Politica
L'analisi •
Vocazione maggioritaria. Che cosa scelgono gli italiani al seggio elettorale
La democrazia a lungo bloccata, le esigenze dei “piccoli”, la Seconda Repubblica. E le riforme che aspettano. Perché liberale non fa rima con proporzionale
22 LUG 26

Foto ANSA
Si può essere liberali e proporzionalisti? Come chiunque altro, chi fa politica pensa sostanzialmente al proprio interesse, e quale sia quello dei leader dei partitini di “centro” sembrerebbe chiaro. Costoro desiderano, del tutto legittimamente, conseguire o conservare una rappresentanza parlamentare. Noi oggi abbiamo una legge elettorale che “spinge” verso una semplificazione del quadro politico nella sua componente uninominale: per quanto i collegi, che valgono grosso modo un terzo del Parlamento, siano molto grandi e rendano esangue il rapporto fra eletti ed elettori, la battaglia per conquistarli porta a raggruppare le forze. La nuova legge elettorale che la maggioranza desidererebbe prevede, col medesimo obiettivo, un premio di maggioranza che scatterebbe qualora almeno una delle due coalizioni superasse il 42 per cento. Per quanto con molte concessioni ai “piccoli”, sono regole del gioco che tradiscono una certa concezione di quel gioco. Il giorno delle elezioni gli italiani debbono scegliere chi vogliono che li governi: non solo chi sembra loro più adatto a rappresentarli.
Col voto gli italiani devono scegliere chi vogliono che li governi: non solo chi sembra loro più adatto a rappresentarli
Se ha senso parlare di “Seconda Repubblica”, è precisamente in questo senso. Dal 1994, noi abbiamo di fatto votato per un presidente del Consiglio in pectore. Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Prodi (per quanto di un’incollatura), poi Berlusconi di nuovo. Il meccanismo è andato in crisi nel 2013 e nel 2018, quando è comparso un terzo polo di indubbia consistenza: i Cinque stelle. Con il riassorbimento dei grillini all’interno della sinistra, abbiamo ricominciato a votare per il premier e nel 2022 abbiamo votato Meloni. Delle due coalizioni in gara, una è tuttora quella nata nel 1994, per quanto ne siano cambiati gli equilibri interni.
Al centro, va di moda sostenere che il maggioritario, che abbiamo sperimentato (per quanto con sfumature diverse) in questi anni, abbia fallito. Bisognerebbe riportare indietro l’orologio e tornare a un “vero” proporzionale. Proporzionale il Rosatellum lo è già oggi, in grossa parte, e la legge che Meloni sogna per dare “stabilità” agli esiti elettorali è proporzionalissima. Non piace, ai partiti (di destra, di centro, di sinistra), il collegio uninominale, quindi il confronto uno contro uno dei candidati, che implica una modalità di selezione della classe politica. A ingranare la marcia indietro aveva già cominciato Berlusconi, il prodotto di maggior successo del maggioritario all’italiana, col Porcellum. Che un capo preferisca selezionare direttamente le truppe, lo si capisce.
I nostalgici ci raccontano che nei tempi belli della Prima Repubblica le cose andavano diversamente. La lotta politica, per quanto aspra, ammetteva il dialogo, il compromesso, la trattativa. Chi governava non “pigliava tutto”, ma lasciava un po’ di spazio agli altri. La classe politica era più preparata. L’organizzazione del consenso passava attraverso le preferenze, da cui emergevano le individualità più cospicue. I partitini laici, per quanto (con l’eccezione del Psi) sempre relegati a percentuali da prefisso telefonico, riuscivano a condizionare l’azione del moloch di governo, la Balena Bianca democristiana.
Il mix di proporzionale e impossibilità di un’alternativa di governo a livello nazionale genera una stabilità instabile
Valutare l’asprezza o la civiltà del confronto politico è complicato, comunque è difficile presumere, a tale proposito, che la legge elettorale sia l’unica variabile rilevante. Limitiamoci a considerazioni meno controverse: per oltre quarant’anni, l’Italia è una democrazia bloccata. L’unica elezione in cui i nostri nonni votano davvero è quella del ’48. Il mix di sistema proporzionale e impossibilità di un’alternativa di governo a livello nazionale genera una stabilità instabile: frequenti cambi di primo ministro ed esecutivo, notevole potere di ricatto nelle mani dei partiti più piccoli, un partito cattolico che ha assorbito al suo interno le sensibilità più diverse, offrendo al paese non una proposta politica ma un’attività di mediazione permanente su qualsiasi tema.
Frequenti cambi di primo ministro ed esecutivo, notevole potere di ricatto nelle mani dei partiti più piccoli
Che qualcosa non andasse, era evidente sin dagli albori della Repubblica. Quello che è unanimemente riconosciuto come il migliore primo ministro della nostra storia, Alcide De Gasperi, prova a governare secondo la formula del “governo di gabinetto”, per cui il partito (o la coalizione) di maggioranza esiste per sostenere il governo, non il governo per eseguire le decisioni prese altrove dai partiti. Il premier in questa prospettiva deve essere il punto di sintesi politica, non un mediatore permanente fra le fazioni che lo esprimono. Ma neppure De Gasperi riesce a piegare la repubblica dei partiti, prodotto assai longevo di una stagione brevissima, quella del Cln nella quale, dopo la guerra civile, si aggiustano le istituzioni diroccate dal fascismo e dalla guerra. I governi di quella fase, pure presieduti dallo statista della Valsugana, rispondono a orientamenti e valutazioni emersi altrove. Il rapporto fiduciario è fra partiti e ministri.
La Dc è il partito egemone, ma è divisa al suo interno e ha la maledizione di non poter perdere le elezioni. Finita l’epoca degasperiana, esprime tutti i capi del governo fino a Spadolini (1981). E’ il premier a essere “del partito”, non è il partito a essere “del premier”. Non è solo una questione di limiti al potere esecutivo: è lo spostamento del luogo della decisione all’interno dei partiti a caratterizzare la Prima Repubblica. Nei sistemi maggioritari i capi si cambiano, in quelli proporzionali si ricattano.
Gli esiti sono noti e solo una singolare amnesia può farli considerare compatibili con una qualsiasi versione di una politica “liberale”: l’utilizzo della spesa pubblica per alimentare consenso e clientele (ciascuna ben agganciata al carro di un collettore di preferenze), il debito pubblico che ne è seguito, processi decisionali che hanno reso impossibile qualsiasi proposta che non coincidesse con un ampliamento della sfera d’azione dello Stato. I leader della Prima Repubblica che si intestano una visione autonoma e non prettamente clientelare sono, non a caso, delle anomalie (come Bettino Craxi) e se riescono fino a un certo punto nel loro intento è sempre per lo stesso motivo. Manca loro la legittimazione popolare; la loro forza riposa sempre sulle mediazioni dei partiti. E come fa una proposta forte, radicale, riformista, a imporsi in un contesto simile?
Possiamo discutere sui problemi, sugli errori, sulle promesse mai mantenute della Seconda Repubblica. Su come Berlusconi abbia fatto la rivoluzione liberale solo a parole, su come la sinistra non sia riuscita ad abbandonare il vizio del frazionismo, su come affidare ogni speranza di rinnovamento alla sola legge elettorale sia stato un azzardo. Non poteva bastare il Mattarellum (75 per cento uninominale, 25 per cento proporzionale) a cambiare prassi così consolidate. Ma qualcosa ha fatto. Gli italiani si sono abituati a scegliere chi li governerà e hanno regolarmente espresso il proprio verdetto, negativo, su chi li ha governati (da ormai 32 anni chi governa perde la maggioranza alle elezioni successive). La Seconda Repubblica non è stata l’epoca d’oro del riformismo, ma ci sono state riforme del mercato del lavoro, privatizzazioni, liberalizzazioni. In generale si sono fatte più riforme nelle legislature elette col Mattarellum che dopo. Le regole del gioco hanno contato, anche perché l’assenza del confronto di collegio ha contribuito alla sclerotizzazione della classe politica. Sul peggioramento della qualità di quest’ultima, possiamo essere d’accordo (del resto nemmeno i leader centristi assomigliano a Merzagora o a Malagodi), ma se cerchiamo degli indicatori “oggettivi” è difficile trovarne. Si parla spesso di istruzione e titoli di studio. Se guardiamo alla percentuale dei laureati eletti non sono mai stati tanti come in questa diciannovesima legislatura. La politica, del resto, necessariamente assomiglia alla società: la percentuale di laureati è più alta di quanto non sia mai stata. Nel 2018, nell’epoca d’oro del grillismo senza se e senza ma, i Cinque stelle erano il gruppo parlamentare che ne contava il maggior numero.
In democrazia, il numero delle fazioni è influenzato anche dal sistema elettorale. I partiti non esistono in natura: si montano o si smontano a seconda delle convenienze. I partiti più piccoli preferiscono un sistema proporzionale. Ogni parlamento proporzionale, come ci ha spiegato Luigi Einaudi (che contro la proporzionale scrisse in lungo e in largo), non riflette tutto l’arcobaleno delle opinioni disponibili, ma la variabilità delle opinioni organizzabili ai fini della lotta per il potere. Del resto, in Italia esiste una dozzina di forze politiche. Sono altrettanti gli approcci possibili alla politica estera? Ci sono dodici “scuole” di politica economica?
I partiti sono macchine per conquistare e gestire il potere. Questo è vero se il sistema elettorale è proporzionale e anche se è maggioritario, è vero se sono grandi e se sono piccoli, è vero se sono “personali” o se sono “assembleari”. Un buon sistema elettorale è quello che aiuta gli elettori a unire i puntini e costringe i partiti a essere, per quanto possibile, responsabili.
Chi rimpiange il proporzionale non vuole che la sera delle elezioni si sappia chi governerà, per usare una formula cara a Matteo Renzi, ma che i governi si facciano in Parlamento. Oggi, questo parrebbe un modo per depotenziare le “estreme”, che potrebbero essere lasciate fuori da esecutivi in cui convergono sensibilità capaci di trovare un accordo, di solito sulla collocazione internazionale (pro-atlantica, filo-europea), dalla quale magicamente discenderebbero una serie di corollari in politica interna. I più ottimisti credono che con le grandi coalizioni sia più facile fare le riforme, grazie a una sorta di disarmo bilaterale da parte delle forze politiche. La Germania ha avuto dodici anni di grandi coalizioni, con la signora Merkel: le ultime riforme le ha fatte un governo di chiaro segno politico, quello di Schröder. L’Italia ormai ha più di un esperimento alle spalle. Le condizioni davvero eccezionali in cui dovette formarsi il governo Monti hanno senz’altro consentito di far digerire ai partiti medicine sgradite: a cominciare dalla legge Fornero. Ma anche quell’esecutivo ebbe un andamento a balzi e vide progressivamente la perdita dei propri impulsi riformisti: più si avvicinavano le elezioni, più i partiti, comprensibilmente, si arroccavano a difesa dei gruppi che li sostenevano.
Estreme da depotenziare. Chi rimpiange il proporzionale vuole che i governi si facciano in Parlamento
I governi con presidente “tecnico” hanno avuto come conseguenza più rilevante gli exploit elettorali di chi di quei governi non faceva parte: la Lega e soprattutto i Cinque stelle in un caso, Fratelli d’Italia nell’altro. In un mondo nel quale la politica sembra quasi per definizione lontana dalle scelte e dalle sensibilità delle persone, espropriare queste ultime del potere di scegliersi il premier è un’ottima strategia. Per chi campa di “vaffa”.
Forse il proporzionalismo di alcuni liberali è soprattutto una scelta di comodo. Da noi i partiti “a vocazione maggioritaria” per definizione devono guardare altrove. Le culture liberali sono deboli. E allora meglio introdurle di soppiatto in Parlamento che lasciarle fuori. Ma questo liberalismo rinunciatario è almeno in parte una profezia che si autoavvera. Quando il liberalismo si convince di essere, al massimo, il patrimonio di minoranze illuminate, si farà schiacciare sempre di più sulla sua caricatura: quella del pensiero comune delle élite, allineato sempre e comunque con Bruxelles, che per inciso non sembra (fra sogni di spese faraoniche e censure ai social) particolarmente liberale in nessuno dei significati intelligibili della parola.
Immaginiamo per un momento che la Meloni, in una circostanza, si riveli davvero, absit iniuria, l’erede di Alcide De Gasperi. Che, cioè, come accadde nel 1953, il premio di maggioranza non scatti. La maggioranza dovrebbe nascere nelle aule di Camera e Senato. Potrebbe essere un inedito “inciucio” fra FdI e Pd, con i centristi a fare da sensali. C’è una sola persona in grado di immaginare che da quell’esecutivo possa uscire una liberalizzazione o un tentativo di rinnovare lo stato sociale?
E’ improbabile che destra e sinistra facciano grandi riforme. Magari alcune di quelle riforme sarebbero pessime. Sarebbero però le riforme che gli elettori hanno scelto col loro voto. L’azione di governo verrebbe valutata, premiata o punita, alle elezioni successive. Sembra poco, ma per il grosso della nostra storia democratica le cose non sono andate così. Cosa c’è di liberale, nell’adoperarsi per evitarlo?
