Politica
l'editoriale del direttore •
L'involontario merito di Vannacci: ha costretto destra e sinistra a guardarsi allo specchio
Le oscenità del leader di Futuro nazionale ricordano due verità su ciò che la destra di Meloni è diventata, per fortuna, e sull’antifascismo farlocco di Schlein & co
2 LUG 26

Foto Ansa
Il generale Roberto Vannacci ha inondato di notevoli porcherie il dibattito pubblico italiano, a colpi di demagogia sulla remigrazione, a colpi di propaganda putiniana, a colpi di demonizzazione dell’Europa, a colpi di insulti contro gli omosessuali, ma la sua campagna elettorale un merito oggettivo ce l’ha, seppure involontario, ed è quello di aver mostrato con forza ciò che la destra è diventata in questi anni di governo, senza che la destra abbia la forza di riconoscerlo a se stessa, e ciò che di farlocco c’è nell’antifascismo del campo largo, senza che il campo largo abbia la forza di riconoscerlo a se stesso.
Il generale Roberto Vannacci ha scelto di portare avanti una campagna elettorale estremista andando ad attingere dai peggiori bassifondi del populismo italiano. Ma ogni volta che Roberto Vannacci mostra da destra cosa vorrebbe fare se fosse al governo ricorda cosa dal governo non sta facendo e non ha fatto la destra guidata da Meloni & Co. E in un certo modo, la propaganda di Vannacci è lì a mostrare un pezzo di mondo che in molti, da anni, si rifiutano di vedere. La destra di Meloni & Co. può piacere come può non piacere ma in questi anni di governo è stata un argine contro l’estremismo della destra rappresentato da Vannacci. Sulla difesa dell’Ucraina: la destra di governo ha fatto molto per difenderla, non tutto ma molto, mentre il generale eroe e patriota del putinismo semplicemente non vorrebbe più difenderla. Sull’immigrazione: la destra di governo ha fatto molto per fermare l’immigrazione irregolare triangolando con l’Europa, senza blocchi navali, e ha fatto molto per regolarizzare i migranti, con il decreto flussi più importante della storia della Repubblica, e quando il generale parla di remigrazione e quando parla di rimuovere il decreto flussi involontariamente sta legittimando la svolta moderata avuta dal governo in questi anni anche sull’immigrazione, Albania a parte. Sull’Europa: la destra di governo, pur con mille contraddizioni, ha tenuto lontano dal suo raggio d’azione il modello AfD, arrivando persino ad allearsi con i socialisti in Europa per far nascere la Commissione von der Leyen, e quando il generale sceglie di abbracciare le tesi dell’AfD non fa altro che ricordare tutto quello che la destra di governo non è stata e non dovrebbe mai essere anche nel futuro. Sempre sull’Europa: Meloni, dal governo, ha scelto di combattere per avere un’Europa più forte, anche se per questo bisognerebbe avere il coraggio di sfidare il totem dell’unanimità al Consiglio europeo, e la presenza di un Vannacci che vuole rimettere in discussione l’euro, che vuole un’Europa più piccola, più debole, dunque più vulnerabile, è lì a mostrare l’europeismo necessario abbracciato da un governo che nasceva sovranista e si ritrova oggi a essere antisovranista.
Vannacci è lì, ogni giorno, a ricordarci ciò che la destra di governo poteva essere e per fortuna non è stata, ragione per la quale la destra di governo dovrebbe avere fiducia nei suoi elettori e tenere la porta chiusa a Vannacci buttando via la chiave, come un tempo avrebbe detto Salvini.
Ma la campagna di Vannacci è lì anche a mostrare un altro dato interessante: un deficit strutturale dell’antifascismo del campo largo. Il generale Vannacci, con la sua agenda estremista, mostra tutto quello che Meloni ha perso in termini di profilo populista. Il centrosinistra, così sensibile a individuare fascismi in ogni dove, di fronte all’estremismo vannacciano ha scelto al momento di chiudere gli occhi, ha scelto di continuare a costruire l’alternativa al governo Meloni come se fosse il governo Vannacci e ha scelto soprattutto di considerare Vannacci non un demone da combattere costi quel che costi, ma un alleato prezioso con cui provare a sconfiggere la destra di governo. Voler vincere le elezioni, utilizzando Vannacci, è comprensibile. Ma, come recita la famosa favola di Esopo, se gridi al lupo quando il lupo non c’è, rischi che quando il lupo arriverà davvero, e sarà importante alzare l’attenzione, nessuno ti crederà.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
