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Divisi alla meta: il campo largo punta sul fallimento del Melonellum. Il monito di Gentiloni
La bagarre a destra sulla legge elettorale nasconde le frizioni del campo largo e Kyiv divide ancora. Conte risponde agli attacchi dei rifomisti dem: "Bisogna avere il coraggio di indicare una soluzione"

Roma. Adesso il ritornello è: “Meloni dimettiti”. Ma l’opposizione è pronta? “Siamo pronti”, ripetono all’unisono i leader del blocco Pd-M5s-Avs. Eppure il mantra era il programma, ma va a rilento. Al posto della piazza di Padova, saltata, ecco il campo Magi, un’altra foto, allargata. “Alla fine la piazza unitaria l’abbiamo fatta noi”, scherza il leader di +Europa. “Da qui bisogna ripartire”. Il collante ritrovato è la legge elettorale, l’assist della maggioranza che si sgretola sulle preferenze. Ma le divergenze, la politica estera soprattutto, restano. Ieri lo hanno ricordato Paolo Gentiloni e Pierferdinando Casini. Nella maggioranza in queste ore anche i ministri di FdI navigano a vista, la riforma elettorale non è più una certezza. E vari dirigenti dem lo dicono chiaramente: “Con il Rosatellum risolveremmo molti problemi”. Alla meta il campo largo può arrivare anche diviso. Torna il lodo Franceschini?
“Marciare divisi, per colpire uniti”, era la strategia immaginata dal senatore dem – che ieri si è fatto vedere alla Camera. Ora che la maggioranza arranca, può tornare attuale, sfruttando i meccanismi dell’attuale legge elettorale. Per tutta la giornata di ieri l’opposizione ha continuato a invitare Meloni “a trarre le conseguenze”. Lo ha fatto Elly Schlein, così come Giuseppe Conte, con quiz via social e video. La premier “è imbullonata a palazzo Chigi, punta solo all’inamovibilità”. Sentono la fatica della destra, spingono. In appena una settimana il clima è cambiato, dal flop napoletano che ha rallentato lo slancio programmatico della sinistra all’avviso di sfratto al governo. Ma potrebbe cambiare ancora. Le polemiche a destra hanno fatto dimenticare i malumori interni al campo largo, qualche veleno, certe divergenze tuttavia non sono sanate. Kyiv su tutte. Puntuali, a ricordarlo, sono stati Pierferdinando Casini e Paolo Gentiloni. “Ieri ho visto tanta euforia, vorrei fare una piccola annotazione. La politica estera è il tema dei temi. L’Ucraina non si vende, si difende. Una coalizione che vuole governare deve sapere da che parte stare”, dice il primo. L’ex premier rincara la dose, e ricorda che “l’Europa è una questione dirimente”.
Il tavolo del programma dovrebbe chiarire anche quale sia l’idea di Europa, su Russia e Ucraina. Ma se tutto precipita, se il governo va a casa, come chiede l’opposizione, il chiarimento arriverà forse dopo. In campagna elettorale? I riformisti dem continuano a sottolinearlo, quasi quotidianamente, se la prendono con il leader del M5s. Presidente come risponde a questi attacchi? “Parla degli attacchi del Foglio?”, risponde Conte con un sorriso. “Bisogna avere il coraggio di indicare una soluzione”. Anche se non piacerà agli alleati, è il sotto testo. “Diciamo che con Trump e Netanyahu l’occidente non se la passa molo bene”.
Ieri intanto i leader del campo largo si sono visti, alla Camera, per parlare di ciò che unisce, per concordare la strategia da tenere in Aula: hanno detto sì all’emendamento che consentirà ai fuori sede di votare. L’opposizione l’ha votato insieme alla destra, prima di riprendere a cannoneggiare il Melonellum. Ma che fine farà questa riforma? “La riflessione – ragiona il dem Enzo Amendola – devono farla in maggioranza, i partiti dei vice premier hanno votato diversamente dalla premier. E oggi FdI ha pure inseguito Ziello sulle preferenze. Quello di Lega e FI è un segnale che va oltre l’emendamento, volevano colpire la riforma”. E ci sono riusciti, anche se pure nell’opposizione pare ci siano stati 6-7 franchi tiratori (al contrario). Onorevole, voi siete pronti? “Certo, votare subito è la goduria dell’opposizione”, risponde Amendola. E l’Ucraina? “Abbiamo linee che vanno nella stessa direzione, vogliamo tutti più protagonismo dell’Ue, soprattutto dopo il fallimento della mediazione americana. Per una pace giusta, che non massacri gli ucraini e i loro diritti. E’ chiaro che una volta al governo bisognerà misurarsi con la realtà”. Passa da qui la costruzione del campo largo, anche con i centristi, da Magi a Renzi. Come va? “E’ faticosa ma necessaria”, allarga la braccia un altro ex ministro, Lorenzo Guerini. E’ fiducioso? “Sono necessariamente ottimista”. Il lavoro va avanti. Ieri doveva tenersi il comizio programmatico di Padova, ma non si fanno drammi. “Possiamo farlo a settembre, e poi ora fa troppo caldo”, dice Nicola Fratoianni. E sottolinea: “La maggioranza è andata sotto anche ieri sulle preferenze”. Si augura possa accadere la stessa cosa oggi, con il voto finale, segreto, sulla legge elettorale. Sarebbe la fine del governo. Che non risolverebbe i problemi del programma, ma molti altri sì. Divisi alla meta, magari con il lodo Franceschini.
