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Non solo Mentana: il vero problema delle clausole di non concorrenza per il lavoro
I patti che impediscono a un lavoratore di passare a un concorrente o di avviare un’attività concorrente riguardano tutti i livelli di impiego, ma le conseguenze di questi sono spesso sottovalutate. Un'analisi
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Foto ANSA
Le clausole di non concorrenza, cioè quei patti che vincolano un lavoratore a non passare a un concorrente, o ad avviare un’attività concorrente, per un certo periodo dopo la fine del rapporto di lavoro, fanno notizia quando riguardano personaggi noti: è di questi giorni lo scambio tra Il Foglio ed Enrico Mentana sull’esistenza o meno della clausola che lo legherebbe a La7. Non è la prima volta. Nell’estate del 2023 si discusse a lungo della penale posta dal Napoli a Luciano Spalletti, e in particolare se la Nazionale potesse davvero dirsi "in concorrenza" con un club. Sono però vicende di superstar, che le clausole se le possono negoziare.
Il fenomeno è molto più ampio e riguarda i lavoratori comuni. Nell’Employment Outlook 2026 dell’Ocse abbiamo pubblicato la prima misurazione armonizzata su quindici paesi facendo seguito al lavoro che avevamo fatto qualche anno fa con Tito Boeri e Lorenzo Luisetto solo sull’Italia: nel nostro Paese circa un lavoratore del settore privato su sei è vincolato da un patto di non concorrenza, e la clausola ha smesso da tempo di riguardare soltanto il ricercatore o il responsabile commerciale. Lo conferma, portando una validazione dal terreno ai più aridi numeri statistici, anche Roberto Benaglia, dirigente di lungo corso della Cisl, sul Diario del Lavoro che segnala come questi patti raggiungano ormai manutentori, informatici, addetti alle vendite, perfino magazzinieri. E non è un tratto solo italiano: in tutta l’area Ocse tra il 14 e il 35 per cento di chi non ha un diploma di scuola superiore dichiara di essere coperto da una clausola di non concorrenza. Ovunque, per giunta, il ricorso a queste clausole è in aumento: tra le imprese che ne hanno cambiato l’uso negli ultimi cinque anni, quelle che l’hanno intensificato sono circa cinque volte quelle che l’hanno ridotto.
Buona parte di questi patti sarebbe nulla. Il codice civile richiede un corrispettivo adeguato e limiti definiti di oggetto, tempo e luogo; molte clausole non prevedono alcuna compensazione, o non circoscrivono settore e area geografica, e non reggerebbero davanti a un giudice. Eppure producono effetti lo stesso. È il punto che dovrebbe interessarci di più: una clausola vincola non perché sia valida, ma perché la si ritiene tale. Le persone agiscono in base a ciò che credono vero, e poiché del tema quasi non si parla, chi ha firmato dà per scontato di essere legato. Non cerca un altro impiego, non negozia un aumento, spesso non ci prova nemmeno.
Le conseguenze non riguardano solo il singolo. Il canale principale di crescita salariale, per la maggior parte dei lavoratori, è il cambio di datore: chi si percepisce vincolato rinuncia a quella leva. Ma l’Employment Outlook documenta anche un effetto più ampio. Dove i patti di non concorrenza sono più diffusi si osserva una crescita della produttività più lenta attraverso due canali: una minore riallocazione del lavoro dalle imprese meno produttive verso quelle più produttive, e una più lenta diffusione delle conoscenze tra imprese. Sono associazioni statistiche, non nessi causali dimostrati, ma la loro coerenza con i meccanismi già noti nella letteratura sulla produttività le rende difficili da ignorare. Le aziende più dinamiche crescono meno di quanto potrebbero, e il recupero delle altre rallenta. Ciò che per la singola impresa può avere una sua logica – trattenere chi conosce informazioni sensibili – moltiplicato per milioni di contratti diventa un costo per il sistema. E questo per l’Italia è un lusso che non possiamo assolutamente permetterci.
Al di là delle vicende di Mentana o Spalletti, che un modo per sciogliere i propri nodi lo hanno trovato o lo troveranno, una riflessione sull’uso di queste clausole servirebbe soprattutto per il resto della forza lavoro: su quando abbiano davvero senso, e su come evitarne l’abuso.