Le riforme che non costano nulla (ma che nessuno vuole fare)

Concorrenza, semplificazione, meno burocrazia: le leve della crescita non passano dal deficit, ma dalla volontà di toccare rendite e privilegi consolidati

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3 MAY 26
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto LaPresse)

Spendere, ma come? Nel dibattito italiano sulla spesa pubblica c’è un riflesso quasi automatico: ogni problema richiede nuove risorse, ogni soluzione passa da più deficit. Eppure le riforme più efficaci, spesso, sono proprio quelle che non costano nulla. O meglio: non costano allo stato, ma a chi vive di rendita. Aprire davvero alla concorrenza mercati ancora protetti – taxi, balneari, servizi professionali, trasporto locale, concessioni – non richiede un euro in più. Richiede semmai la disponibilità a scardinare equilibri consolidati, a ridurre privilegi, a spostare l’asse dal diritto acquisito al diritto di competere. È una scelta politica, non contabile. Lo stesso vale per il rapporto tra imprese e Pubblica amministrazione. Semplificare non significa spendere: significa togliere. Togliere autorizzazioni inutili, eliminare tempi morti, cancellare doppioni burocratici che rallentano chi produce ricchezza. Ogni firma evitata è tempo restituito all’economia reale. Ogni procedura accorciata è un investimento invisibile ma potentissimo. Il punto è che queste riforme, proprio perché non distribuiscono risorse ma le liberano, sono anche le più difficili. Eppure è lì che si gioca la partita della crescita. Non nei miliardi annunciati, ma negli ostacoli rimossi. Non nella spesa aggiuntiva, ma nella libertà restituita a chi lavora.
    
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