Chiocci ai suoi: “Qui c’è chi fa l’ufficio stampa dei partiti. Comandano. Ipocrita negarlo”

Assemblea di fuoco al Tg1. Il direttore: “A volte mi vengono riferite, da esponenti di primo piano della politica, battute fatte in riunione. Mi viene chiesto conto di quello che diciamo. Siamo giornalisti o staff di partito?”

19 GIU 26
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È il Tg1 che dà la notizia, ma è la politica che la nasconde. O l’impagina, che è la stessa cosa. Gian Marco Chiocciil direttore, è in piedi davanti alla redazione del Tg1, in assemblea, e fa una domanda retorica – la risposta la conosce già, e anche chi lo ascolta la conosce, e questo è precisamente il problema. La politica lo chiama ancora prima che un pezzo sia impaginato, racconta ai colleghi. “Mi chiamano per chiedermi perché non metto quel pezzo e come lo metto. C’è qualcuno di noi che li avverte. A volte mi vengono riferite, da esponenti di primo piano della politica, battute fatte in riunione. Mi viene chiesto conto di quello che diciamo. Pezzi da novanta mi telefonano citando quella battuta di un redattore fatta tra noi”. Pausa. “Ma siete giornalisti o siete l’ufficio stampa della politica?”. E ancora: “In Rai comanda la politica. E fare finta di non saperlo e scandalizzarsi improvvisamente è da ipocriti, e io ipocrita non sono”.
È giovedì pomeriggio, e Chiocci è sceso in assemblea. Non convocato, non citato in giudizio, sceso di sua volontà, con l’urgenza di chi ha qualcosa da togliersi di dosso. Domenica aveva rilasciato un’intervista a Telenord, emittente genovese, il cui contenuto era rimbalzato su tutta la stampa nazionale con la velocità propria delle cose ovvie. Il direttore meloniano del Tg1 aveva detto di essere di destra, di conoscere Giorgia Meloni, di esserle grato per la nomina e di esserle grato perché lei sul telegiornale non mette becco. A quel punto i sindacati sono insorti, il comitato di redazione ha scritto una lettera ai colleghi del Tg1, l’Usigrai, il sindacato che tutto maneggia, ha convocato la storia e la coscienza del giornalismo italiano, e Viale Mazzini – dove da sessant’anni le direzioni si assegnano come i feudi nel Medioevo – si è scoperta improvvisamente scandalizzata dall’idea che qualcuno possa essere stato nominato per ragioni politiche. Un po’ come se al casinò di Montecarlo qualcuno scoprisse con stupore la presenza del gioco d’azzardo. La Rai è l’azienda dove tutto è lottizzato con una minuzia che farebbe invidia a certi testamenti notarili. Si diventa corrispondenti all’estero iscrivendosi alla corrente giusta. Si diventa direttori, vicedirettori o caporedattori per designazione di un parlamentare di Vigilanza Rai con la terza media. Persino i conduttori dei programmi, pure quelli bravi e famosi, hanno bisogno di una sponda politica, la cercano, la trovano, e poi ce li ritroviamo distribuiti qua e là fra i programmi della sera come foglioline di prezzemolo sul pesce lesso. “Va bene tutto, ma l’ipocrisia no”, ha detto Chiocci ai giornalisti del sindacato.
E allora racconta, Gian Marco Chiocci. Racconta dei “sonori” che arrivano direttamente dai partiti, cioè spiega ciò che tutti sanno: i politici si fanno le domande, si danno le risposte e inviano le registrazioni al telegionale come se fosse un fermo posta. Il direttore racconta dei video mandati persino dall’ultimo dei parlamentari analfabeti in redazione come se la redazione fosse uno sportello di cortesia. Racconta che ciascun partito recita un ruolo a soggetto: c’è chi chiede il sonoro, chi pretende la dichiarazione, chi esige l’intervento. “Il principio della politica”, dice, “è eludere la notizia del giorno. Perché se quel giorno la notizia è l’immigrazione, il Pd non vorrà che la notizia sia quella. E lo stesso, al contrario, vale per la destra”. Racconta pure del politico “simpaticone” – non fa nomi, la categoria è vasta e ben rappresentata – che lo ha avvertito: se non fai questa roba, ti scateno l’ira di Dio sulle agenzie di stampa. “E io prima mi sono ribellato, poi mi sono piegato, perché devo tutelare il Tg1 dagli attacchi. Ma vi pare normale?”. No, non pare normale. Ma normale, in Rai, è una parola che ha un significato tutto suo. E del resto Chiocci non si dice sorpreso. “Io non mi scandalizzo”, dice ai giornalisti del Tg1, “di tutte le raccomandazioni che ricevo. Dalla politica, dalle forze dell’ordine, dal clero, persino da uno chef stellato che mi ha segnalato uno di voi. Ma, dico io, se volete un incarico: venite voi a chiedermelo”. Si ferma un istante, come a godersi la lista. Un cardinale e uno chef stellato che bussano alla stessa porta, con la stessa urgenza, per lo stesso motivo: è una delle immagini più fedeli che esistano della Rai, intesa come istituzione nazionale, crocevia di ogni ambizione italiana, luogo dove prima o poi arriva tutto e tutti. “Però non si può essere ipocriti e negarlo”. E ancora: “Le pressioni politiche sono dirette o indirette, esplicite o implicite, ma in Rai sono quotidiane. Vogliamo reagire a tutto questo, o pensate che il problema sia io che ne parlo? Avevo chiesto all’Usigrai di tenere un convegno sulle pressioni politiche che ricevono le testate giornalistiche. L’Usigrai non ha voluto farlo”. A quel punto si sollevano delle voci tra alcuni colleghi, qualcuno interviene, polemicamente : “Stai dicendo che ci sono colleghi che fanno l’ufficio stampa di partito?”. Chiocci non abbassa la voce né la alza. “Sì”, dice. “È proprio quello che sto dicendo”. Bum.
Qualche ora prima, in una riunione dell’Usigrai, il sindacato di sinistra che in Rai ha sempre saputo come si contano i voti, erano volate parole grosse.
Vittorio Di Trapani, presidente della Fnsi, uomo che ha fatto del sindacato la sua carriera e della carriera il suo sindacato, aveva spinto per l’offensiva contro il direttore. Maria Gabriella Capparelli, vicesegretaria Usigrai e giornalista del Tg1, era di parere opposto: contraria all’assalto, contraria ai toni, contraria all’intera operazione. La discussione era diventata tale, con urla, che la Capparelli aveva lasciato la stanza con la pressione a duecento, ed era finita in ambulatorio. All’assemblea con Chiocci era arrivata in ritardo, scusandosi: “Ero in infermeria”. Insomma, la sinistra sindacale era spaccata. Ma non è che a destra le cose andassero meglio: l’Unirai, il sindacato dei giornalisti vicini al centrodestra, non ha speso una parola in difesa del direttore meloniano. Il motivo è che Chiocci non ha promosso due iscritti del sindacato. La politica dei feudi non conosce colori. Ed è sempre lì che tutto va a precipitare nell’imbuto Rai. Chi entra con la politica non ha più la preoccupazione di iscriversi a un partito governativo. Chi entra invece col concorso o con la paterna spinta del cardinale o della moglie del grosso tecnocrate, annusa l’aria che si respira nei corridoi di palazzo, e, al momento buono, si iscrive a un partito. O al sindacato che promette carriera. Alla fine ieri l’assemblea si è sciolta senza sintesi e senza vera delibera, con l’aria di chi ha assistito a qualcosa di scomodo e preferirebbe dimenticarlo presto. Ma prima che la tensione si disperdesse, un collega – Paolo Sommaruga – ha trovato le parole che riassumevano il pomeriggio con la precisione romanesca delle battute riuscite, a microfono aperto, davanti a tutti: “Ahò, ’sto direttore sarà pure un fascio ma c’ha ragione”.