Alla fine è andata. Con 217 voti a favore e 152 contrari questa mattina la Camera ha licenziato lo Stabilicum, per Giorgia Meloni la legge elettorale per garantire all'Italia stabilità anche durante la prossima legislatura, per i detrattori una legge voluta per garantire il dominio di FdI sia sulla maggioranza, sia sull'opposizione.
Due giorni fa l'inciampo sull'emendamento di FdI che introduceva, seppur in modo parziale e cervellotico, le preferenze - con la maggioranza andato sotto,
abbattuta dai colpi dei franchi tiratori - ha reso l'aria pesante all'interno della maggioranza.
La premier ha parlato di "una riflessione" da fare dopo quel voto. Meloni ha anche attaccato anche le opposizioni colpevoli di aver chiesto il fatale voto segreto che ha consentito a un pezzo di maggioranza di affossare la norma, ma senza farsi scoprire. Eppure a livello di tattica e strategia parlamentare le opposizioni che non condividevano l'impianto complessivo della legge si sono mosse in modo molto astuto.
Quello delle preferenze infatti è un nodo che travalica il puntiglio politico e di comunicazione. E' vero che Vannacci ha usato l'argomento per cercare di attaccare Meloni "che vuole un Parlamento di nominati", e quindi tenere il punto è senz'altro servito alla premier per rispondere e contrastare la propaganda del generale. Ma lo è altrettanto che
l'introduzione delle preferenze potrebbe essere il nodo cruciale per garantire la costituzionalità della legge. La somma di premio di maggioranza, soglie di sbarramento e liste bloccate infatti difficilmente potrà passare il vaglio di legittimità costituzionale perché rischia di rendere il valore del voto variabile a seconda della vittoria o meno della coalizione votata.
Su questo la Corte Costituzionale è stata chiara già in passato con le sentenze sul Porcellum (legge Calderoli) e sull'Italicum. E infatti era questo uno dei tre punti sottolineati nell'
appello firmato da 126 costituzionalisti - tra i quali Ugo De Siervo, Enzo Cheli e Roberto Zaccaria - lo scorso 11 maggio. Gli altri erano il premio troppo alto e l'indicazione del candidato premier delle coalizioni. Ma
per queste due critiche, attraverso gli emendamenti, la maggioranza ha trovato soluzioni parziali. Sul premio di maggioranza è stata alzata la soglia per accedervi al 42 per cento e messo un tetto fissato in valore assoluto per le maggioranze sia alla Camera, sia al Senato, in modo da evitare che la coalizione che vince, anche con percentuali molto larghe, possa arrivare a una percentuale di parlamentari in grado di equiparare le maggioranze qualificate previste dalla Costituzione. Sull'indicazione del candidato premier nei programmi delle coalizioni - considerato un modo surrettizio per trasformare la repubblica parlamentare in un premierato ma senza cambiare la Costituzione - la maggioranza ha aggiunto una breve passaggio che sottolinea il "rispetto delle prerogative del presidente della Repubblica". Insomma, sarà sempre il Colle ad assegnare l'incarico al candidato premier: l'indicazione del candidato premier sarà una spinta, ma non un vincolo.
Il nodo preferenze invece resta inevaso. I ricorsi degli studiosi sono già stati predisposti e arriveranno nei tribunali appena la legge sarà approvata. E la Corte Costituzionale potrebbe così intervenire prima del voto.