I rischi del governo tapis roulant

Correre senza cadere ma restando fermi. Il guaio di Meloni non è il rapporto con Trump ma è il rapporto con il futuro. La prudenza c’è, la visione meno. Perché il ritorno della premier è la fotografia dei vizi e delle virtù di governo

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10 APR 26
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Foto Lapresse

In politica, ci sono tre posture che i presidenti del Consiglio adottano nei momenti di difficoltà. La prima postura è quella del passo del gambero: ci si spaventa di fronte a un ostacolo, si fa marcia indietro fingendo di andare in avanti e si prova a tornare alle origini. La seconda postura è quella del cambio di marcia: ci si rende conto che qualcosa non funziona, ci si rimbocca le maniche e si prova a correre come non mai. La terza postura è quella modello tapis roulant: ci si rende conto che correre è necessario, si capisce che se si guarda indietro si rischia di cadere ma non si riesce ad andare avanti perché non si ha la forza di correre lontano dal rullo. Il primo intervento di Giorgia Meloni alla Camera dopo la scoppola referendaria si inscrive con una certa forza nella tipologia numero tre delle posture adottate dalle leadership in difficoltà. Il modello tapis roulant, in questo senso, è la fotografia perfetta della Meloni post referendum ma, se ci si riflette un istante, è più in generale una fotografia nitida della Meloni di governo degli ultimi quattro anni: si corre senza strafare, con un’andatura corretta, a volte più veloce, a volte più lenta, senza cadere ma senza spostarsi di un millimetro dal rullo. Giorgia Meloni, ieri alla Camera e al Senato, si è trovata in questa condizione. Ha provato a rivendicare l’azione di governo, ha puntato forte sull’affidabilità dell’esecutivo, ha cercato di proiettarsi verso il futuro, lo ha fatto senza cadere nelle trappole della demagogia eccessiva, ma lo ha fatto incontrando alcuni problemi che è utile mettere a fuoco. Il primo problema che ha Meloni riguarda un tratto spesso sottovalutato della narrazione del suo governo. Il presidente del Consiglio, anche ieri, ha rivendicato alcuni traguardi del suo esecutivo ma i traguardi del governo Meloni hanno difficoltà a trasformarsi in motori di consenso perché i successi del governo hanno a che fare con elementi poco identitari per gli elettori di Meloni. La premier ieri ha ricordato che sotto il suo governo i posti di lavoro sono aumentati molto. Ha ricordato che sotto il suo governo la lotta all’evasione fiscale è migliorata molto. Ha ricordato che sotto il suo governo l’Italia ha sensibilizzato l’Europa sui temi che riguardano la lotta contro l’immigrazione illegale. Ha ricordato che uno dei successi del governo Meloni, almeno finora, è stata la prudenza sui conti pubblici. In ciascuna di queste storie, evidentemente, ci sono dei tratti di imbarazzo per Meloni. Il lavoro aumenta anche grazie a norme che Meloni non ha mai difeso (il Jobs Act). L’evasione fiscale diminuisce grazie a norme che Meloni ha sempre osteggiato (fatturazione elettronica).
La lotta contro l’immigrazione illegale migliora grazie agli accordi con l’Europa che Meloni non è mai riuscita a rendere appetibili al suo elettorato (tanto è vero che è stata costretta a inventarsi il modello Albania, per così dire, e a introdurre una sorta di piccolo blocco navale in caso di conclamata necessità, per connettersi con il proprio elettorato). La stessa prudenza sui conti pubblici è un elemento oggettivo di successo del governo ma difficilmente può inorgoglire un elettorato che è stato abituato per anni a diffidare del rigorismo costruito dai governi per assecondare le agenzie di rating (e non a caso, il rigorismo di cui oggi Meloni si vanta viene smentito dalla richiesta all’Europa di sospendere per qualche tempo il Patto di stabilità). Lo stesso discorso, in fondo, vale per quanto riguarda il rapporto di Trump con Meloni. La presidente del Consiglio, ieri, ha tenuto a ricordare quante volte in questi mesi l’Italia guidata da Meloni, nonostante la non ostilità con Trump, abbia detto di no a Trump. E i casi sono oggettivi: la difesa della Groenlandia, la difesa dell’Ucraina, la difesa dell’onore dei soldati italiani caduti in Afghanistan, la difesa contro i dazi di Trump, lo schiaffetto di Sigonella, le critiche a Trump sulla violazione del diritto internazionale in Iran. Il trumpismo a bassa intensità di Meloni è un fatto ma le possibilità che possa essere percepito come distante dallo stesso trumpismo che ha difeso sono evidentemente poche. Siamo sempre lì: si corre senza strafare, con un’andatura corretta, a volte più veloce, a volte più lenta, senza cadere ma senza spostarsi di un millimetro dal rullo. L’elemento ulteriore che ci aiuta a misurare la postura tapis roulant del governo Meloni riguarda il rapporto con l’Europa. Meloni, meritoriamente, ieri ha fatto capire con una certa chiarezza che la scelta il governo l’ha già fatta: tra la sottomissione a Trump e il rapporto con l’Europa, la seconda strada nei fatti sta prevalendo sulla prima. Il guaio della posizione in Europa di Meloni non riguarda però la sua scelta di campo (su diversi temi, l’europeismo di Meloni è superiore a quello delle opposizioni che l’accusano di essere poco europeista: pensate alla difesa dell’Ucraina).

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Riguarda la difficoltà di scendere dal rullo, di guardare avanti e di correre provando a rendere più veloce l’Europa. Meloni ieri ha detto che il governo sta portando avanti “un impegno incessante a Bruxelles per il sostegno alla competitività, per la semplificazione burocratica, per una transizione verde che sia realistica e non ideologica, per un’autonomia strategica bilanciata che riduca gradualmente le nostre dipendenze e per una capacità di difesa che non ci faccia dipendere dai nostri alleati americani come, invece, evidentemente propongono coloro che si scagliano contro maggiori investimenti sulla sicurezza, per rendere l’Europa più forte, più efficace, più rapida, più pragmatica e più concentrata sui problemi dei cittadini e sulle sfide reali che il mondo intorno a noi pone”. Meloni ha ragione, ma fino a quando in Europa non avrà la forza di combattere, piuttosto che di appoggiare gli Orbán, e fino a quando in Europa non avrà la forza di promuovere un cambiamento strutturale delle regole europee che tengono le istituzioni ostaggio dell’unanimità l’impegno incessante per il rafforzamento dell’Europa sarà sempre a metà. L’opposizione, anche con una certa efficacia, ieri ha messo le dita nelle piaghe del governo (quando Meloni capirà che andare a votare è meglio che tirare a campare avrà fatto un buon servizio non solo a sé ma anche al paese). Ma al contrario di quanto sostengono le opposizioni il problema del governo oggi non è il suo rapporto con Trump. E’ il suo rapporto con il futuro. E’ la difficoltà a costruire una visione forte sull’Europa, credibile sull’innovazione, coraggiosa sulla concorrenza, puntando non sui provvedimenti costosi (la Zes unica, detto tra parentesi, è la migliore delle riforme possibili che il governo possa fare in questa fase) ma su quelli più difficili: a costo zero. Il dato positivo della Meloni che prova a ripartire, parola che non piace alla presidente del Consiglio, è quello di non aver inserito la marcia del gambero. Il dato meno positivo della Meloni, che cerca di costruire il terreno giusto per correre nei prossimi mesi, è quello di non essere riuscita a scendere dal suo tapis roulant: correre senza strafare, con un’andatura corretta, a volte più veloce, a volte più lenta, senza cadere ma senza spostarsi di un millimetro dal rullo. La prudenza è un bene prezioso, da tutelare e preservare, sui conti pubblici e anche in politica estera, ma tirare a campare quando l’economia inizia a muoversi verso una direzione negativa può significare fare un passo verso il tirare le cuoia.