Roma Capitale in Parlamento (alla prova di Lega e campo largo)

La riforma che dovrebbe dotare la città di poteri legislativi simili a quelli di una regione è arrivata alla Camera. C'era intesa tra Pd e FdI. La Lega nicchiava, ma ora media. Però il capogruppo leghista in Senato Romeo dice: "Se diamo poteri speciali a Roma, dobbiamo darli anche a Milano". Il vero problema resta nel campo largo

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11 APR 26
Immagine di Roma Capitale in Parlamento (alla prova di Lega e campo largo)

Roberto Gualtieri. Foto Ansa

Doveva essere e dovrebbe essere il primo esempio di riforma costituzionale condivisa tra maggioranza e opposizione, la riforma dei poteri di Roma Capitale voluta dal sindaco Roberto Gualtieri e dalla premier Giorgia Meloni con l’idea di dotare la città di poteri legislativi simili a quelli di una regione, attraverso un ddl che punti a definire il nuovo quadro sul piano dell’urbanistica, dei trasporti e dell’ambiente, superando la gestione comunale. Ma tra il “doveva” e il “dovrebbe” c’è di mezzo il mare di sfumature che corrono tra alleati non sempre allineati sulle due sponde di centrodestra e centrosinistra. E dunque ieri la riforma è arrivata in Aula, alla Camera, dopo uno stallo pre e post-referendario denso di striature dubbiose nel campo largo (lato M5s e Avs) ma anche inizialmente nella Lega, anche se ora il deputato salviniano Igor Iezzi – già autore, in commissione, degli emendamenti che miravano a estendere i poteri speciali anche ad altri capoluoghi, tra cui Milano e Venezia – assicura che “nel centrodestra si è già trovata una mediazione e si cercherà di raggiungerla anche all’esterno, per arrivare a una riforma il più possibile condivisa. E la vicenda referendaria insegna”, dice Iezzi. Ma il capoluogo lombardo resta un pungolo. Dice infatti il capogruppo leghista in Senato Massimiliano Romeo, segretario della Lega in Lombardia: “Se diamo poteri speciali a Roma, dobbiamo darli anche a Milano”.
Anche se si dovesse trovare l’aggiustamento magico, insomma, resta in piedi comunque il piano dell’autonomia, con calendarizzazione dei Lep in Senato. Ma è sulla riforma costituzionale per Roma che, simbolicamente e tanto più dopo la batosta referendaria, si punta alla concordia (utile anche in vista delle Politiche, per il governo, e per poter dare un’immagine bifronte, non soltanto guerresca, e attrarre così i moderati). Primo obiettivo, quindi: assicurarsi i voti del Pd. Ed è lì che sorge un altro problema: fosse infatti per il Pd che sostiene dal Parlamento l’azione sul campo del sindaco Gualtieri, la cosa sarebbe già fatta, ma nel Pd c’è anche un altro Pd che vorrebbe non sbattere la porta in faccia al M5s di Giuseppe Conte, portatore di varie istanze critiche contro la riforma: come Avs, i Cinque stelle preferirebbero procedere con una legge ordinaria che potesse concedere poteri amministrativi più forti, piuttosto che con una modifica costituzionale. Non solo: anche sui contenuti, gli alleati del Pd nel campo largo hanno avuto negli ultimi mesi qualche perplessità, specie sul fronte urbanistico-ambientale (“Roma non deve diventare Dubai ed essere messa al centro di interessi miliardari”, per dirla con il capogruppo m5s alla Camera Francesco Silvestri). Avs invece aveva informalmente definito il testo “un obbrobrio”, per la scarsa considerazione dei poteri reali dei Municipi. Fatto sta che i numeri ci sarebbero, se tutto il Pd votasse a favore (e non, come sembra sia stato deciso, si astenesse in prima lettura per poi votare a favore in seconda lettura, rischiando di perdere qualche pezzo per strada). Anche l’intenzione, nel Pd, ci sarebbe, intenzione teorica di andare verso quella che Gualtieri, nell’estate del 2025, al momento di lancio del progetto bipartisan, aveva definito “riforma storica”, mentre Giorgia Meloni, con un video-messaggio, sottolineava la diversità della “Città Eterna, capitale del cristianesimo e del Mediterraneo, comune più popoloso e più esteso della nazione, che custodisce la maggiore concentrazione di beni storici e culturali al mondo…eppure governata – di fatto – con gli stessi poteri di un comune da poche migliaia di abitanti” (vallo a dire alla Lega, e infatti il tentativo di correzione c’è stato).
Fatto sta che il primo effetto dei veleni post-referendari è stato lo slittamento dell’approdo del testo in aula. E, visti i tempi stretti, anche nella maggioranza c’è chi vorrebbe concentrarsi, più che su Roma, sulla legge elettorale. Non solo: anche Forza Italia ora pare tiepida, nonostante il capogruppo Paolo Barelli sia stato un grande sponsor della riforma. Ma il referendum s’è mezzo in mezzo (con messa in discussione dello stesso Barelli). Tra i Fratelli d’Italia prevale però l’ottimismo della volontà: si pensa che alla fine la riforma andrà in porto. La palla, intanto, passa al campo largo.