Dal Patto di stabilità al Lavoro (e legge elettorale): la Lega agita Meloni

Salvini e i suoi contro Tajani sull'uscita "unilaterale" dal Patto di stabilità. Durigon freddo sul decreto Primo maggio (che accantona le sue proposte). Intanto l'iter della nuova legge elettorale fa litigare la maggioranza: oggi cominciano le audizioni in commissione

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28 APR 26
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ANSA/US SALVINI

Seguono tutta una loro traiettoria che spesso non è affatto la traiettoria del governo. Così in queste ore dalla Lega stanno ponendo una serie di insidie non particolarmente apprezzate da Giorgia Meloni. Matteo Salvini ieri ha fatto visita alla “famiglia nel bosco”, a Palmoli, (“scelgono l’Italia e l’Italia risponde così? Mi vergogno”, ha detto il vicepremier) ma i suoi pensieri sono rivolti ad altro. Anzitutto alla richiesta, da parte del Carroccio, di rivedere il Patto di stabilità, finanche in modo “unilaterale”. Un pensiero che in questi giorni si fa sempre più strada all’interno del Carroccio. Tanto da aver convinto il solito senatore Claudio Borghi all’uscita in avanscoperta: “Uscire dal Patto? Oramai è una teoria diffusa”. Un’ipotesi subito bocciata dal vicepremier Antonio Tajani che si è detto contrario a decisioni unilaterali. E che ha anche fatto riferimento ai “400 miliardi del Mes. Non vedo perché devono rimanere lì congelati”. Fumo negli occhi dei leghisti. La maggioranza sta scrivendo la risoluzione sul Documento di finanza pubblica, da votare giovedì in Parlamento. E la Lega vorrebbe proprio che fosse inserita una clausola per derogare dal Patto pur senza il consenso europeo. In Fratelli d’Italia sanno di non poter andare così frontalmente allo scontro con von der Leyen e infatti parlano di speranza di “trovare un punto di incontro”.
Ma le differenze con il Carroccio si ritrovano su una pluralità di dossier. Ieri a Palazzo Chigi c’è stata una nuova riunione tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud Luigi Sbarra. Si cerca la quadra per varare in Consiglio dei ministri (potrebbe tenersi oggi) nuove misure sul lavoro. Solo che dopo la “freddezza” delle principali sigle sindacali verso alcuni scenari ipotizzati da Durigon per togliere a Cgil, Cisl, Uil e Confindustria il “monopolio della contrattazione”, dando rilevanza anche a sindacati minori (come l’Ugl, di cui Durigon è stato segretario), il leghista d’un tratto s’è fatto molto meno interessato, quasi prendendo le distanze dal dossier. Questo anche perché alla fine l’ammontare complessivo dell’intervento potrebbe essere inferiore al miliardo ipotizzato nelle scorse settimane, usato principalmente per rifinanziare una serie di bonus (dalle assunzioni per gli under 35 alle agevolazioni all’occupazione femminile) in scadenza a fine aprile. Dovrebbero esserci anche incentivi alle aziende che applicano “salari giusti”.
Un altro passaggio sarà l’approdo in Cdm (forse giovedì) Piano casa a lungo vagheggiato e per cui la scorsa settimana Salvini, in visita in Toscana, aveva detto: “Il decreto è pronto”. In realtà il lavoro è stato lungo anche perché una parte del finanziamento è stato trovato dal ministro degli Affari europei Tommaso Foti che è riuscito a convertire circa un miliardo di euro dai fondi di coesione. Ciononostante la Lega ha alzato la posta perché si desse seguito (al centesimo) ai circa 800 milioni di euro stanziati con la legge di Bilancio. Anzi, facendo salire l’ammontare complessivo fino ai circa 2 miliardi di euro. Come se non bastasse, poi, la Lega vuole anche il rifinanziamento del taglio delle accise che scade venerdì e che non vede tutti convinti all’interno della maggioranza.
C’è poi un ulteriore punto su cui Salvini e Meloni non la pensano affatto allo stesso modo: la legge elettorale. Oggi in commissione Affari costituzionali prendono il via le audizioni di esperti di materia elettorale. La Lega, con il relatore Igor Iezzi, non ha presentato nemmeno una proposta di audizione. Ma soprattutto non ha digerito l’apertura che il ministro Ciriani ha fatto al Campo largo (soprattutto al Pd) nel fine settimana: “Ci dicano qual è la loro proposta”. Questo perché dal Carroccio non sono disposti a riaprire la discussione mettendo in discussione i punti principali dell’accordo. “Noi li rispettiamo e ci aspettiamo che anche dalla maggioranza lo facciano”, sussurrano in queste ore nel partito. Se così non fosse, sono pronti a mettere in discussione anche la loro lealtà.