L’astuzia di Meloni: sostenere Elisabetta Gualmini sindaco di Bologna, per disarticolare il Pd e Schlein

La destra sta seriamente pensando di sostenere la ex europarlamentare del Pd (oggi con Azione di Calenda) come sindaco, per il dopo Lepore. Uno schema che apre scenari anche a livello nazionale
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Foto Lapresse

Meloni può fare cadere Bologna e la sinistra con l’astuzia. Ha un nome eccezionale per scavalcare Elly Schlein nella sua città, mostrare l’inadeguatezza dell’amministrazione centro sociale, la Ramallah del sindaco Lepore. Quel nome è Elisabetta Gualmini, ex europarlamentare del Pd, oggi con Azione di Calenda, politologa, moglie di Salvatore Vassallo, il professore che ha scritto lo statuto del Partito democratico. La destra sta seriamente pensando di sostenerla come sindaco, per il dopo Lepore. E’ Bologna l’album di famiglia di Schlein.
Perché il governo cavalca la devastazione dei centri sociali, perché Meloni va a Chiomonte, in Val di Susa, a denunciare gli incappucciati del terrore? Lo fa perché vuole dimostrare che la violenza è di sinistra, che il Pd offre una zona franca, e che il sindaco di Bologna, Lepore, oggi finito sotto scorta, fiancheggia questa schiuma di sbandati. Da due giorni nella sua città, dove ha autorizzato il corteo della rabbia, Lepore viene insultato dai centri sociali, gli stessi che credeva di gestire. Viene inseguito al grido: “Polizia assassina. Lepore boia”. Esiste una città che per Meloni è contendibile e quella città non è Milano, ma Bologna, la città che la destra espugnò con Guazzaloca. Prendere Bologna ha un significato. Se cade il sindaco Lepore, cade l’idea Bologna, se cade la città, si rompe il sodalizio Schlein-Bonaccini, se cade, cade anche il sostegno di Prodi, della Bologna illuminata. FdI ha finora raccolto 32 mila firme contro Lepore. E’ il sindaco che ha voluto Schlein, il più simile, il sindaco che ha assemblato una giunta con un vice espressione dei centri sociali, Emily Clancy. In consiglio comunale siede un consigliere di sinistra che si vanta del suo “antagonismo”. Il paradosso è che Lepore viene contestato dai centri sociali, un arcipelago di sigle e spostati a cui non darebbe risposta. La collera che ha permesso agli incappucciati di sfasciare il centro, dopo la tragica morte di Fakir, si deve alla decisione di Lepore di cementificare una parte del quartiere Pilastro. E’ il famoso quartiere della citofonata di Salvini (“scusi, lei spaccia?”). Ironia della sorte, nessuno si è accorto che Lepore, il giorno dopo quel corteo violento, è andato da Salvini, al ministero, a farsi ricevere. Si sono fotografati a prova che l’Italia è la nazione del sottosopra. Salvini, che negli stessi minuti denunciava la giunta Lepore, accoglieva Lepore. Delle due l’una: o le parole non hanno più senso o Salvini e Lepore sono uguali. E non lo sono.
La frase che ripete Schlein è che esiste “la libertà di manifestazione”, un alibi per non prendere le distanze. In Val di Susa il primo a dire che aggredire le forze dell’ordine non è manifestare, è stato Giuseppe Conte. Nel Pd aveva parlato solo il responsabile sicurezza, Mauri. Per una domenica intera si è atteso un post di Schlein. Niente. E’ arrivato solo lunedì. Bologna è la città del Mulino, dell’assassinio a Marco Biagi. E qui entra in gioco Gualmini. L’europarlamentare sta riflettendo su una candidatura e il partito di Meloni è tentato dal sostenerla. E’ ormai chiaro che i centri sociali avranno a loro volta un loro candidato che toglierà voti al Pd. Non si esclude che Lepore possa essere “promosso” alle politiche da Schlein. Al primo turno, la sinistra si troverebbe avanti, ma Gualmini può tallonarla. Il capovolgimento è atteso al ballottaggio. La destra può scegliere o di sostenere Gualmini sin dal primo turno o, sapientemente, spingerla, in un secondo momento, al ballottaggio.
E’ uno schema che apre scenari anche a livello nazionale. C’è un corteggiamento di Meloni al centro. Schlein non si è accorta che la città dove è più debole è proprio la sua. Il governatore Michele De Pascale è il controcanto di Lepore, e rappresenta una sinistra alla Gualmini. Trasformata in una Ramallah, Bologna potrebbe consegnarsi alla sobrietà che incarna Gualmini. Il vero bilancio di Schlein non è la segreteria del partito, ma questa città, l’altoforno dell’ira. Sono sparite la Sardine; Virginio Merola, l’ex sindaco, è stato dimenticato in Parlamento dal suo partito; Bonaccini vive il suo disagio e Prodi uno ancora più speciale. Della Bologna di Schlein è rimasto solo il fumo delle molotov, l’odio fra polizia e centri sociali. Bologna è l’Ilva della segretaria.