Politica
L'intervento •
Le carte scoperte della rete. Oltre il patto Meloni-Schlein
L’Europa costruisce su binari separati la tracciabilità dei contenuti e l’identità certificata. Che cosa può fare l’Italia
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Foto ANSA
Il patto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein per non usare l’intelligenza artificiale allo scopo di attribuire agli avversari parole o fatti inventati è un segnale di civiltà politica. Dimostra che maggioranza e opposizione possono riconoscere una regola comune: la comunicazione pubblica deve essere firmata, verificabile e responsabile. Ma il limite è evidente: un impegno volontario vincola soltanto chi decide di rispettarlo. I falsari non sottoscrivono patti.
La questione non riguarda solo la politica. L’anonimato in rete ha avuto e continua ad avere una funzione liberale: protegge dissidenti, informatori e persone esposte nei regimi autoritari. Ma la stessa architettura tutela oggi anche chi fabbrica falsi industrialmente. Il compito non è abolire l’anonimato, ma distinguere chi deve essere protetto da chi deve poter essere identificato e perseguito.
I cittadini comuni sono spesso più vulnerabili dei leader. Un leader può smentire rapidamente un falso; un cittadino qualunque può restare solo davanti a un audio manipolato che circola in famiglia o al lavoro. Le truffe basate sulla clonazione della voce colpiscono soprattutto anziani e persone meno digitalizzate: bastano pochi secondi di un messaggio vocale per simulare il timbro di un familiare e chiedere denaro per un’emergenza. Siamo arrivati a dover concordare una parola d’ordine perfino tra parenti.
Ancora più grave è il fenomeno dei deepfake sessuali, che colpisce soprattutto donne e ragazze. Applicazioni accessibili trasformano fotografie reali in immagini sessuali false. L’inchiesta della Procura di Roma su una piattaforma internazionale ha trovato tra le vittime persone comuni e figure note, comprese Meloni e Schlein. Dal 10 ottobre il nuovo articolo 612-quater del codice penale punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza consenso immagini, video o voci falsificati dall’AI e provoca un danno ingiusto. Ma una norma è efficace solo se esiste un autore identificabile.
C’è anche un costo economico. Nel 2024 una dipendente della società Arup a Hong Kong trasferì 25 milioni di dollari dopo una videochiamata nella quale il direttore finanziario e i colleghi erano simulazioni digitali. Non erano stati violati i sistemi informatici, ma il riconoscimento umano. Deloitte stima che negli Stati Uniti le frodi abilitate dall’AI generativa possano crescere da 12,3 miliardi di dollari nel 2023 a 40 miliardi nel 2027. La contraffazione a costo quasi nullo funziona come una tassa sulla fiducia.
A questo si aggiunge il “dividendo del bugiardo”: se tutto può essere fabbricato, anche ciò che è autentico può essere negato. La prova diventa opinione e il dubbio si trasforma in alibi. Le reti digitali devono quindi compiere lo stesso passaggio già avvenuto per mari, strade e cieli, dove esistono bandiere, registri, targhe e identificativi. In rete bisogna distinguere tra riconoscibili da chiunque e identificabili da un soggetto qualificato.
L’esposizione pubblica del nome non è mai automatica: l’identità reale dovrebbe essere custodita da un soggetto terzo e rivelata soltanto nei casi previsti dalla legge e con adeguate garanzie. Accanto all’identità serve la provenienza dei contenuti: credenziali crittografiche e filigrane interoperabili documentano origine e trasformazioni di un file. Non certificano la verità di una scena, ma rendono verificabile la storia del contenuto. Il principio è semplice: etichettare il sintetico e firmare l’autentico. Non si tratta di processare la tecnologia. L’intelligenza artificiale è una leva straordinaria di produttività, e responsabilità e trasparenza sono il passaggio che porta ogni strumento nuovo a maturità. La fiducia è un’infrastruttura: se manca, il valore dell’innovazione si deprezza e il vantaggio passa ai falsari.
L’Europa si sta muovendo su due binari. Dal 2 agosto l’articolo 50 dell’AI Act impone, nei casi previsti, marcature leggibili dalle macchine per i contenuti generati o manipolati e obblighi di riconoscibilità per i deepfake e alcuni testi di interesse pubblico. Entro la fine del 2026 ogni Stato membro dovrà offrire almeno un portafoglio europeo di identità digitale, volontario e controllato dall’utente. Da una parte contenuti tracciati, dall’altra identità certificate. Manca il ponte tra identità e responsabilità.
L’Italia dispone già di molti strumenti: la nuova fattispecie penale, Spid, Carta d’identità elettronica, IT-Wallet e il sistema AgCom di verifica dell’età fondato sul doppio anonimato, nel quale chi certifica non conosce il servizio visitato e il servizio riceve soltanto la prova necessaria.
Tre mosse sono possibili: applicare l’articolo 50 senza trasformarlo in un obbligo indiscriminato; consentire, su base volontaria, l’uso di identità o attributi certificati negli account e nei servizi più esposti, rendendo ricostruibile sempre la responsabilità; misurare il costo economico della sfiducia. Il patto Meloni-Schlein offre la premessa politica, l’Europa detta il calendario e l’Italia possiede già l’infrastruttura. Ora deve collegare i due binari, senza esporre il nome dei cittadini.
Renato Brunetta
presidente Cnel
Rosario Cerra
presidente Centro economia digitale
