Economia
boomerang demografico •
La remigrazione di Vannacci non fa i conti con i lavoratori che mancheranno
Veneto Lavoro stima per il 2030 un ammanco di 189 mila occupati nella regione. Unioncamere-Excelsior segnala fabbisogni elevati anche in Lombardia ed Emilia-Romagna. Intanto il governo aumenta le quote d’ingresso: più che remigrare, deve far entrare nuove maestranze

Foto LaPresse
Per come la mette Roberto Vannacci, la remigrazione è una questione di volontà politica. Si costruiscono più centri di identificazione ed espulsione, si rafforzano gli accordi con i paesi d’origine, si usano le nuove regole europee sui paesi terzi sicuri e si rimpatria chi non ha titolo per restare. Detta così, sembra che il problema sia amministrativo. Insomma, che basti accelerare, essere più rigidi. In realtà la questione è anche economica. E anzi, se la si guarda dal lato del mercato del lavoro, diventa di segno opposto: servono più immigrati, altro che remigrazione.
Basta leggere l’ultimo rapporto dell’Osservatorio regionale di Veneto Lavoro, “Scenari evolutivi e sostenibilità del mercato del lavoro”. Il Veneto, cioè una delle regioni più produttive del paese, rischia nel 2030 di avere 189 mila lavoratori in meno rispetto a quanto richiesto dalle sue imprese. E questo nell’ipotesi in cui la domanda di occupazione resti stabile sui livelli del 2025, se invece crescesse dell’uno per cento l’anno, il buco salirebbe a 299 mila occupati.
Più che impegnarsi a cacciare chi è già in Italia urge trovare lavoratori da fare arrivare. Nello studio, il centro di ricerca individua tre leve per coprire il buco: più occupazione femminile, più specialisti over 65 e, come dicevamo, più flussi migratori dall’estero e dalle altre regioni. Nello scenario intermedio preso in esame, la somma di queste componenti porterebbe circa 190 mila occupati aggiuntivi: 111 mila dagli over 65, 64 mila migranti e 16 mila dall’aumento delle lavoratrici. È quasi la cifra necessaria per compensare il deficit stimato se la domanda resterà sui livelli attuali.
Il Veneto non è un’eccezione. Secondo i dati Unioncamere-Excelsior, tra il 2025 e il 2029 il mercato del lavoro italiano avrà bisogno di 3,3-3,7 milioni di occupati. Alla Lombardia ne serviranno tra i 592 e i 683 mila, l’Emilia-Romagna ne vorrà circa 300 mila. Sempre Excelsior stima che, nel solo settore privato, serviranno circa 617 mila lavoratori stranieri nel quinquennio, pari al 21,1 per cento della domanda prevista. In Lombardia il fabbisogno è stimato in 146.800 unità, in Emilia-Romagna in 65 mila, in Toscana in oltre 60.000.
Lo sa anche il governo Meloni, che, al netto della propaganda, ha autorizzato 136 mila quote di ingresso per lavoro nel 2023, 151 mila nel 2024, 165 mila nel 2025 e 164.850 nel 2026. È un massimo storico, e dice che quando programma il mercato del lavoro, il governo prevede ingressi. Le quote, però, non sono lavoratori già arrivati. Sono il tetto massimo delle entrate autorizzabili. Per diventare occupazione regolare servono nulla osta, visto, ingresso in Italia e permesso di soggiorno. E il passaggio dalla programmazione alla realtà è stretto: nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi rilasciati per lavoro sono stati 40.451, appena il 13,9 per cento del totale delle autorizzazioni. Insomma il governo apre canali legali perché le imprese chiedono manodopera, ma quei canali trasformano solo in parte il fabbisogno in lavoro effettivo. Se il contratto salta, se il datore rinuncia, se la procedura si blocca o se l’intermediazione diventa opaca, l’ingresso autorizzato resta sulla carta.
È qui che la questione del lavoro diventa anche una questione politica che divide la destra. Vannacci può parlare di remigrazione perché ripropone vecchi slogan, quelli che FdI gridava quando era all'opposizione chiedendo lo "stop alla sostituzione etnica", il mutuo tricolore, la moneta fiscale e la fine dei vincoli europei. Ma Meloni, una volta al governo, ha dovuto compiere il percorso opposto e ha fatto i conti con Bruxelles, con il bilancio pubblico e, in questo caso, con un mercato del lavoro che chiede ingressi regolari mentre la demografia restringe la base degli occupati.