Quel che Ceuta ci dice su nascite, immigrati e politica

La crisi ha riacceso le tensioni generate dal problema demografico. La necessità della buona politica e di una battaglia culturale e psicologica. Pensare a un’agenzia europea per gli immigrati

3 AGO 26
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Pur avendo origine nella battaglia del Marocco per prendere città che considera occupate dalla Spagna, come dimostrano le polemiche tra destre e sinistre europee, la crisi di Ceuta ha subito acceso le tensioni generate dal quadrilatero fondamentale della vita e del futuro dei nostri paesi. I suoi lati sono la crisi demografica, che è molto più dura e veloce di quanto non si creda e ha cause e dinamiche evidenti da decenni; l’invecchiamento e il rallentamento socio-economico che ne deriva, per fortuna finora contrastato più di quanto si potesse sperare dal progresso tecnologico oltre che dal veloce sviluppo di paesi un tempo “arretrati”; l’insoddisfazione generale che ne discende, in un clima psicologico, prima che ideologico, influenzato dal rimpianto dei vecchi per il passato e dal malcontento di giovani che vivono in un’epoca di aspettative decrescenti; e un’immigrazione indispensabile se si vuole almeno rallentare, più che fermare, il degrado da invecchiamento e guadagnare così tempo per trovare delle soluzioni.
Come ci ricordano le polemiche di tutti i giorni in Italia, ma anche fenomeni come il Front national, Farage, Vox, l’AdF e ora Vannacci, in queste condizioni l’immigrazione si è trasformata in un catalizzatore di malcontento e fortissime reazioni identitarie. Al di là del giudizio che se ne può dare, si tratta di un fatto che non può essere esorcizzato denunciandone l’immoralità, ma che va affrontato culturalmente e psicologicamente prima, e politicamente poi, perché è forse il fattore oggi più capace di spostare voti e influenzare il dibattito politico. 
A monte c’è un declino demografico comparso in Francia e poi in altri paesi europei come calo delle nascite già nel XIX secolo. Esso è stato poi complicato dalla fine del mondo contadino (fatto di contadini-imprenditori che volevano meno figli ma avevano bisogno di braccia), dal boom del lavoro dipendente e dal più forte ruolo dello stato e delle grandi aziende che, per esempio con le pensioni di vecchiaia, hanno separato il problema della scarsa fecondità dalla sopravvivenza personale senza però cambiarne l’essenza, perché alla fine senza giovani comunque non si vive.
Come indicano articoli di persone intelligenti e quel che si legge sulla stampa più seria, malgrado le loro dinamiche siano da tempo abbastanza chiare su questi problemi regna però ancora una forte confusione, simile e al tempo stesso diversa da quella che accompagnò il loro emergere circa 150 anni fa. Si legge per esempio ancora che il calo delle nascite avrebbe origini relativamente recenti o che le sue cause sarebbero “economiche”, di mancanza di risorse, scambiando la percezione (che certo conta, eccome) con la realtà. Ma quel calo già angosciava la Francia negli anni Settanta dell’Ottocento (non è quindi un caso che essa sia il paese che ha la più ricca esperienza politica in materia) e il mondo anglosassone di fine secolo. E se i francesi capirono abbastanza presto che era il benessere e non la miseria a generarlo, i secondi si preoccuparono invece del comportamento dei ceti sociali e dei colori “inferiori”, promuovendo politiche eugenetiche all’interno e whites only, cioè di chiusura all’esterno (una storia che è utile ricordare), spesso legate alla denuncia di una bomba demografica che avrebbe distrutto il mondo. In Italia i 4,93 figli per donna del 1862 erano diventati 4,5 nel 1900 e 3,4 nel 1930, il che aiuta a capire l’influenza che Corrado Gini riuscì a guadagnare su Mussolini. Oggi, per capirci, siamo a 1,14.
Il declino demografico, evidente tra le due guerre (la riflessione su di esso è per esempio una delle radici della nascita del welfare scandinavo, teso appunto a difendere un popolo che si sentiva minacciato), fu poi arrestato – oggi sappiamo solo temporaneamente – da un baby boom forte soprattutto in Usa. In Europa infatti una parte importante della crescita della popolazione fu dovuta già nel secondo dopoguerra all’allungamento del tenore di vita: in Italia i figli per donna rimasero stabili intorno a 2,4 per tutti gli anni del miracolo, salvo poi cominciare a calare velocemente, come in tutti i paesi sviluppati, dalla fine degli anni Sessanta, scendendo dal 1972 – già più di 50 anni fa! – sotto la soglia di riproduzione del 2,2.
Proprio la crescita della speranza di vita ha ulteriormente complicato la nostra capacità di vedere e maneggiare i problemi dell’invecchiamento: almeno in un primo periodo, infatti, la diminuzione dei figli ha aumentato il benessere generale, riducendo il numero di bambini per occupato senza aumentare troppo il numero di anziani incapaci di lavorare. Questa prima fase “ideale”, che ha avuto il suo picco in Europa tra il 1945 e il 1965 (e che ha molto a che fare coi “miracoli economici”) è stata però solo temporanea. Proprio intorno al 1965 riprese inaspettatamente e velocemente a crescere in Occidente (ma non nei paesi socialisti, a testimonianza della loro crisi diversa e più profonda) una speranza di vita che superò presto gli 80 anni. Col tempo – in Italia dagli anni Novanta quando non a caso sono cominciate le “riforme delle pensioni” – la diminuzione degli ingressi sul mercato del lavoro dovuta al calo dei giovani è stata così aggravata dall’aumento di vecchi che non possono lavorare come fino a 60-65 anni, e poi dal crescente numero di quelli non autosufficienti.
Si è aperto così un divario tra interesse individuale e collettivo: la riduzione delle nascite dipendeva dalla presa di coscienza che fare meno figli e farli più tardi voleva (e vuole) dire maggior reddito e più spazio a disposizione per sé, una verità rimasta per alcuni decenni tale anche a livello complessivo per società chiamate a mantenere meno dipendenti. Da più di 30 anni però la regola del meno figli uguale più reddito e più libertà, che continua a valere a livello individuale nella prima parte della nostra vita, non vale più a livello generale, creando una contraddizione fondamentale. E il fenomeno è aggravato nel caso delle donne dalla incontrovertibile constatazione che quelle che fanno figli guadagneranno in media meno di quelle che non ne fanno, il cui reddito a parità di istruzione ha ormai raggiunto quello maschile.
Questa contraddizione potrebbe essere superata dalla constatazione che, riletto razionalmente, anche l’interesse individuale è seriamente danneggiato dall’assenza di figli in vite che diventano imbuti verso la solitudine e la morte e – se le cose continuassero – anche verso l’impoverimento. Ma capirlo richiede tempo e una rivoluzione culturale oltre che materiale, che sposti verso i giovani e soprattutto verso chi i figli li fa, cioè le donne, risorse, potere e dignità. Solo la comprensione individuale può infatti cambiare tendenze potenti contro le quali qualche asilo e qualche soldo in più, per quanto utili, servono a poco, e l’autoritarismo oltre a non servire a nulla, genera mostri.
L’immigrazione è uno degli strumenti principali per guadagnare questo tempo, come lo sono la spinta a far lavorare di più e più a lungo più persone, che però non è una soluzione popolare, e la scienza, che è lo strumento meno problematico. In società vecchie e in difficoltà l’immigrazione provoca infatti reazioni forti, desideri di ritorni al passato e persino teorie del complotto che non è intelligente limitarsi a negare e combattere. Andrebbero piuttosto e forse soprattutto anche spiegate alcune cose e fatte altre.
La prima è far capire che è possibile anche scegliere di non “usare” l’immigrazione, come ha fatto per esempio per anni il Giappone, e come implicitamente fa chi parla di remigrazione. Farlo però equivale a spegnerci lentamente “tra noi”, velocizzando e di molto il nostro declino in nome di un impossibile ritorno al passato. Non è quindi una scelta intelligente. Nel combatterla occorre tuttavia sempre ricordare che vi sono forti difficoltà psicologiche a guardare all’invecchiamento, cioè alla morte. E’ un rifiuto a suo modo utile per la serenità dei singoli: preferiamo piuttosto pensare a cose più gradevoli, e se proprio siamo chiamati a riflettere sull’invecchiamento, cerchiamo di vederlo in una prospettiva positiva. Rifiutare l’idea che l’immigrazione è utile e necessaria è quindi a suo modo anche una reazione naturale, che va compresa e fatta superare.
La seconda cosa che andrebbe fatta capire è che l’immigrazione – che non va confusa con asilo e accoglienza umanitaria – è un rimedio dal carattere temporaneo, che va quindi sfruttato al meglio finché sarà possibile farlo. A dimostrazione che apparteniamo tutti alla stessa specie, la crescita economica e l’aumento di reddito e istruzione provocano infatti ovunque la medesima crisi demografica man mano che il benessere si estende. La Cina è già in una crisi serissima, si intravede con chiarezza quella dell’India e in generale sembra di poter dire che i “nuovi” paesi sviluppati hanno conosciuto e probabilmente conosceranno periodi di crescita e benessere molto più brevi di quelli europei. Lo stesso vale per l’Africa, che è oggi il continente del futuro: nel dopoguerra essa aveva meno della metà degli abitanti dell’Europa, ne ha oggi quasi il triplo e dovrebbe averne più del sestuplo alla fine di questo secolo, ma già oggi essa mostra un calo della natalità simile a quello europeo di fine Ottocento e più veloce di esso.
La terza è che immigrazione, della scala oggi necessaria, vuol dire impiantare stabilmente in un tessuto sociale e umano che ne ha bisogno elementi diversi, che vanno integrati, ma che provocano reazioni inevitabili, che vanno quindi “maneggiate”. Ciò è tanto più vero in paesi con popolazioni anziane come quelli europei i cui ultrasessantenni hanno vissuto una storia intessuta di costruzione nazionale e di conquista di un’omogeneità etnoculturale voluta e cercata, spesso anche con la violenza. In Italia, per esempio, le persone con più di 65 anni sono quasi 15 milioni, un quarto della popolazione, e quelle con meno di 18 anno meno di nove milioni e del 15% degli abitanti. Buona parte degli italiani è quindi cresciuta in un paese che diventava col tempo sempre più “italiano”, superando il localismo, e si sentiva un paese di emigranti. La realtà di oggi sembra quindi loro davvero quella di un “mondo all’incontrario” e il disagio che essa provoca è accresciuto dal fatto che le “soglie” di tolleranza degli anziani per le novità sono in media più basse di quelle dei giovani, come dimostra anche la maggiore ansia suscitata da una criminalità in diminuzione. Poiché le percezioni sono, come abbiamo capito, almeno altrettanto reali della realtà che erroneamente leggono, occorre sapere con cosa si ha a che fare e che problemi umani giganteschi, anche psicologici, vanno affrontati.
La quarta verità è un corollario della terza: se si decide di voler usare l’immigrazione, come sarebbe auspicabile, bisogna allora attivamente cercare quella che provoca meno reazioni di rigetto, facendo quindi una politica informata e proattiva, basata sulle migliori esperienza internazionali, che individui e inviti le persone che per tante e diverse ragioni (culturali, religiose, linguistiche, di istruzione, comportamentali ecc.) susciteranno meno reazioni nel paese dove si spera scelgano di vivere. Una politica che ne segua poi e ne faciliti l’arrivo e l’integrazione, mostrando loro un volto amico, che non può essere solo quello di una polizia che per quanti sforzi faccia, e li fa, resta un apparato d’ordine e sicurezza.
L’ultima è che comunque – dato il suo carattere temporaneo – anche un uso intelligente dell’immigrazione servirà al massimo a prolungare e rendere meno grave un declino inevitabile se non si dà avvio a una grande battaglia culturale e psicologica per far capire che fare i figli conviene a tutti, anche ai singoli. Non è possibile negare che chi fa figli sarà meno libero e avrà meno tempo e soldi a sua disposizione, tanto più (ma non solo) se donna. Ma si può far vedere che accanto alla ricchezza materiale e a una provvisoria maggiore libertà ci sono tesori intimi e affettivi anche maggiori e di lungo periodo: è meglio vedere nipotini oltre che genitori in cattiva salute e talvolta morenti; è bello avere vita vicino a sé quando la propria diminuisce; e non è male sapere che ci sarà qualcuno che assicurerà le nostre pensioni o la nostra sopravvivenza se il sistema pensionistico entrasse in crisi. Sono cose che col tempo la nostra intelligenza dovrebbe riuscire a cogliere perché – come ha notato recentemente Louis C.K. in Ridiculous – è certo possibile avere per un po’ una bella vita come individui, ma quando quella bella vita finisce ce n’è un’altra e lunga ad attenderci. Tuttavia, prima lo si capisce meno dura sarà la transizione verso un nuovo modello.
Una politica seria e informata, che superi slogan e accuse reciproche, dovrebbe quindi porre il problema di come trovare più veri immigrati, di individuare quelli più facilmente integrabili nella specifica comunità umana in cui verranno a vivere e di favorirne e sostenere arrivo e integrazione, affrontando al tempo stesso con chiarezza la questione dei problemi e dei vantaggi che ciò offre, perché è possibile far capire che i secondi sono molto maggiori dei primi ma solo se si spiega che si è coscienti anche dell’esistenza dei problemi e che si fa di tutto per ridurli. A tal fine l’immigrazione andrebbe assolutamente affidata a una grande agenzia europea, con branche nazionali. In sua assenza se ne dovrebbe creare subito una italiana, che dovrebbe nel frattempo spingere per la maggiore integrazione europea possibile in questo campo delicatissimo.
Farlo vuol dire capire che le politiche seguite fin qui non sono state politiche di immigrazione, ma di fatto illusorie politiche di gestione di flussi di gastarbeiter di cui si ammetteva contro voglia la necessità ma che si sperava rappresentassero un problema temporaneo. Esse sono state di volta in volta affiancate da considerazioni di ordine pubblico oppure da idealistiche politiche di accoglienza generale moralmente apprezzabili ma che – nelle condizioni che predominano in un mondo bianco invecchiato e impaurito – diventano oggettivamente corresponsabili della crescita di reazioni negative che rischiano di accelerare il tracollo di civiltà già fragilizzate e che hanno bisogno di cure e cura.