Politica
Lottizzati a chi? •
Il caso Chiocci, i partiti e la spaccatura (sommersa) tra destra e destra Rai
Dopo le parole del direttore del Tg1, ci sono state delle spaccature nel sindacato, sia a sinistra, nello storico Usigrai, sia a destra, nel più "giovane" Usirai
20 GIU 26

Foto Ansa
Che cosa dire, che cosa non dire, che cosa dichiarare pubblicamente e che cosa far balenare qui e là, ma senza pronunciarsi in chiaro: l’ultima storia Rai ruota tutta attorno a un equilibrio precario tra detti, non detti e cose che, se dette, possono far scoppiare un putiferio su ciò che era già noto, ma non proprio squadernato davanti agli occhi. Ed è una storia di uomini e donne che alla tv pubblica sono arrivati sull’onda della vittoria di Giorgia Meloni, nel 2022, ma anche storia del corpaccione pre-esistente della destra di viale Mazzini, non sempre accogliente con i nuovi venuti dello stesso fronte. Antefatto: il direttore meloniano del Tg1, Gian Marco Chiocci si professa di destra, assolutamente di destra. Di destra e “grato” a Meloni per la nomina al Tg1 e per il fatto che la premier non si impicci di quello che va in onda durante il tg.
Ma è qui che la storia si complica: Chiocci, parlando con questo giornale, dice anche che, in redazione, c’è chi pare, quasi quasi, un “addetto stampa di partito”, da quanto è organico il rapporto con questo o quel leader che chiede venga fatto questo o quel pezzo e mandato in onda questo o quel sonoro. Apriti cielo, ma soprattutto cieli spaccati nel sindacato, sia a sinistra, nello storico Usigrai (dove non tutti volevano lo scalpo del Chiocci che intanto diceva: l’ipocrisia no grazie) sia a destra, nel più “giovane” Usirai, sindacato dei giornalisti vicini al centrodestra, nato proprio per fare da contrappeso a Usigrai. Una spaccatura ieri narrata sottotraccia nei corridoi Rai, e afferente alla difesa o meno di Chiocci, seppure ricomposta in superficie. La segretaria di Usirai Sara Verta, interpellata dal Foglio, nel ribadire che “non è missione sindacale difendere i direttori”, rimandava all’intervento del cdr delTg1, con tanto di comunicato successivo all’assemblea in cui il direttore aveva, come si è detto, descritto l’azione di alcuni colleghi come molto simile a quella di un “ufficio stampa di partito”, al punto che ci sono politici che telefonano al direttore dando mostra di conoscere alcune battute fatte in riunione di redazione (e un insider Rai sottolinea l’eterno dato di fatto della lottizzazione Rai: “Chiocci ha detto che ‘il re è nudo’, e allora?”). Nel suddetto comunicato del cdr, intanto, si legge che “alcuni colleghi hanno definito inopportune e inappropriate le parole utilizzate dal direttore Chiocci durante l’intervista, altri che questa interpretazione è sbagliata e pretestuosa”.
Fatto sta che la spaccatura tra i pro-Chiocci e i no-Chiocci percorre trasversalmente i due sindacati, al punto che ieri si apprendeva che “pochissimi” esponenti Usirai avevano preso parte all’assemblea di “dialogo” con il direttore. Sui motivi di questa freddezza verso Chiocci, ieri nei corridoi Rai emergevano le seguenti interpretazioni. Primo: “Chiocci non ha difeso la storia pregressa della testata e la testata a prescindere, come se soltanto con il suo arrivo il Tg1 si fosse stati in grado di dare una notizia” (ma c’è anche chi dice, a difesa: “Chiocci è stato vittima di un attacco ideologico”). Secondo: “Non sarebbe ora che i direttori si difendessero da soli? Non si può sentire Chiocci che dice: prima mi sono ribellato, poi mi sono piegato alle pressioni dei partiti per tutelare il Tg1. Il modo è uno solo: non cedere, anche alla comodità. Non sarebbe ora cioè che si cominciasse a costruire i servizi senza aspettare la velina preconfezionata del politico di turno? Il resto è la scoperta dell’acqua calda”. Terzo: l’attacco a Chiocci segnala la contrapposizione mascherata ma presente tra chi “pensa di sapere di televisione solo perché trent’anni fa ha fumato la pipa a Colle Oppio” e “chi, come Chiocci, si dice di destra ma non fa parte delle conventicole di destra, quelle che in Rai hanno sbagliato tutto”. Ma c’è anche chi sottolinea “l’intenso e trasversale lavorìo” pre-assemblea per “favorire il dialogo con il direttore”, lavorìo andato a vuoto per via della poca partecipazione proprio sul lato destro. “Ci sono quelli che inseguono una sorta di schema Vannacci”, scherza senza troppo scherzare un dirigente. Sullo sfondo, si narra anche di una sotto-storia di malcontento anti-Chiocci sulla scia del de minimis (una mancata promozione).
E tutto questo fermo restando il più prevedibile malcontento sul lato sinistro del sindacato, dove si esprime “vicinanza ai colleghi del Tg1” e si stigmatizza il fatto che Chiocci “rivendichi” lo stretto rapporto con il governo. Ma non c’è unanimità neppure lì, ché, in Usigrai, a qualcuno paiono “esagerati” i toni contro il direttore del Tg1, “vista la realtà delle ingerenze dei partiti”. Risultato: già che ci siamo, c’è chi, dai due fronti, solleva la bandiera che pencola sui Palazzi da anni immemorabili: la riforma della governance Rai (dov’era costei? Langue, fortissimamente langue nei cassetti del Parlamento).
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
