Lo schema è sempre quello, ma
da ieri c’è qualche elemento in più per smascherare la truffa. Funziona sempre così. Se si arma la Russia, è difesa. Se si arma l’Europa, è aggressione. Se si arma la Russia, è reazione. Se si arma l’Europa, è provocazione. Se si arma la Russia, è protezione. Se si arma l’Europa, è escalation. I formidabili fotogrammi che arrivano dalla parata militare di ieri a Parigi, in occasione del 14 luglio, in occasione della festa nazionale francese, aiutano a compiere un passo necessario per provare a ricalibrare l’immagine di un mondo al contrario all’interno del quale gli aggrediti diventano aggressori, gli aggressori diventano aggrediti, i nemici dell’occidente diventano agnellini e l’occidente che prova a difendersi diventa arcigno, provocatore, illiberale, minaccioso. Emmanuel Macron ha scelto con saggezza di trasformare la festa nazionale francese in una dichiarazione politica sull’Europa mettendo insieme alle forze militari del proprio paese quelle dei paesi della coalizione dei Volenterosi, compresa l’Italia, e quelle ovviamente e straordinariamente dell’Ucraina (la centralità militare della Francia anche qui non è solo simbolica ma è pure fattuale: la Francia è l’unico paese dell’Unione europea a possedere un arsenale nucleare, con circa 290 testate attive e Macron ha aperto recentemente alla possibilità di condividere con i partner europei la dottrina della force de frappe, l’uso della deterrenza nucleare non solo per la Francia ma per tutta l’Europa).
Alla parata aerea di ieri, a cui era presente anche il capo dello stato italiano, Sergio Mattarella, hanno partecipato due Mirage 2000 francesi copilotati da ufficiali ucraini addestrati in Francia e il messaggio fatto recapitare dalle forze internazionali che hanno scelto di essere a supporto di Kyiv è semplice e concreto: la difesa dell’occidente passa dalla difesa dell’Ucraina e l’Ucraina del futuro a sua volta è destinata a diventare un asset concreto nella difesa dell’occidente dalla minaccia putiniana. In questo senso, la presenza ieri a Parigi di Sergio Mattarella ha una sua dimensione politica e non solo simbolica. In una fase storica in cui, lo sappiamo, una componente trasversale della politica italiana ha scelto di fare un investimento forte sulla lotta contro il così detto “riarmo”, utilizzando l’idea del “riarmo dell’Europa” come un passe-partout per accedere agevolmente ai cuori degli odiatori dell’Ucraina, dei simpatizzanti di Putin, dei populismi di destra e di sinistra, è un passaggio importante che aiuta a ristabilire un principio di verità cruciale e che aiuta a mostrare la fuffa veicolata dal campo Lavrov. Quando l’Europa sceglie di sostenere la difesa dell’Ucraina non sta ritardando la pace: sta provando a evitare lo scenario di una pace senza libertà. Quando l’EuropDifesa non sta provocando la Russia: sta prendendo sul serio la sua minaccia. Quando l’Europa sceglie di fare qualche timido passo in avanti per rafforzare la sua sicurezza non lo sta facendo per alimentare un’escalation, per alzare la tensione: lo sta facendo con la stessa logica con cui, come da lezione dell’ammiraglio Cavo Dragone, si sottoscrive un’assicurazione sulla salute (nessuno la vuole pagare perché “gli piace spendere denaro”, e nessuno si augura di doverla usare, ma la si sottoscrive perché si sa che se un giorno dovesse accadere l’imprevisto quell’investimento sarà utile). Ricordare chi sono gli aggrediti e chi sono gli aggressori, chi sono i nemici della pace e chi sono i suoi amici, chi sono i leader da difendere e quelli da combattere è utile anche per ricordare una verità incredibilmente rimossa dal campo Lavrov. Non parliamo solo dei droni che entrano ormai settimanalmente nello spazio aereo dell’Unione europea e della Nato. Non parliamo solo dei caccia russi che violano lo spazio aereo dei paesi baltici. Non parliamo solo delle violazioni dello spazio aereo finlandese da parte di aerei militari russi. Non parliamo degli attacchi informatici denunciati dall’Unione europea. Parliamo anche di numeri, di fatti, di contesto. Il campo Lavrov, lo sappiamo, si mostra particolarmente sensibile a denunciare il riarmo dell’Europa ma si mostra particolarmente distratto a ricordare che l’unico riarmo che dovrebbe preoccupare è quello della Russia, che nel 2025 ha portato la sua spesa militare a 190 miliardi di dollari, pari al 7,5 per cento del pil, con un aumento rispetto all’anno precedente del 5,9 per cento, e che nello stesso anno ha portato, secondo l’intelligence estone, la produzione di munizioni di artiglieria da 4,5 milioni nel 2024 a 7 milioni nel 2025.
Il partito del No al riarmo, il campo Lavrov che, non sappiamo se volontariamente o involontariamente, dice le stesse cose della propaganda putiniana, definirà la sfilata di ieri a Parigi come il simbolo dell’Europa che non vuole difendere la pace. La presenza di Mattarella ci aiuta invece a ricordare un’altra verità: quando gli sponsor del terrore si armano, superano con la forza i confini, minacciano le democrazie, testano la resistenza delle alleanze, investire nella sicurezza e nella deterrenza è il presupposto che permette alle democrazie di restare libere (ieri, nella giornata dell’orgoglio della Difesa europea, il presidente Zelensky ha annunciato che l’Ucraina intende ordinare quattro nuovi sistemi antiaerei franco-italiani Samp/T NG e diventerà il primo paese a impiegarli in combattimento, che Italia e Francia accelereranno entro ottobre le consegne già concordate dei missili intercettori Aster 30 e che autorizzeranno entro la fine del 2026 la produzione su licenza in Ucraina degli Aster 30). E quando sentirete qualcuno dire che se si arma l’Europa, è aggressione, se si arma la Russia, è reazione, se si arma l’Europa, è provocazione, se si arma la Russia, è protezione potrete trovare anche un’occasione di sollievo nel comprendere che i cavalli di Troia del putinismo ormai non si nascondono più e non volerli denunciare significa già aver scelto da che parte stare.