Le piattaforme tra regole Ue e sui minori. Parla Mazzetti (Meta)

La legislazione sull'accesso ai social e l'equilibrio tra regolamentazione e innovazione in Europa

10 GIU 26
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Roma. Il presente che entra nel futuro attraverso le piattaforme: un’opportunità e un’incognita. In tutto il mondo, intanto, si discute di come mettere un argine all’uso intensivo dei social da parte degli utenti più fragili, gli adolescenti in formazione. Ci sono paesi, come l’Australia, che hanno già normato in senso restrittivo. L’Europa segue in ordine sparso, l’Italia sta cercando una via: lo scorso anno con una proposta bipartisan (poi arenatasi) e oggi con la proposta di legge del Pd sull’accesso ai social, presentata ieri a Roma. Ma come vivono questa sfida le piattaforme? Meta ha introdotto da tempo gli account per teenager, ma la cosa non esclude, anzi “chiama” l’intervento del legislatore. Ne parliamo con Angelo Mazzetti, Public Policy Director di Meta per Italia, Grecia, Malta e Cipro. “Noi condividiamo pienamente questo genere di preoccupazioni sull’esperienza online dei minori. E per noi questa è una priorità”, dice Mazzetti. “Allo stesso modo, condividiamo l’idea che i genitori debbano essere fortemente coinvolti nella gestione dell’esperienza online dei minori. In questo senso abbiamo espresso il nostro sostegno – e continuiamo a farlo – a iniziative legislative che promuovano la cosiddetta ‘maggiore età digitale’. Si tratta dell’idea per cui, come nella società civile a un certo punto si diventa maggiorenni e si possono fare scelte in autonomia, anche nell’accesso ai servizi digitali dovrebbe esserci un’età sotto la quale è necessaria l’approvazione dei genitori per poter accedere. Quale debba essere questa età è chiaramente una convenzione, una scelta che spetta al legislatore ”. Altra sfida per le piattaforme, specie a livello europeo: l’equilibrio tra necessità di regolamentare e quella di non frenare la competitività. “Negli ultimi 10-15 anni”, dice Mazzetti, “si è assistito a una produzione legislativa imponente: in ambito digitale sono state varate circa 100 leggi diverse, con ben 270 autorità di regolamentazione distinte incaricate di applicarle. Di per sé questo non sarebbe un problema, ma la forte sovrapposizione ha creato criticità significative. E il presidente Mario Draghi, nel suo recente rapporto sulla competitività, lo ha sottolineato con grande forza: l’iper-produzione legislativa genera incertezza, sovrapposizioni normative e ingenti costi di compliance, in un contesto globale sempre più competitivo. La sfida non è rinunciare alla regolamentazione, ma renderla più efficace, proporzionata e orientata alla competitività, così da sostenere l’innovazione senza compromettere obiettivi di tutela condivisi”. Un esempio dell’attuale approccio europeo è il dibattito relativo al Regolamento europeo sulle batterie. A partire da febbraio 2027, il regolamento richiederà che tutte le batterie portatili contenute nei dispositivi venduti nell’UE siano facilmente rimovibili e sostituibili dagli utenti finali. “Questo può creare problemi se applicato ai dispositivi indossabili e, in particolare, ai wearable’ di nuova generazione basati sull’AI”, dice Mazzetti: “I dispositivi indossabili devono infatti essere piccoli e leggeri e al tempo stesso garantire autonomia sufficiente per alimentare sensori, elaborazione dati e inferenza di modelli di machine learning”. Si rischia di sacrificare il diritto all’innovazione? “Da un lato, i consumatori europei potrebbero avere accesso a prodotti peggiori, meno funzionali e meno competitivi rispetto a quelli disponibili in altri mercati; dall’altro, le aziende europee sarebbero costrette a riprogettare intere linee di prodotto per conformarsi a requisiti non adatti, mentre i concorrenti extra Ue continuerebbero a innovare senza vincoli analoghi”. Intanto la partnership tra Meta e EssilorLuxottica, in una sorta di “ecosistema industriale europeo”, ha lavorato sugli AI glasses, oggetti che possono avere applicazione importante nel supporto alle persone con disabilità: sono infatti un dispositivo in grado di “vedere ciò che vedi”, “sentire ciò che senti” e interagire con l’utente in modo continuo e “hands-free”. Ultima ma non ultima sfida, alla vigilia di un anno elettorale: il rapporto sempre più stretto tra piattaforme e politica. “Le piattaforme hanno democratizzato l’accesso all’attività politica e al decisore pubblico, mostrando anche il ‘dietro le quinte’ delle istituzioni”, dice Mazzetti: “Hanno creato un rapporto molto più diretto e disintermediato tra il cittadino-elettore e il candidato, il rappresentante eletto o le stesse amministrazioni. Mi si permetta però una battuta che si ricollega al discorso sulle regole europee. Se da un lato le piattaforme sono state uno straordinario strumento di partecipazione politica, dall’altro l’introduzione del nuovo regolamento europeo sulla pubblicità politica ci ha costretti a sospendere la possibilità di veicolare inserzioni di carattere politico o sociale all’interno della Ue. Questo a causa di limitazioni stringenti che rendevano tecnicamente impossibile offrire tali servizi nel rispetto della norma. Oggi, quindi, un candidato politico, un cittadino o un attivista che promuova una causa di interesse pubblico può usare i nostri strumenti in modo organico, ma non può fare pubblicità a pagamento”.