Politica
l'intervista •
Sposetti: “Schlein come Berlinguer. E’ attaccata da maschilisti. Conte? Preso dalla strada”
Il custode della memoria del Pci: “Se si esce da un partito si va a casa. Meglio sbagliare con la chiesa che avere ragione da soli"
30 LUG 26

Foto ANSA
“Elly Schlein mi ricorda Enrico Berlinguer, il mio segretario, e il segretario si rispetta, si incoraggia. Se servirà raccoglierò le firme per le primarie, se servirà girerò casa per casa, pancia a terra”. E poi, Ugo Sposetti, il tesoriere dei comunisti, il senatore amico di Napolitano e Macaluso, il custode della memoria del Pci, cosa farà? “Se serve, la difenderò dai maschilisti. Contro di lei c’è maschilismo”. La difenderà anche dal Fatto Quotidiano, che la attacca dopo l’intervista che ha rilasciato al Foglio? “Era un’intervista bellissima, da candidato premier, limpida. Perfetta. La massacra chi tifa per il pareggio, chi vuole i tecnici, i salvatori della patria”. La difenderà anche da Giuseppe Conte? “Lo hanno preso per la strada, nessuno lo conosceva e gli hanno detto: fai il premier. Alla faccia della democrazia. E’ stato presidente con la destra e la sinistra. Quando penso a Conte mi interrogo sulla parola coerenza. Mi chiedo anche cosa significa la parola riformista”. Lorenzo Guerini è un riformista? “Ma chi? L’andreottiano a Lodi? Sembra un romanzo di Arbasino. Ogni volta che lo incontro penso ai panda, a una specie protetta. Gli andreottiani del mio tempo erano gli Sbardella”. E Prodi? “Ogni sua critica a Schlein è una ragione in più per votarla”.
Al secondo piano della Fondazione Gramsci, accanto al busto di Carlo Marx, un salvadanaio, con l’appello “Proletari di tutto il mondo: contribuite”, Sposetti mi indica i tre disegni di Guttuso, la foto con Elly Schlein, la segretaria, e un’altra, una foto di affamati: “Per ricordarmi sempre della fame. Ho anche una vecchia locandina della Cgil pugliese, l’invito a donare il vino per i lavoratori”. Gli chiedo se con Schlein si scrivono, si parlano e perché la difende, il solo tra i nonni del partito. Sposetti, che ha due vecchi Nokia, come Gianni Letta, racconta la prima volta che l’ha conosciuta, a Bologna: “Si presentava un libro con Occhetto e Bersani, e c’era Schlein. Aveva qualcosa. Tornai a Roma dicendo che avrebbe preso il partito, che era aria fresca, un’altra pagina. Continuo a crederlo, come credo che possa fare il premier. E sia chiaro, non ho nulla da chiederle, non ho bisogno di un seggio da farmi assegnare”. Non esagera quando la paragona a Berlinguer? “E’ testarda e ‘testardamente’ era una parola che usava Berlinguer”. Sposetti, l’arcinemico di Prodi, uno dei franchi tiratori. E’ vero che era tra i centouno? “Ho spiegato a Schlein: guarda che su Prodi non la penso come te, so che lo hai difeso, ma io …”. Elogiamo il franco traditore/tiratore? “Sogno un grande elogio del franco tiratore. Grazie al franco tiratore abbiamo avuto presidente della Repubblica Einaudi, al posto del Conte Sforza. Il franco tiratore salva la democrazia”. Che differenza c’è tra il franco tiratore e il fuoriuscito dal Pd? Sposetti con il suo baffo bianco, gonfio come un pennello, porge un libro su Teresa Mattei, la partigiana, segretaria dell’Assemblea Costituente, e ricorda: “Rinunciò al seggio. Volevano candidarla sia Togliatti sia Terracini, ma Teresa Mattei preferì le sue battaglie, per dignità. E’ un libro che vorrei spedire alle cinque donne del Pd che hanno lasciato il partito”. E’ forse lesa maestà contestare la linea della segretaria? Sposetti si sistema sulla sedia e risponde: “Se si esce da un partito si va a casa. Meglio sbagliare con la chiesa che avere ragione da soli. Non dico che non si possa sfidare un segretario, dico che si va in piazza a fare una battaglia, a viso aperto. Quando leggo un’intervista di un riformista, passo subito alle pagine di cultura. Chi oggi contesta Schlein, all’interno del Pd, lo fa solo per prenotare il posto in lista, ricordare: ci sono, io. Nient’altro”. E il “terzo uomo”, il federatore? Ha sentito di Silvia Salis, la sindaca di Genova? E Bersani? Sposetti voterebbe il “terzo uomo”? Sposetti dice allora: “Se fa il sindaco, fai il sindaco. In questo paese quando si è scelto il terzo uomo è finita male. Dopo Monti è arrivato Grillo, dopo Draghi è arrivata Meloni. Sono ferroviere e resto del parere che serve un macchinista, solo uno, altrimenti si va a sbattere. Rimproverano a Schlein di non essere chiara sull’Ucraina, prima dell’intervista al Foglio, ma che male c’è a usare un po' di più la parola pace, al posto della parola armi? Nel Pd ci sono troppi dirigenti che vogliono vendere armi”. Sposetti non accetta che si dica che la sinistra non si attenta alla sicurezza e “a Lepore, il sindaco di Bologna, mandò un abbraccio caloroso”.
Apre un altro dei suoi libri, la biografia di Togliatti di Gianluca Fiocco, e si ferma a pagina 405. Leggiamo insieme l’esame che Togliatti faceva a Reichlin: “Caro Reichlin, sei in grado di darmi qualche dato su queste cose? Quante persone dormono in una stanza a Cerignola? Quale è il fitto medio a Bari? Cosa mangia un bracciante?”. Per un istante fa venire in mente Barnaba il custode di Daniele Del Giudice del racconto il “Museo di Reims”. Come Barnaba anche Sposetti si fa spazio fra monumenti, scrigni, tesori e ogni volta che si sporge, avvisa: “Sarà qui, ma non farmi cercare, sarà qui… ”. Sul tavolo conto cinque giornali di carta. Le piacerebbe rileggere l’Unità? “Non scherziamo. Un partito non può più permettersi un giornale. Un partito deve però permettersi una classe dirigente di livello. Il Barcellona è una grande squadra non perché ha avuto Messi, ma perché dopo Messi è arrivato Yamal. Si critica Schlein ma qual è il livello dei dirigenti del Pd? Quanti saprebbero rispondere alle domande di Togliatti? Il livello dei dirigenti è sceso come quello dei quotidiani. A 31 anni ero segretario del Pci di Viterbo e l’ordine pubblico era un problema condiviso. Conoscevo il prefetto, il vicequestore. La sera, io stesso salivo in auto con loro. Esisteva una collaborazione che evitava il disordine”. A Torino, la sinistra ha fiancheggiato i No tav? “In quella valle ho visto delle forze dell’ordine che non hanno saputo difendere altre forze dell’ordine. Io ho vissuti gli anni del terrorismo. Non permetto a nessuno di dire che la sinistra fiancheggia. Fossi in Guerini, presidente del Copasir, chiederei come è stato possibile che degli sbandati si inflitrassero e a Meloni chiederei di verificare da dove arrivano i soldi di Vannacci”. E’ forse l’oro di Mosca? “Ho sentito che dall’estero comprano i libri di Vannacci. La destra si concentra sui corpi e dimentica i soldi che possono fare male più dei corpi”. E la sinistra cosa dimentica? “Che può vincere se smette di farsi male. Dire che Meloni non deve andare al Colle è una banalità. Meloni al Colle non arriva se la sinistra avrà i grandi elettori. Non arriva se la sinistra dice che Vannacci è robaccia, che su Roggero la piazza non può essere il quarto grado di giudizio”. Sposetti si alza e mostra la prima pagina dell’Unità, “Addio”, quella che venne esposta sopra la bara di Berlinguer, con milioni di firme. Rivela: “Nella Di di addio c’è la firma di Alessandro Natta, ma questo è un segreto”. E un altro segreto? “Meloni ha voluto in prestito ‘La Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio’ di Guttuso perché non amava il vecchio quadro di Palazzo Chigi”. E perché? “Si vedevano le terga del cavallo sopra il podio dove parlava da presidente. Non era elegante. Era giusto darlo in prestito”. E’ così che Sposetti ha espugnato Chigi come Ulisse.
Di più su questi argomenti
Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio
