Vaccini contro le balle sui migranti

La demagogia di destra sul caso Ceuta è alla luce del sole. Ma una demagogia non meno pericolosa sull’immigrazione è questa: invocare solidarietà senza responsabilità. Lezioni utili da sinistra. Non dall’Italia, ma dalla Danimarca
4 AGO 26
Immagine di Vaccini contro le balle sui migranti

Foto LaPresse

Il dibattito pubblico che si è andato a innescare a seguito dell’incredibile caos migratorio di Ceuta ha avuto l’effetto di rimettere al centro della scena molte discussioni su due tipi di confini molto importanti che riguardano lo stato di salute delle nostre democrazie. Il primo confine è quello che ha a che fare con i limiti geografici dell’Europa e le immagini di Ceuta hanno stimolato numerose riflessioni. Cosa succede quando si supera un confine in massa? Cosa succede quando una democrazia fatica a gestire quel confine? Cosa succede quando l’Europa fatica a trovare le giuste parole per reagire a un grande fenomeno migratorio? Cosa succede quando, di fronte a fenomeni del genere, si sceglie di occuparsi più dei confini interni dei paesi europei che di quelli esterni dell’intera Europa? Il secondo confine di cui si è parlato in modo indiretto in queste ore riguarda un limite non fisico ma culturale che coincide con la definizione di un perimetro politico importante da inquadrare: dove inizia il populismo quando si parla di immigrazione?
Una parte della destra europea, compresa quella italiana, ha scelto, come ha mirabilmente scritto ieri Anne Applebaum sull’Atlantic, di distorcere le immagini che arrivano da Ceuta, dimenticando di dire che Ceuta si trova in Nord Africa, che arrivare in Spagna da Ceuta non è come scavalcare una staccionata e che tre quarti degli arrivati a Ceuta sono tornati in Marocco in poche ore, per dare l’impressione che, per l’Europa, per l’occidente, per le democrazie, l’invasione non sia più una questione di se, ma sia solo un tema che riguarda il quando. Il vero dramma, però, è che una parte della sinistra europea, a partire da quella italiana, ha dimostrato di intestardirsi nell’incasellare ogni risposta possibile ai fenomeni migratori all’interno del perimetro, generico, delle scelte xenofobe. Oggi, come sapete, i ministri dell’Interno dell’Unione europea hanno convocato una riunione d’emergenza per ragionare sul caso Ceuta, per chiedersi cosa fare sul tema della lotta all’immigrazione illegale, per valutare quali provvedimenti prendere per rafforzare il controllo delle frontiere.
La storia che la sinistra italiana dovrebbe provare a seguire per capire in che modo si possono presidiare con forza i confini dell’Europa, sia quando si parla di frontiere sia quando si parla di populismo, non è quella di Giorgia Meloni. La storia da seguire è quella della sinistra modello danese. Mette Frederiksen, premier socialdemocratica danese, che da tempo fa coppia fissa con Meloni sui temi dell’immigrazione, non ha scelto di abbracciare un credo xenofobo ed estremista rispetto al tema della gestione delle frontiere. Ha provato a fare altro. Ha tentato di dimostrare, anche alla sua parte politica, che solidarietà e responsabilità, quando si parla di immigrazione, non sono princìpi alternativi. Frederiksen dice che occuparsi con forza di chi deve entrare e rimanere in un paese è fondamentale per difendere la legalità e dunque la sicurezza, perché a decidere chi può entrare e rimanere in un paese devono essere le istituzioni democratiche, non i trafficanti, le crisi improvvise o la capacità individuale di attraversare illegalmente una frontiera. Frederiksen dice che evocare un limite alla capacità di accoglienza di un paese non significa negare il diritto d’asilo: significa stabilire i numeri giusti con i quali provare a garantire l’integrazione. Frederiksen sostiene che un sistema nel quale il “no” alla domanda d’asilo non conduce quasi mai al rimpatrio di chi non ha diritto di restare finisce per perdere credibilità anche quando dice “sì”, perché il rimpatrio non è il contrario dell’asilo: è ciò che permette di riservare la protezione a chi ne ha diritto. Frederiksen non sostiene solo che, per governare i confini interni, sia necessario rafforzare i confini esterni, come prova a fare l’Europa, anche con il discusso e criticato Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, ma sostiene anche che chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà che può generare l’immigrazione sia populismo, non antipopulismo, e per questo ripete da tempo che negare i problemi per paura di apparire razzisti danneggia anzitutto gli immigrati che rispettano le regole.
Frederiksen, infine, sostiene che sui temi dell’immigrazione non occorra ideologia, ma pragmatismo, realismo e trasversalismo, e rispetto al suo rapporto speciale con Giorgia Meloni dice da tempo che non si può rifiutare una soluzione solo perché viene sostenuta anche dalla destra, né lasciare alla destra il monopolio della sicurezza, dei confini e dei rimpatri. E’ positivo, naturalmente, che la sinistra italiana chieda a Meloni meno demagogia, ma l’alternativa al modello Meloni (la demagogia è invocare la chiusura di Schengen in modo frettoloso, non chiedere all’Europa di presidiare le frontiere con più forza rispetto a oggi) non esiste senza rendersi conto che quando si parla di immigrazione, sicurezza e libertà possono stare sullo stesso piano e che la solidarietà non è incompatibile con la responsabilità. Non è antipopulismo considerare “fascista” ogni risposta che non si limiti all’evocazione della semplice solidarietà. Non è razzismo, come fa la premier danese, parlare di confini da difendere e di deterrenza da applicare. Non è di destra, come prova a fare l’Unione europea, anche con il sostegno del Partito socialista europeo, lavorare per avere rimpatri più veloci e lavorare per mettere in campo una lotta più efficace contro l’immigrazione clandestina.
E in definitiva, a sinistra, non basta dire che Meloni è fascista per costruire un’alternativa alla xenofobia. Il caos di Ceuta, in questo senso, ha rimesso al centro del dibattito due confini diversi. E, sia sui confini che riguardano le frontiere fisiche sia sui confini che riguardano i populismi politici, la sinistra italiana è un’anomalia negativa in Europa, è l’unica sinistra di un grande paese europeo a professare ampia solidarietà senza vera responsabilità, e ha molto lavoro da fare dunque per imparare qualcosa dalle sinistre europee, compresa quella di Sánchez, che hanno capito che per occuparsi di immigrazione non basta allargare le braccia: occorrono forza, decisione, deterrenza e soluzioni, nella consapevolezza che predicare solidarietà senza responsabilità non è un’alternativa ma è semplicemente l’altra faccia della medaglia del populismo europeo.