Lei sul divano. Meloni a Milano: se la politica della destra in città rimane un “salone immobile”

La destra discute, rinvia, si divide. Tra Lupi, civici e veti incrociati, a un anno dal voto non c’è un nome credibile per sfidare una sinistra divisa ma in vantaggio nei sondaggi

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22 APR 26
Immagine di Lei sul divano. Meloni a Milano: se la politica della destra in città rimane un “salone immobile”

La premier Giorgia Meloni al Salone del Mobile (foto ANSA/FILIPPO ATTILI-US PALAZZO CHIGI)

La domanda rituale l’hanno fatta, se sia più comodo il divano della Casa Bianca o quello del Salone del mobile su cui ritualmente l’hanno fatta accomodare. Lei ritualmente ha risposto “si chiama Scialla, ho detto tutto”, ed è stata l’unica cosa scialla che abbia detto, Giorgia Meloni, in una delle sue non frequenti visite in città, ma è già la seconda volta che viene a “portare solidarietà a una grande filiera del made in Italy”. Per il resto, per la politica, a parte il punto stampa tutto sul ddl Sicurezza, il copione di Giorgia Meloni a Milano è quello consueto: un “salone immobile”. Nessun interesse per la situazione politica della città, men che meno per quella della Lombardia. Ma tanto lì, in Regione Lombardia, si potrebbe andare a votare addirittura nel 2028, dopo le politiche, e decidere chi si prenderà la poltrona di Attilio Fontana sarà a quel punto più facile. Invece la scadenza per il sindaco di Milano è più vicina, dietro l’angolo ormai, e per il momento l’unico dato politico a disposizione del centrodestra è “meno 17 punti”, la batosta presa in città dal governo al referendum sulla giustizia. Per il resto sul centrodestra rappresentato ieri ai massimi livelli è una strana nebbia d’aprile, in una città in cui la scighera non c’è nemmeno più.
Al taglio del nastro del Salone, al fianco della presidente Maria Porro, c’era lo stato maggiore dell’area di governo: il presidente del Senato Ignazio La Russa, autentico Gauleiter in terra lombarda, il ministro degli Esteri e vicepremier, nonché (periclitante) responsabile di Forza Italia, Antonio Tajani e il presidente della Regione, il leghista Attilio Fontana. C’era anche Matteo Salvini. Poi è arrivata la presidente del Consiglio, ha preferito concentrarsi sul contenuto economico della visita: “Ieri abbiamo incontrato il presidente del Kenya, parlavamo di come ci sia una crescita dell’attenzione verso i prodotti del made in Italy. Il tema della filiera del legno-arredo è uno di questi, +13 per cento dell’export in Africa nello scorso anno, e quindi ovviamente il governo ci deve essere, con la sua presenza, e ci deve essere con le sue risposte”. E’ ovvio che una visita istituzionale di questo tipo rimanesse fuori dal perimetro della politica nazionale e anche locale. Ma se Giorgia Meloni volesse rientrare a Roma con qualche screenshot di informazioni aggiornate alla situazione di una città in cui il centrodestra non esprime più il sindaco da ben 15 anni (Letizia Moratti, ora alla ricerca di un “candidato civico” da promuovere a nome di Forza Italia), in cui la sconfitta al referendum è stata molto più di un incidente di percorso – l’esito del referendum a livello regionale ha dato per la prima volta anche l’impressione che il Pirellone possa essere contendibile – e in cui la coalizione pare disunita e appannata. E tutto questo, ne sarà informata la premier, a fronte di una sinistra meneghina divisa, litigiosa e polarizzata come non mai. Quindi potenzialmente più debole. Lunedì, in Consiglio comunale, è andata in scena la gazzarra pro Pal di Verdi e di un bel pezzo dello stesso Pd contro la decisione di Beppe Sala di “congelare” la mozione dello stesso Pd che chiede la rottura del gemellaggio con Tel Aviv. Scene da okkupazione del liceo, ma segno di una spaccatura che sarà decisiva al momento di scegliere il candidato. Inoltre l’opposizione interna al “modello Milano” di Sala sarà l’altro fattore di debolezza.
E la destra, che fa? Giorgia Meloni sarà perfettamente informata che l’uomo forte del suo partito a Milano, La Russa, ha aperto da tempo una partita per sostenere come candidato non un fratello ma Maurizio Lupi, centrista però fuoriuscito da Forza Italia. E al momento non c’è nessun altro politico di spicco del centrodestra che si sia fatto avanti. Non da FdI, quantomeno. Ma Lupi non piace alla Lega. Ieri Matteo Salvini ha fatto sapere di avere “incontrato diverse persone che si sono messe a disposizione e non sono persone che in questo momento stanno facendo politica”. Il leghista Alessandro Morelli aveva dichiarato sprezzante che non si può scegliere il candidato da “un partito minore”. Peccato che la scorsa volta il candidato lo avesse indicato la Lega, allora in gran spolvero, oggi assai meno, e si fosse rivelato un disastro. Poi ci sono i forzisti, che insistono, si vedrà per quanto, nella ricerca di un “candidato civico”, che vanificherebbe il lavoro di La Russa e Lupi. E’ vero, Milano ha sempre avuto, nella Seconda Repubblica, candidati della società civile. Ma trovare un ex rettore (rettrice), un manager, un economista, un luminare della sanità lombarda disposto a correre partendo da un handicap di meno 17 punti è un’impresa molto difficile, se non velleitaria. Il rischio è di riconsegnare il sindaco alla sinistra, per quanto ormai divisa in due fazioni non conciliabili. Sono alcuni degli screenshot che Giorgia Meloni dovrebbe riportarsi a Palazzo Chigi dopo la mattinata milanese. Scorrendoli, potrebbe finalmente chiedersi se non sia il caso di monitorare più da vicino la situazione della sua parte politica nella città capitale dell’economia. Che già, com’è noto, non ama molto il suo governo romano: tra risiko bancario, magistratura di rito ambrosiano e il 25 Aprile sempre divisivo. Il tempo per provare qualche mossa nuova non è più moltissimo.