Politica
leggi senza sostanza •
Il fascino perverso della giustizia punitiva
Una politica senza idee trasforma il diritto penale in spot elettorale, mentre la sensazione di insicurezza diffusa cresce costantemente
25 LUG 26

Foto ANSA
In un articolo di ieri, Claudio Cerasa ha ben definito “psicosi dell’insicurezza” l’allarme e le connesse ansie collettive per la tutela della sicurezza che ciclicamente si diffondono nel nostro paese anche per effetto della ricorrente drammatizzazione mediatica, a dispetto del significativo divario – come dimostrano i dati statistici – tra percezione sociale e andamento reale della criminalità. Fenomeno patologico, questo, aggravato dalle forze politiche che contingentemente si trovano al governo o all’opposizione. Le prime tendono infatti ad avallare e persino ad alimentare strumentalmente la percezione collettiva di insicurezza, sfornando come rimedio di pronto impiego (anche perché a basso costo), e redditizio in termini di facile consenso elettorale, una serie continua di “pacchetti sicurezza” con incremento di reati e pene (tendenza manifestatasi, peraltro, anche con governi di centrosinistra), destinati in realtà a svolgere per lo più una funzione simbolico-comunicativa e a fungere da temporaneo “ansiolitico sociale”; mentre le seconde solitamente contestano invece ai partiti di maggioranza di affrontare illusoriamente il problema sicurezza, promettendo soluzioni più efficaci (mai però specificate in dettaglio!) tra le ragioni per rimpiazzare i governi in carica. E’ una dialettica politicamente perversa, che purtroppo perdura ormai da alcuni decenni.
Vale la pena in effetti continuare a ragionare sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale. Non si tratta di questioni nuove, né limitate al contesto italiano. Esiste in proposito e da anni, in un orizzonte internazionale, una ottima letteratura socio-criminologica, cui qui non si può accennare neppure in termini sintetici. Certo è che anche il nostro paese è diventato uno dei contesti in cui la guerra alla criminalità (anche soltanto percepita) assume un peso politico determinante nell’ambito della governance complessiva della società. E questo non interpella soltanto le competenze di giuristi, criminologi e sociologi: in realtà, si tratta di un complesso problema di fondo, che coinvolge più in generale le modalità di funzionamento della democrazia contemporanea considerata nell’insieme delle sue componenti e che, verosimilmente, costituisce una delle più significative spie della sua entrata in crisi.
Semplificando al massimo, e col rischio di banalizzare, si può probabilmente ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e l’abusato e inflazionato ricorso alla punizione. Per inventare nuovi reati e prevedere o aggravare pene, specie se lo si fa con l’approssimazione e la sciatteria con cui oggi lavora la fabbrica legislativa, basta abbozzare alcune parole a penna o al computer e riversarle subito in un contenitore normativo: contenitore che è andato sempre più assumendo la forma di un decreto legge di presunta urgenza, che la maggioranza governativa impone poi di ratificare senza un effettivo confronto parlamentare. Per concepire nuovi reati e pene non occorrono infatti idee innovative, non occorrono programmi di un qualche respiro e non sono neppure necessarie risorse economiche e umane di rilevante consistenza e impegno. Anche un politico delle ultime file e di scarse capacità, per cercare di dare un minimo di senso a una presenza in Parlamento altrimenti pressoché inutile, può farsi promotore di una ennesima legge penale come medicina per curare un qualche male sociale di nuova emersione.
Il diritto penale diventa, così, uno spot elettorale perché si presta a coprire l’assenza o insufficienza di idee e programmi politici, di strategia di intervento sui versanti dell’economia, della prevenzione sociale, degli strumenti culturali e pedagogici ecc. Ma, se così è, è il diritto penale stesso a diventare politicamente pericoloso in sé: ciò non ultimo perché i suoi princìpi e le sue regole, anche di fonte costituzionale, non hanno in se stessi la forza di opporre invalicabili barriere alle frequenti forme di strumentalizzazione politica impropria cui è soggetto. Ma vi è di più. Forse, come anch’io sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva. Già Federico Nietzsche, con penetrante intuizione, aveva intravisto nella pena “un mimo della guerra”. Mentre, sul versante della psicologia sociale, appare illuminante quell’orientamento scientifico che interpreta la stessa pena legale come una risposta atta a canalizzare sentimenti aggressivi od ostilità verso quei trasgressori della legge percepiti, nelle mutevoli contingenze storiche, come temibili “nemici” della società (ad esempio, oggi di nuovo identificati nei ladri, nei rapinatori, oltre che negli estranei come gli immigrati, nei diversi, nei giovani contestatori ecc.). Il che, peraltro, ben sembra ricollegabile all’inclinazione persistente dei movimenti e dei partiti populisti ad addossare le colpe dei problemi e mali sociali a presunti nemici di turno del popolo sano e onesto, come ad esempio nel caso emblematico dei corrotti e corruttori fortemente avversati dal Movimento 5 stelle, ispiratori appunto della iper repressiva e simbolica legge “spazza-corrotti”. Da questo punto di vista, anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne l’appeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?
Comunque sia, la prospettiva di una strumentalizzazione opportunistica della giustizia penale, che in atto va intensificandosi in vista dell’appuntamento elettorale del 2027, tocca ormai soglie difficilmente immaginabili per una maggioranza anche molto di destra, che pretenda però di muoversi pur sempre entro l’orizzonte della Costituzione. Appaiono assai preoccupanti al riguardo alcune proposte oggetto del più recente dibattito politico-mediatico, e cioè: eliminazione della proporzione nella legittima difesa; fermo preventivo di polizia; presunzione relativa di imputabilità del minore quattordicenne et similia. In verità, non si tratta neppure di un ritorno all’originario codice Rocco figlio del fascismo; ciò equivale, piuttosto, a tentare di spingersi al di là di quanto lo stesso codice fascista aveva ritenuto di potere osare.
Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale all’altezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.