta prudenza, “l’Italia possa trovare delle chiavi giuste per costruire un percorso fatto di crescita, di produttività, di opportunità”. Sull’Ai, poi, Schlein invita Giorgia Meloni a un patto, non legato all’uso commerciale dell’Ai, Schlein ci confessa che “per lavoro non la uso, i discorsi li scrivo da sola, nel privato può capitare”, ma legato a una sorta di accordo di non belligeranza: “In vista della campagna elettorale tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare l’Ai per attribuire agli avversari parole o fatti inventati”. Il tempo scorre ma tre domande di politica interna sono necessarie. Primo punto: è vero che l’obiettivo di Schlein è portare il Pd al 30 per cento? “Non parlo di numeri, non porta fortuna, posso dire però che le ultime elezioni, quelle regionali, e non solo, hanno dimostrato che il Pd è già il primo partito d’Italia e faremo di tutto per mantenere questo obiettivo”. Secondo punto: è davvero necessario aspettare che vi sia una nuova legge elettorale per decidere se fare le primarie? “Dobbiamo farci trovare pronti in qualsiasi momento. Meloni, cambiando la legge elettorale, ha dimostrato di avere paura di perdere e ha ragione a temerlo. Ma sulle primarie decideremo con gli alleati a settembre, dopo il programma”. Insistiamo: ma Elly Schlein, che ha fatto delle primarie il suo trampolino di lancio, le primarie le vuole o no? “Faccio notare che il centrodestra, nel 2022, ha scelto il candidato premier dopo le elezioni, con il partito che ha preso più voti. Anche questa è un’opzione”. Insistiamo: le vuole o no”. “Io sono disponibile alle primarie ma lo decideremo insieme agli alleati. So che queste risposte potrebbero non soddisfarla ma sono testardamente unitaria e farò di tutto per tenere l’alleanza coesa”. Alleanza coesa e alleanza allargata fino a quando possono essere concetti che si tengono insieme? “Il mio obiettivo lo conoscete. E’ non ripetere l’errore del 2022, è evitare le dispersioni, è andare uniti, con tutti coloro che stanno all’opposizione”. Significa che farà un tentativo per tenere dentro non solo l’attuale centro che c’è, da Renzi a Onorato, ma anche Carlo Calenda? “Le mie linee guida sono queste. Auguro ai partiti di centro, che gravitano nella coalizione, di parlarsi, di non disunirsi. E poi, quanto al resto, non ho mai messo veti su nessuno. Ho sempre provato ad allargare. Ma non sono temi che si possono decidere a tavolino. Faremo il programma e intorno al programma sono certa che riusciremo a essere più larghi, più coesi, più competitivi”. Le vorrei fare una domanda su Vannacci. “Direttore, è così bello non parlare di Vannacci, lasciamolo perdere per oggi. Parliamo di alternativa senza parlare troppo degli altri. Lo possiamo fare. E vedrà che le elezioni le vinceremo anche così”.
Di più su questi argomenti
Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
